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L’inflazione cresce: cosa stanno facendo Fed e Bce?

Tempo di lettura stimato: 5 min.

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“Quando si comincia a riscontrare la salita nei prezzi negli high-yield bond è già troppo tardi”. Così William McChesney Martin, presidente della Federal Reserve dal 1950 fino al 1970, tracciava una linea per definire un aumento del carovita fuori controllo. Siamo a questo punto? E cosa stanno facendo FED e BCE per fermare l’inflazione?

Fed e Bce: Dati a confronto

Nell’ultimo bollettino di febbraio, l’inflazione statunitense è volata al 7,5%, livello più alto dal 1982. Il consumer price index (CPI), che misura il livello dei prezzi di un ampio raggio di beni e servizi, è aumentato del 7,9% negli ultimi 12 mesi secondo i dati del dipartimento del lavoro americano. Destano preoccupazione gli aumenti del prezzo della benzina e dell’energia, previsti rispettivamente a +9% e +3,5%  nel mese di marzo, mentre il costo dei cibo è schizzato ad un +1,4%, ai massimi da aprile 2020, periodo iniziale della pandemia. 

L’inflazione core, misura che esclude dal conteggio i prezzi dei beni alimentari e quelli energetici, è salita del 6,4%, valore registrato l’ultima volta nell’agosto 1982.

Per quanto riguarda il panorama europeo, secondo AAA, i prezzi alle stazioni di benzina a febbraio hanno visto un +24% su base mensile (rispetto al 2021 la quota sale a +53%), mentre i prezzi al consumo nell’eurozona hanno raggiunto +5,8%. Nella conferenza del 10 marzo scorso, la presidente della Bce Christine Lagarde ha mostrato le nuove stime riguardo l’inflazione, prevista questo anno al 5,1%, 2,1% nel 2023 e 1,9% nel 2024. 

Segnali simili si riscontrano anche nel mercato del lavoro. Negli USA, il numero di occupati in gennaio è cresciuto di 467 mila unità, e altre 440 mila sono previste in febbraio. Questo ha portato la crescita dei salari ad un +0,5% (+5,8% se si guarda gennaio 2021) e la disoccupazione intorno al 3,9%. 

Nell’eurozona, il numero di occupati ha registrato un +0,5% negli ultimi 3 mesi del 2021. I dati migliori sono stati osservati in Spagna (+1%), Francia (+0,6%), Germania e Italia (+0,3%). Per quanto riguarda la crescita dei salari, le attuali aspettative sono del +3% nel 2022. 

Situazioni simili, manovre diverse? 

A seguito della riunione del 16 marzo scorso, Jerome Powell, governatore della Fed, ha annunciato un rialzo del 0,25% dei tassi di interesse, il primo da dicembre 2018, spiegando inoltre che si tratta di un avvio di percorso verso la normalizzazione, il quale prevede altri sei rialzi, ognuno di 0,25 punti base, uno per ogni meeting del Federal Open Market Committee (FOMC). 

Il processo di normalizzazione della politica monetaria americana prevede inoltre che la Fed cominci a snellire il suo bilancio da parte delle attività, che oggi conta circa 9 trilioni di dollari. La maggior parte degli asset detenuti dalla Fed riguardano debito statunitense e titoli garantiti da mutui, acquistati nel 2008 e nel 2020 per calmare gli investitori durante la crisi dei mutui subprime e nella pandemia. 

Passando alla Bce, nella riunione del 10 marzo il board ha deciso di lasciare invariati i tassi sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginali e sui depositi, fermi rispettivamente a 0,00%, 0,25% e -0,5%, lasciando però una porta aperta ad un possibile rialzo prima della fine dell’anno. I primi due riguardano il tasso di interesse che le banche private devono corrispondere alla Bce per prendere a prestito denaro, con la differenza nella durata: una settimana per la prima, overnight per la seconda. Quello sui depositi, invece, è un tasso che la Bce corrisponde alle banche private sulle somme che esse mantengono a Francoforte. È utile osservare come tale manovra sia uno strumento quasi non convenzionale per la politica monetaria, dato che un tasso negativo può spingere le banche a non lasciare le risorse presso la Bce, impiegandole nell’attività economica.  

Sul fronte acquisto di titoli, l’APP (Asset Purchase Programme) continuerà la sua azione in aprile con circa 40 miliardi, 30 in maggio e 20 in giugno, mentre per il terzo quadrimestre gli acquisti saranno calibrati sui dati disponibili, con la possibilità di concludere il programma se le aspettative di inflazione non saranno scese. Alla fine del mese di marzo, invece, cesseranno le operazioni del PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme), anche se il Consiglio della Bce intende rinnovare titoli in scadenza acquistati con il programma pandemico almeno fino alla fine del 2024. 

Futuro e fiducia: due elementi chiave per le banche centrali  

In un’intervista rilasciata a CNBC, il segretario del tesoro Usa Janet Yellen ha sottolineato che gli Stati Uniti dovranno sopportare un altro anno con un grado di inflazione relativamente alto, soprattutto dopo l’invasione avvenuta il 24 febbraio della Russia nei confronti dell’Ucraina. Infatti, la guerra tra le due nazioni si è inserita in un contesto già molto instabile in termini di aumento dei prezzi, portando tensioni sempre più alte nel mercato delle materie prime già sofferente a seguito della pandemia. Questo comportamento lo si denota molto bene dall’osservazione dei futures, ovvero contratti derivati coi quali acquirente e venditore si impegnano, entro una certa data, allo scambio di quantità di un determinato asset (finanziario o reale) ad un prezzo prefissato. 

Infatti, subito dopo l’assalto del Cremlino verso Kyiv, i futures sul petrolio hanno raggiunto il picco di 130 dollari a barile, e tuttora i prezzi sono circa 30 dollari più alti rispetto a tre mesi fa. Questo scenario complica ancora di più il lavoro dei banchieri centrali, dato che si potrebbe creare un trade-off tra sostenere la crescita e fermare l’inflazione. 

Nella teoria macroeconomica questa scelta è rappresentata dalla cosiddetta “Curva di Phillips”, basata sulle teoria keynesiana. In breve, la curva mette in relazione inversa inflazione e disoccupazione, ovvero al crescere dell’una vi è una diminuzione dell’altra. Tale concetto teorico negli anni ha subito parecchie modifiche, soprattutto dopo il periodo di stagflazione vissuto negli anni ‘70, partendo dal modello Friedman-Phelps, il quale afferma che tale trade-off esista solo nel breve periodo, fino a quello ideato da Robert Lucas, che non prevede totalmente tale scelta. 

Un requisito importante, spiega l’ex capo economista del Fmi Raghuram Rajan, è la fiducia che l’opinione pubblica ha nelle banche centrali. Rajan fa notare come un rialzo dei tassi d’interesse ha un effetto per esempio sui mutui, rallentando la richiesta. Questo a sua volta frena la crescita dell’industria edilizia e delle costruzioni, le quali diminuiranno la domanda di cemento e acciaio, con il risultato finale di una leggera risalita della disoccupazione. Questo trade-off, sottolinea Rajan, nella teoria economica è fondamentale dato che permette all’economia nel lungo termine di rimanere stabile con una bassa inflazione, però rimane difficile da spiegare a coloro che hanno appena perso il lavoro, per questo è vitale avere una fiducia forte tra la classe dirigente e la società. Ma se questo rapporto viene a mancare, risposte semplici per problemi complessi verranno proposte, le quali, come scrisse H.L.Mencken, sono tipicamente sbagliate

Crediti foto: olieman.eth, via unsplash

Riccardo Romano Boiani
Nato a Lecco 22 anni fa. Ufficialmente studio Scienze Politiche alla Statale di Milano, con l'obiettivo di trovare qualche Cigno Nero negli anni a venire. Appassionato di macroeconomia, finanza, politica, sognando di lavorare nel mondo dell'informazione. Role model nella vita? Corrado- wait for it- Augias.

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