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In che modo le banche centrali hanno combattuto il covid?

Tempo di lettura stimato: 5 min.

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Articolo pubblicato per Business Insider Italia

E’ passato un anno dal primo lockdown dovuto alla pandemia e gli occhi di tutti sono puntati sulla distribuzione dei vaccini. Nel mentre, da dietro le quinte, le banche centrali continuano a monitorare la situazione: dopo essere intervenute nel corso del 2020 con misure d’emergenza per arginare i danni causati dal Covid, ora implementano nuove strategie per consentire una veloce ripresa. Ma facciamo un passo indietro, e guardiamo all’anno appena terminato: come hanno agito la Federal Reserve e la Banca centrale europea per arginare la crisi? 

Le strategie della Bce nel 2020

In risposta alla pandemia, la Bce ha messo in campo diverse strategie: da un lato il già noto quantitative easing (QE), strumento di politica monetaria non convenzionale adottato dopo la crisi dei debiti sovrani del 2010; dall’altro un allentamento dei requisiti patrimoniali degli istituti di credito, cioè una maggiore flessibilità che può garantire alle banche commerciali mani più libere nel gestire la crisi di liquidità delle aziende. 

Il QE, che porta il nome tecnico di Asset Purchase Programme (App), è un programma di acquisto di titoli di stato, obbligazioni bancarie e obbligazioni private. Nel 2020 l’acquisto di assets è stato portato ad un valore di 120 miliardi di euro, ed è stata anche introdotta una sua evoluzione, che permette acquisti ancora più massicci di titoli: il Pandemic Emergency Purchase Programme (Pepp). Il Pepp inizialmente prevedeva un limite di acquisto di titoli per un valore di 750 miliardi, in seguito portato a 1850 miliardi di euro. Come l’App, il suo scopo è immettere liquidità nell’economia e dare un po’ di respiro a banche e imprese, che possono beneficiare di nuovi flussi di cassa immediati per far fronte alle obbligazioni insorte con la crisi.

La Bce ha poi temporaneamente rimosso alcuni requisiti patrimoniali imposti dai regolatori. Si tratta di una serie di indici e riserve introdotti dopo la crisi del 2008 per evitare che le banche si trovassero nuovamente in situazioni patrimoniali instabili e a rischio di fallimento. Uno dei requisiti più importanti che era stato introdotto, e che ora la Bce ha sospeso, è la riserva di conservazione di capitale (capital conservation buffer): una quantità di capitale che corrisponde al 2,5% degli asset rischiosi della banca, che deve essere liquida. Il suo scopo è assicurare alla banca un capitale di emergenza in caso di crisi che, essendo proporzionale ai beni e titoli rischiosi, aumenta all’aumentare del rischio assunto. Un secondo requisito ora sospeso è poi l’indice di copertura di liquidità: è un parametro che indica la quantità di asset liquidi che la banca deve mantenere in modo da coprire, potenzialmente, un flusso di cassa in uscita per almeno trenta giorni.

Ulteriori misure messe in atto nel corso dell’anno sono poi il divieto per le banche di distribuire dividendi, che ha lo scopo di mantenere la liquidità in eccesso all’interno del patrimonio, e l’ampliamento ai limiti dei prestiti che le banche possono domandare alla Bce. Infine, con il programma targeted longer-term refinancing operations (Tltro-III) sono stati modificati alcuni requisiti delle garanzie richieste per i prestiti e anche i limiti di tolleranza dei rischi di credito: l’obiettivo è incentivare quanto più possibile le famiglie e le imprese più in difficoltà a prendere denaro in prestito.

Le strategie della Fed nel 2020

Una delle prime azioni compiute dalla Fed è stata l’abbattimento dei tassi di interesse, che sono stati portati a zero. L’obiettivo era rendere più agevoli i prestiti per coloro che sono più in difficoltà, dato che li rende sostanzialmente gratuiti. Non solo le famiglie e le imprese ne hanno beneficiato, ma anche le banche sono state agevolate nell’ottenere denaro nel mercato interbancario. Un secondo punto è stato, similmente alla Bce, l’uso espansivo del QE: già a partire da marzo la Fed aveva dichiarato che il programma avrebbe consentito l’acquisto di titoli per almeno 700 miliardi di dollari.

La Fed ha poi ridotto notevolmente i requisiti patrimoniali previsti dalla regolamentazione internazionale, consentendo temporaneamente l’uso delle riserve di capitale normalmente accantonate come sistemi di sicurezza. Nello specifico ha anche consentito alle banche più piccole di azzerare tali riserve.

Infine, un ultimo programma messo in campo è stato il Main Street Lending Program, che ha consentito alle piccole e medie imprese di ottenere prestiti agevolati. I mutui concessi hanno una durata massima di cinque anni e la restituzione del denaro è posticipata di due anni: in questo modo la Fed ha cercato di incentivare quante più imprese possibile a beneficiare di questi finanziamenti, che consentono di far fronte alle obbligazioni accumulate nel corso dell’anno e che per motivi legati alla crisi economica ora sono difficilmente ripagabili. Il programma è terminato a gennaio 2021.

I risultati ottenuti finora

I piani messi in campo dalle due banche centrali per far fronte alla crisi dovuta al Covid sono stati d’aiuto. Nella zona euro i dati sui prestiti sono stati buoni: grazie ai tassi bassi c’è stata una grande richiesta da parte delle imprese tra aprile e giugno, tanto che la domanda è calata nei tre mesi successivi. Per quanto riguarda le famiglie, gli incentivi dovuti alle moratorie sui debiti e i tassi bassi hanno consentito alla domanda di mutui e prestiti di crescere sensibilmente. Tuttavia da settembre le banche hanno iniziato a irrigidire i requisiti per richiedere prestiti.

Anche le banche statunitensi come quelle europee a partire dalla seconda metà dell’anno hanno irrigidito i requisiti per i prestiti, nonostante il calo della domanda. Le ragioni che hanno espresso le banche per questa scelta sono le prospettive dell’economia nazionale ancora fortemente incerte, il peggioramento delle condizioni di diversi settori e un eccessivo accumulo di rischio nell’attivo.

Ciò che temono quindi sia le banche europee sia quelle statunitensi sono i crediti più rischiosi, che potenzialmente potrebbero non essere mai restituiti. Troppi crediti insolvibili causerebbero una netta svalutazione nell’attivo delle banche: una grande svalutazione di questo tipo avrebbe potenzialmente un effetto negativo nel medio termine, dal momento che incentiverebbe le banche a irrigidire ulteriormente i requisiti richiesti per accendere mutui e finanziamenti. I primi a sentirne gli effetti sarebbero le famiglie meno abbienti e le piccole imprese, che sono spesso impossibilitate a fornire garanzie di valore ma allo stesso tempo sono tra i membri della collettività che hanno più bisogno di aiuti economici. 

Cosa ci dobbiamo aspettare dal 2021?

Le strategie che sono state adottate dalle due banche centrali per mettere un freno ai danni causati dal Covid sono simili. I programmi di QE e i prestiti agevolati hanno consentito alle banche centrali di far arrivare aiuti alle imprese più colpite e sostenerle nel corso di questa grave crisi, aiutati anche dai piani di stimoli economici poi implementati dal governo negli Stati Uniti e dai singoli Stati nel caso dell’Ue. In questo nuovo anno, non resta che vedere come evolveranno le strategie delle due banche centrali, con l’emergenza da Covid che lascia ora spazio a una prolungata crisi.

*Christine Lagarde (World Economic Forum, CC BY-NC-SA-2.0)

Quest’articolo fa parte di una serie di analisi sulle politiche di Bce e Fed durante la pandemia. Leggi anche il successivo: Le politiche monetarie espansive, un’arma a doppio taglio contro la crisi.

Sofia Sacco
Nata a Milano, classe 1999, studio economia aziendale in Bocconi. Tra le mie passioni ci sono i cavalli, i libri gialli e il disegno. Seguo con interesse le vicende economiche globali e in Orizzonti Politici scrivo di economia e di policy.

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