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Gli Usa a rischio default: il problema del debito americano

Il 18 ottobre, per gli Stati Uniti d’America, poteva essere la data del default. Lo spettro di una crisi del debito americano, nodo ancora irrisolto fino a pochi giorni fa, non ha fatto altro che incrementare i malumori dei democratici, che avevano chiesto di sospendere il tetto sul debito federale, visto che questo ha raggiunto cifre da capogiro nell’ultimo periodo. Un accordo è stato trovato, con l’innalzamento del debito pubblico fino a fine anno, ma da lì in poi sarà tutto da rivedere, causa la scadenza del provvedimento. Per approfondire il problema, è necessario capire: com’è composto il debito americano? Cosa aspettarsi da un nodo, quello del tetto al debito, ancora difficile da sciogliere?

Antefatto: i primi malumori

Già a fine settembre, la Segretaria del Tesoro Janet Yellen avvertiva, in una lettera ai leader del Congresso, di una situazione pericolosa: l’aumento del costo del debito e un merito creditizio in bilico avrebbero potuto portare ad una “catastrofe”. La stessa dichiarava, nel documento presentato alla National Association for Business Economics, che quanto prima il Congresso avrebbe dovuto evitare lo shutdown – procedura che blocca le attività amministrative del Governo ogni volta che il Congresso non riesce ad approvare la legge di bilancio – e aumentare il tetto del debito. Sosteneva, infatti, come la seconda emergenza sarebbe stata più grave della prima, in quanto potenziale rischio di un crollo finanziario e conseguente recessione per l’economia statunitense. E conseguentemente, a inizio ottobre Biden ha evitato lo shutdown, firmando la legge che stanzia fino a dicembre nuovi fondi per il sostentamento del governo federale – ottenendo il via libera poche ore prima da parte di ambo i rami del Congresso. Tuttavia, questa non conteneva la sospensione, fortemente richiesta dai democratici, del tetto del debito federale, arrivato alla cifra record di circa 28500 miliardi di dollari. Persino Jamie Dimon, attuale amministratore delegato di JPMorgan Chase, la più grande banca al mondo, ha espresso timori quanto all’evento “potenzialmente catastrofico” di una eventuale insolvenza creditizia da parte degli Usa. Inoltre, un portavoce di Morgan Stanley ha avvertito la possibilità di un default del credito statunitense. Infine, anche il presidente della Federal reserve Jay Powell ha asserito che, a seguito di un eventuale default, la banca centrale statunitense sarebbe debole nel “proteggere completamente” l’economia americana dai rischi che ne deriverebbero. Elementi, questi, che hanno messo seriamente a rischio la tenuta del sistema finanziario americano.

Il compromesso in extremis

Ad ogni modo, a inizio ottobre un accordo è stato trovato. Chuck Schumer, leader dei senatori democratici, ha confermato infatti il via libera, da parte del Senato, all’innalzamento del tetto del debito fino al 3 dicembre, che si realizza nell’aggiunta di circa 480 miliardi di dollari per evitare il default. Così facendo, il tetto del debito raggiunge la cifra di circa 28900 miliardi di dollari. Qualche giorno dopo, il 12 ottobre anche la Camera statunitense ha approvato il provvedimento, di fatto lasciando la palla alle mani di Joe Biden, che è chiamato a convertire la proposta in legge prima del 18 ottobre in quanto, secondo il Tesoro, da questa data in poi non sarebbe più possibile pagare i debiti della nazione senza un’azione del Congresso. Tale provvedimento, tuttavia, va necessariamente aggiornato nel giro di due mesi, vista la scadenza del 3 dicembre.

Il debito pubblico americano

Il debito pubblico americano, che segue una traiettoria di forte aumento anche per l’anno 2021, ha raggiunto cifre da capogiro nell’ultimo periodo. Secondo Trading Economics questo ammontava, a settembre 2021, a 28.428,919 milioni di dollari, tra le cifre più alte della storia del paese. Il rapporto debito/Pil, ora di poco superiore al 100%, sta lentamente raggiungendo i valori caratteristici del secondo conflitto mondiale, quando ha sfiorato il 120%. Sebbene per l’America questi rappresentino valori da continuare a monitorare, rimangono ad ogni modo inferiori a quelli dell’Italia. Il debito italiano, infatti, nel 2020 ha sfiorato il 160% del Pil, un valore che è stato raggiunto solo durante il primo conflitto mondiale. L’ultima volta che il Belpaese aveva un rapporto di poco inferiore al 100% era il 1991, l’anno antecedente alla firma del Trattato di Maastricht.

Il debito pubblico americano, da qualche anno a questa parte, è tenuto d’occhio dalle principali istituzioni mondiali – finanziarie e non solo – anche per altre ragioni. Non solo presenta – come si evince dal grafico – un indice quasi ininterrottamente crescente dal 2001 ad oggi. Già a marzo 2017, infatti, il “debt-to-revenue ratio” – ossia il rapporto tra il debito accumulato e le entrate dello stesso periodo preso in considerazione – presentava un valore superiore a 10. In altre parole, il debito pubblico era pari a dieci volte le entrate. Questo valore è diminuito notevolmente nel 2019, scendendo a poco più di 3, ma rimane un valore da monitorare visto l’impatto della crisi da Covid-19. L’ammontare di questo debito è notevole, ed è dovuto prevalentemente all’accumulo di deficit importanti negli ultimi decenni, in particolar modo durante la presidenza Obama.

Nel periodo del suo mandato, gli Usa hanno vissuto “da protagonisti” la Grande recessione, la crisi che ha stravolto il sistema finanziario americano. Per questa ragione, Barack Obama ha deciso, a inizio mandato, di contenere gli effetti della crisi mediante un massiccio programma di quantitative easing, il quale ha portato ad un incremento assoluto del debito pubblico americano pari a circa 9300 miliardi di dollari

Ad oggi, tale debito è posseduto prevalentemente dal Giappone: Tokyo infatti, ad Agosto 2019, deteneva oltre 1120 miliardi di dollari del debito americano, contro i 1100 miliardi detenuti dalla Cina. Circa 7000 miliardi di dollari dell’intero debito sono in mani straniere, circa un quarto del totale; di questi, “solo” 45 miliardi di dollari sono in mani italiane.

E se l’America dichiarasse default?

Da un eventuale default dell’economia americana ne conseguirebbe una reazione a catena devastante per molti paesi del mondo. Gli Stati Uniti, too big too fail, in questi giorni hanno vissuto un’esperienza – il rischio di una crisi del debito – non del tutto nuova alla Casa Bianca. Già nel 2011, il Congresso è intervenuto negli ultimi giorni disponibili per trovare un accordo. Tuttavia, anche in quell’occasione, ogni rischio derivante da una potenziale crisi è venuto meno. E anche in questa occasione, per il momento sono più lontani i timori di una potenziale crisi del debito. Ad ogni modo, se questa nel futuro prossimo dovesse palesarsi, la Fed avrebbe a disposizione numerosi strumenti per intervenire a tutela dell’economia americana nella sua totalità. In primis, come suggeriva Bill English, ex membro del Fomc – Federal Open Market Committee, “braccio operativo” della Fed – in una conferenza del 2011, questa potrebbe negoziare i titoli del tesoro a prezzo di mercato, per utilizzarli poi tramite varie operazioni – come il prestito di titoli – per mantenere il rendimento contenuto. Tale approccio, tuttavia, funziona fintanto che l’insolvenza si limiti a riflettere un’impasse politica e non un’eventuale incapacità di fondo degli Stati Uniti di adempiere ai propri obblighi. Così facendo, tutti i pagamenti sui titoli in default sarebbero presumibilmente effettuati dopo un breve ritardo, e i titoli rimarrebbero a rischio estremamente basso. Oppure, potrebbe fornire garanzie collaterali per incrementare l’appetibilità dei titoli sul mercato, magari riacquistando anche solo una parte dei titoli per alleviare il rialzo dei tassi – che ne deriverebbe a causa delle disfunzioni del mercato. Il ruolo di garante infatti, non verrebbe esercitato dallo Stato, in quanto assente a causa del default.

Per ora i rischi di un potenziale default sono lontani, ma la Fed guarda attenta al 3 dicembre, data in cui dovranno necessariamente essere aggiornati gli accordi del Congresso, pena conseguenze devastanti per l’economia statunitense e non solo.

*Il debito pubblico americano [crediti foto: stevepb / Pixabay]

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