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Il costo del debito europeo continua a salire: una promessa mancata?

Tempo di lettura stimato: 5 min.

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Tre anni fa l’introduzione dei titoli di debito europeo veniva accolta come la salvezza dell’Unione, tanto da spingere il presidente francese Emmanuel Macron ad affermare che una loro mancata introduzione avrebbe comportato non solo la fine dell’Eurozona, ma anche la fine dell’idea di un’Europa unita. Oggi, invece, gli “Eurobond” sono diventati meno convenienti dei Titoli di Stato dei diversi Stati Membri, e lo spread tra il titolo decennale europeo e quello tedesco continua a crescere. Cosa è andato storto?

 

Un passo indietro: cosa sono gli Eurobond?

Con l’espressione “Eurobond” si intendono quei Titoli di Stato (bond, in inglese) emessi e garantiti dall’Eurozona (l’insieme di Paesi in Europa che usano l’Euro come valuta). Questa idea venne proposta per la prima volta nel 2011, nel pieno della crisi finanziaria, dall’allora presidente della Commissione Europea Barroso. Il ragionamento alla base di questa proposta era abbastanza semplice: anziché avere singoli Titoli di Stato, che sono spesso sottoposti ad attacchi speculativi e oscillazioni di mercato, sarebbe stato preferibile avere Titoli di Stato europei. Questi sarebbero dovuti essere più stabili e sicuri, in quanto garantiti dalla solidità dell’intera Zona euro. Di conseguenza, ciò avrebbe dovuto portare a tassi di interesse più bassi rispetto a quelli dei Titoli di Stato emessi dai singoli Paesi, riducendo così i costi di finanziamento per i paesi dell’eurozona (che avrebbero dovuto restituire una cifra più bassa rispetto a quella necessaria per indebitarsi singolarmente, dati i minori tassi di interesse).

Se per anni questa idea è rimasta solo teorica (anche se qualche emissione di debito, in maniera molto più contenuta, c’era già stata), con lo scoppio della pandemia da Covid-19 il tema è diventato molto più urgente e, dopo molti dibattiti, si è finalmente concretizzata nel Next Generation EU. Tale decisione è stata accolta come un vero e proprio momento “hamiltoniano per l’Unione, perché non solo avrebbe rafforzato il ruolo internazionale dell’euro, attraverso la creazione di un debito collettivo e sicuro, ma avrebbe anche dato il via a una vera e propria politica fiscale europea

Ad oggi, tuttavia, i tassi di interesse sul debito europeo sono più elevati di quelli richiesti per finanziare il debito di molti degli Stati membri. In altre parole, al contrario delle aspettative, il debito europeo non è conveniente. Anzi, per 10 Paesi su 19 dell’area euro è più conveniente finanziarsi direttamente sul mercato che attraverso il debito pubblico europeo. Inoltre, il rating di rischio di credito degli Eurobond è inferiore a quello della Germania e dei Paesi Bassi. Ciò significa che il mercato ritiene più rischioso indebitarsi con l’Unione che con questi due Stati Membri. E non è tutto: se si considera il Titolo decennale (una delle tipologie di titoli emesse dalla Banca Centrale Europea) si vede come lo spread, ovvero la differenza di rendimento tra il titolo europeo e lo stesso titolo tedesco, sia in continuo aumento, tanto da eguagliare lo spread tra Spagna e Germania. Fatte queste considerazioni, è doveroso chiedersi cosa non abbia funzionato nell’emissione di questi titoli, che si sono rivelati meno performanti rispetto alle aspettative iniziali. 

Le cause di natura “tecnica” e le peculiarità del debito europeo

Innanzitutto, vanno tenute in considerazione delle cause di natura tecnica. Bisogna infatti ricordare che gli Eurobond sono meno liquidi degli altri titoli di Stato, soprattutto perché sono stati emessi in quantità minore. Ciò vuol dire che sono più difficili da vendere o acquistare rapidamente, condizione che potrebbe essere meno appetibile per chi investe, soprattutto in caso di turbolenza sui mercati. Peraltro, non sono mai stati emessi contemporaneamente, ma la Commissione europea ha scelto di frammentarli in base ai singoli programmi da finanziare (Next Generation EU, Sure, …). Sono anche più recenti rispetto agli altri bond, e quindi non c’è uno storico in cui poter analizzare il loro andamento, caratteristica che li fa percepire come più rischiosi. 

Le cause di natura “politica” e la scarsa fiducia verso l’Europa

A queste cause vanno però aggiunti motivi di natura politica: il mercato, infatti, non solo si fida meno degli Eurobond per la minore liquidità ed esperienza, ma anche per come sono stati concepiti fin dal principio. Infatti, il debito pubblico europeo non è stato pensato come permanente: allo stato attuale delle cose, l’emissione di nuovi titoli terminerà nel 2026 e da lì in poi ci sarà solo un rinnovo parziale per ridurli gradualmente fino al 2058, anno in cui tutto il debito dovrà essere restituito. Le stesse dichiarazioni politiche a tal proposito non sono incoraggianti: i Paesi cosiddetti “frugali” continuano infatti a ribadire che l’emissione di debito comune in Europa è stato un evento eccezionale che non si ripeterà in futuro. Inoltre, il debito europeo non viene garantito da risorse proprie, perché l’Unione non può imporre direttamente tributi, ma dipende dagli Stati membri, che versano dei contributi basati sul proprio reddito nazionale lordo. Di conseguenza, dipende dagli Stati, che spesso negoziano fra loro a rilento e con difficoltà, e questo riduce ulteriormente la fiducia degli investitori.

 

Può l’Europa uscire da questa situazione? 

Se il debito europeo è poco appetibile ora, sarà difficile che lo diventi dopo il 2026, quando vista la sua riduzione esso diventerà ancora meno liquido. Per contrastare ciò, la Commissione ha provato a risolvere alcune delle cause di natura tecnica. Ad esempio, per ridurre la frammentazione e quindi stimolare la liquidità, ha dato il via da gennaio a una strategia di finanziamento unificata, che prevede che (quasi) tutti i programmi d’ora in poi siano finanziati da Eurobond standardizzati. Tuttavia, modifiche di questo calibro non riusciranno a risolvere completamente il problema: come suggerito anche dal Parlamento europeo e dalla Banca Centrale Europea, la vera soluzione sarebbe uno sviluppo istituzionale dell’Unione, ad esempio concedere all’Unione il potere di tassazione diretta, in modo da rafforzare la sua sovranità e rendere gli Eurobond percepiti in modo più simile ai titoli emessi dagli Stati. Infine, sarebbe utile rendere il debito permanente – o perlomeno mantenere l’opzione di emettere debito nei momenti di crisi. Tuttavia, tali sviluppi sembrano ancora lontani: per il momento, dunque, è ragionevole pensare che questi problemi rimarranno irrisolti.

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