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Il nuovo volto dell’OPEC: da cartello del petrolio a forum politico durante la transizione energetica

OPEC

L’Organizzazione dei Peasi Esportatori di Petrolio (OPEC) nasce nel 1960 per rivendicare la sovranità energetica dei Paesi produttori contro il dominio delle Sette Sorelle. La sua storia è un’evoluzione che rispecchia il rapporto antitetico tra potere e diplomazia. Mentre l’OPEC tentava di affermarsi come organizzazione internazionale che riunisce e coordina le complesse dinamiche del mercato petrolifero globale, il marchio di cartello del petrolio rappresentò il più grande ostacolo da superare.

Questa interpretazione oggi è anacronistica, l’OPEC è ben più di un cartello del petrolio, è un forum politico e sede della diplomazia del petrolio. Sarà però in grado di affrontare le sfide odierne di de carbonizzazione nel nuovo ordine energetico globale?

Energia, sicurezza e realpolitik

Gran parte delle decisioni di sicurezza internazionale segue i parametri della realpolitik. Per realpolitik si intende l’approccio politico che mette al centro il pragmatismo nelle scelte di politica, specialmente estera. In questo contesto, gli attori agiscono sulla base di concretezza e interessi nazionali tangibili, evitando di farsi condizionare da principi morali universali.

Sebbene l’ordine internazionale contemporaneo, formalmente democratico-liberale, spinga gli Stati ad allinearsi a principi e valori condivisi, nell’ambito della sicurezza tali parametri risultano più elastici. La necessità di garantire un approvvigionamento energetico stabile ha spesso orientato scelte di sicurezza internazionale con effetti profondi sulla sfera energetica globale. Nel XX secolo, il controllo delle risorse energetiche ha definito non solo i rapporti di forza economici, ma anche la sovranità politica degli Stati (Munster, 2012).

In questo contesto nasce, nel 1960, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC). Nel tempo, l’OPEC ha acquisito la fama di cartello del petrolio, ovvero di un’organizzazione capace di manipolare produzione e prezzi per favorire i propri membri, spostando l’equilibrio geopolitico a vantaggio del Medio Oriente. Tali accuse furono particolarmente diffuse negli anni Settanta e Ottanta, durante le due crisi petrolifere (Garavini, 2019).

Le origini dell’OPEC e la fine del dominio delle “Sette Sorelle”

Sin dalla sua fondazione, l’OPEC ha incarnato la connessione tra energia e politica, ma anche la tensione tra energia e sicurezza. La sua nascita fu una spinta di risposta ad un sistema di controllo solido e resiliente delle cosiddette “Sette Sorelle”, le principali compagnie petrolifere occidentali, tra cui Shell, British Petroleum e Standard Oil.

Queste compagnie detenevano il controllo quasi totale sull’estrazione, sulla vendita, sul prezzo del greggio e sulla gestione dei ricavi nei paesi produttori, lasciando alle amministrazioni locali solo royalties fisse, in un contesto già segnato dal dominio coloniale. Per royalties si intende la quota fissa che le compagnie petrolifere davano al Paese che possedeva la risorsa petrolifera come compenso. I contratti di concessione tra Stato e compagnia petrolifera spesso avvantaggiavano i secondi. La compagnia petrolifera gestiva l’intero apparato di estrazione, raffinazione ed esportazione, incassando il surplus di guadagno, meno la quota fissa (royalty) data allo Stato produttore. Da qui deriva lo sfruttamento della risorsa petrolifera e la conseguente volontà di nazionalizzazione.

Proprio questo assetto spinse gli Stati produttori a unirsi per reclamare sovranità sulle proprie risorse. L’eco della strategia del ministro Pérez Alfonzo per la nazionalizzazione dell’industria petrolifera venezuelana fu catalizzatore per i primi movimenti anticoloniali in Messico (1938) e Iran (1953) (McNally, 2017, pp.142-145). Alfonzo mise in discussione il sistema iniquo ‘quota fissa’ delle royalties, e collaborò con l’Arabia Saudita, in particolare di Abdullah al-Tariki, Direttore Generale per gli Affari del Petrolio e delle Miniere del Regno,  per gettare le basi per un’azione congiunta dei Paesi produttori.

La coalizione fu essenziale per il riconoscimento dei Paesi detentori delle risorse come interlocutori paritetici in sede negoziale. L’esito fu l’abbandono del sistema delle royalties a favore di un modello di divisione al 50% dei profitti, una divisione paritaria, pur mantenendo invariata l’assenza di controllo sulla produzione. Per tutto il decennio degli anni ’60 la grande sfida dei due padri fondatori dell’OPEC fu la progressiva nazionalizzazione dell’industria petrolifera e il pieno controllo dei Paesi produttori a scapito del dominio delle Sette Sorelle (Yergin, 2012, p. 562).

Dalla marginalità alla centralità: la crisi petrolifera

Nonostante la sua fondazione nel 1960, l’OPEC rimase a lungo un attore marginale. Negli anni Cinquanta e Sessanta i prezzi del greggio rimasero relativamente stabili e il potere restò saldamente nelle mani dei Paesi consumatori. Fu solo negli anni Settanta che si verificò un primo spostamento significativo del potere verso i produttori (McNally, 2017, p.150).

Nel 1973 la crisi petrolifera segnò un punto di svolta: per la prima volta l’energia fu impiegata esplicitamente come strumento politico. Gli Stati Arabi produttori di petrolio (OAPEC) si unirono in un embargo, deciso in risposta al sostegno occidentale a Israele durante la Guerra dello Yom Kippur, sostenuto da un aumento dei prezzi e una lenta ma costante diminuzione della produzione.

Lo strumento dell’embargo: una forma di diplomazia?

Dopodiché, la crisi petrolifera raggiunse l’Europa e l’America, dove vennero promosse misure di risparmio energetico, addirittura diminuendo i giorni lavorativi. Ciononostante, per quanto si disse che fosse un gesto di supremazia energetica, l’obiettivo dei Paesi Arabi produttori di greggio era il riconoscimento della propria sovranità internazionale e autorità deliberativa rispetto agli affari energetici del Medio Oriente. Gli Stati Arabi erano consapevoli di essere il rubinetto energetico dell’Occidente, e impiegarono questa leva come strumento di legittimazione delle proprie rivendicazioni politiche all’interno delle dinamiche internazionali (Robinson, 1988).

L’embargo non fu una misura prettamente economica, ma un atto di affermazione internazionale del mondo arabo, volto a dimostrare che le sue esigenze non potevano più essere ignorate (Ibid., p.73). Su tutti i giornali dell’epoca era presente il volto del ministro del petrolio saudita Zaki Yamani, quale artefice della crisi petrolifera degli anni ’70. D’altro canto, la sua forma di diplomazia fu il risultato di due anni di tentati accordi con gli Stati Uniti rispetto alla guerra tra Stati Arabi e Israele. Durante quel periodo le sue lettere vennero sempre ignorate e i suoi appelli vennero sottovalutati.

Nonostante l’alleanza che univa Stati Uniti e Arabia Saudita, un embargo strategico rappresentò il modo migliore per dimostrare che la voce del Medio Oriente non doveva più essere screditata. Yamani mise il dibattito energetico al centro, ora petrolio e politica si mescolano per la prima volta nell’immaginario collettivo occidentale, ma come lui stesso dichiarò petrolio e politica non erano mai stati separati per dei paesi prima colonizzati.

Il mito del cartello: limiti strutturali dell’OPEC

L’embargo del 1973 fu un blocco alle esportazioni di petrolio a quegli Stati che contribuivano al supporto militare a Israele, ovvero Stati Uniti e Paesi Bassi. Durò cinque mesi e paradossalmente si rivelò economicamente meno efficace di quanto spesso si creda. Le analisi dimostrano che la crisi economica che colpì l’Occidente, che, come precedentemente detto, costrinse a diminuire i giorni lavoratori, fu in realtà effetto dell’inflazione e dell’aumento dei prezzi dovuto alla domanda di mercato del petrolio (Yergin, 2012; Ashford, 2022). Ciò dimostra che la crisi economica sarebbe probabilmente arrivata comunque per ragioni di mercato, a prescindere dal blocco delle esportazioni imposto dai Paesi Arabi.

Tuttavia, la paura innescata in Occidente e il timore che il Medio Oriente blocchi nuovamente l’approvvigionamento di petrolio giocò a favore dell’OPEC. Gli Stati dell’OPEC guadagnarono riconoscimento politico, e si rafforzò il prestigio politico dei Paesi Arabi produttori di greggio (Ashford, 2022, p.155).

Negli anni successivi, la tendenza fu confermata in quanto la capacità dell’OPEC di agire come cartello economico si dimostrò limitata. I prezzi risposero più alla domanda globale e crisi politiche che alle decisioni collettive dell’organizzazione sulla produzione (Mabro, 1994; Colgan, 2021). Gli interessi nazionali divergenti portarono spesso alla violazione delle quote di produzione, indebolendo la coesione interna (Parra, 2005; Yetiv, 2004). Come osserva Colgan (2021), l’OPEC ha più la forma di un “club politico” anziché di un cartello.

Le sfide strutturali dell’OPEC

Dagli anni Ottanta in poi, l’OPEC affrontò crescenti sfide strutturali: dipendenza dalle rendite energetiche, scarsa diversificazione economica e instabilità finanziaria (Garavini, 2019, pp.380–489). La fine della Guerra Fredda e l’emergere di nuovi produttori – Norvegia, Russia, Canada – ridussero ulteriormente la sua influenza (Painter, 2012). Tradizionalmente, l’Arabia Saudita aveva agito da swing producer, sacrificando parte della propria produzione per stabilizzare il mercato.

Lo swing producer è il ruolo che l’Arabia Saudita si è assunto per evitare sbalzi della produzione sul mercato. Ogni Stato possedeva delle quote di produzione prestabilite, ma nel momento in cui queste non venivano rispettate si rischiava di avere troppo greggio sul mercato e, tendenzialmente, un’offerta che supera la domanda genera il crollo dei prezzi, e dunque meno guadagno per i Paesi produttori. L’Arabia Saudita ha dovuto quindi diminuire la propria produzione ogni volta che gli Stati dell’OPEC non rispettavano la quota. Questo sistema tuttavia è fortemente ineguale, lo Stato che produceva più di quanto assegnato esporta di più e guadagna di più, l’Arabia Saudita, diminuendo la produzione, si rassegnava ad un guadagno ridotto.

Il mancato rispetto delle quote da parte degli altri membri dell’OPEC rese questo ruolo insostenibile per l’Arabia Saudita, inoltre, la mancata coordinazione fu testimone dell’incapacità dell’OPEC di regolare del mercato globale (Qasem, 2016).

OPEC+ la rivoluzione shale oil

Nel XXI secolo, la rivoluzione dello shale oil ha trasformato il mercato energetico. La fratturazione idraulica ha reso gli Stati Uniti esportatori netti, erodendo la quota di mercato dei produttori tradizionali (McNally, 2017; Alvarez & Di Nino, 2017). Seguì la decisione saudita nel 2014 di non ridurre la produzione, di non agire più da swing producer, proprio per preservare la propria offerta. Il timore fu che lo shale oil rappresentasse il colpo finale per la morte dell’OPEC (Hanewald, 2014).

Eppure, invece di scomparire, l’OPEC si è trasformata. La crescente competizione e l’urgenza climatica spinsero gli Stati del Golfo a rafforzare la cooperazione con produttori non-OPEC. Il risultato fu la nascita di OPEC+ nel 2016, includendo attori come la Russia (Beck & Richter, 2021, p.19). Questa alleanza ora controlla oltre il 50% dell’offerta globale e il 90% delle riserve petrolifere (Prisecaru, 2021), dimostrando una notevole resilienza politica.

La sfida della transizione energetica

Oggi l’OPEC affronta una sfida ancora più profonda: la transizione energetica. Con l’Accordo di Parigi del 2015, la sicurezza energetica è sempre più legata alla decarbonizzazione e alla diversificazione delle fonti. Il possibile peak oil demand mette a rischio la sostenibilità delle economie basate sulle rendite petrolifere (Claes & Garavini, 2021; Luciani & Looney, 2012), con effetti particolarmente gravi per i paesi più vulnerabili dell’Africa subsahariana (Prince, 2023).

Il Peak Oil Demand (picco della domanda di petrolio) indica il momento storico in cui il consumo globale di greggio raggiungerà il suo livello massimo per poi iniziare un declino strutturale e irreversibile. Sono state diverse le stime nella storia del momento in cui si verificherà questa condizione, tuttavia l’attuale consumo di petrolio al momento è in crescita, il picco della domanda è attualmente previsto entro il 2030, ma è giusto ricordare che sono numerose le analisi che in passato sono risultate in previsioni erronee. Le politiche climatiche e la crisi del multilateralismo riducono ulteriormente la capacità dell’OPEC di incidere sui mercati (Belyi, 2014; Escribano, 2015). Tuttavia, l’organizzazione conserva un ruolo politico rilevante come piattaforma di coordinamento e riconoscimento tra Stati esportatori (Colgan, 2014; Khong, 2019).

L’OPEC come forum politico della decarbonizzazione

Nel nuovo ordine energetico globale, la sopravvivenza dell’OPEC dipende dalla sua capacità di trasformarsi da cartello economico a forum politico della transizione. Se negli anni Settanta rappresentava il simbolo della sovranità energetica del Sud globale, oggi può mantenere rilevanza solo come attore diplomatico nella gestione della decarbonizzazione.

La sua evoluzione riflette quella dell’energia stessa: da strumento di dominio a bene comune globale, in cui il potere non deriva più dal controllo dei barili prodotti e venduti, ma dalla capacità di negoziare un futuro sostenibile.

*Immagine di copertina: [Foto di Arvind Vallabh via Unsplash]

Il testo è una rielaborazione di un progetto di Tesi di Daria Keyvan Khosrow, per maggiori informazioni sulle fonti si invita a contattare la Redazione di Orizzonti Politici.

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