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L’oro nero dei cartelli: come il furto di petrolio finanzia i gruppi armati dalla Nigeria al Messico

furto di petrolio

Fin dalle prime ore del giorno circolano strane voci riguardo un fiume di benzina scorrere giù dalle sommità della collina. È venerdì 18 Gennaio 2019 e una folla si sta accalcando tra le stradine, attratta dalla disponibilità di carburante gratuito. All’improvviso un’esplosione devastante uccide 93 persone e ne ferisce altre 81 con gravi ustioni. Perderanno la vita un totale di 137 persone tra cui adolescenti e bambini, in una tragedia che ha sconvolto il villaggio di Tlahuelilpan, nello stato di Hidalgo, Messico.

La notte precedente un gruppo di criminali aveva applicato con metodi rudimentali un rubinetto clandestino perforando una conduttura vicina al villaggio e una massiccia fuoriuscita di oro nero aveva iniziato a sgorgare dall’oleodotto come un ruscello. Quando, al mattino successivo, l’aria densa di gas infiammabile ha incontrato una fonte di ignizione, quella che doveva essere un’azione eclatante alla Robin Hood, in un periodo di penuria di carburante, si era trasformata in una catastrofe umanitaria. Ma non è un caso isolato.

Il furto e il contrabbando di carburanti sono minacce emergenti alla sicurezza energetica globale. La traiettoria osservabile in Messico e Nigeria illustra come l’economia illecita di idrocarburi favorisca l’emergere di gruppi armati e forme di controllo territoriale alternative a quelle degli Stati.

Un nuovo pilastro dell’economia criminale ridefinisce le agende di sicurezza

Da episodi che rimandavano al più tradizionale banditismo sociale e ridistributivo, oggi, il contrabbando di petrolio è ritenuto la seconda maggiore fonte di finanziamento dei cartelli dopo il narcotraffico. Questo nuovo pilastro delle economie criminali è una pratica in espansione che prolifera in tutto il mondo, soprattutto in contesti ad alta dipendenza da idrocarburi, dove ridefinisce le priorità di sicurezza.

Il contrabbando di petrolio dal Venezuela verso gli Stati Uniti ha spinto l’amministrazione Trump verso una politica di intervento diretto sulla capitale venezuelana e in mare ai danni delle petroliere accusate di trasportare carburante per evadere le sanzioni e finanziare il Narco-Terrorismo, in un gioco ad altissima tensione geopolitica.

Il recente conflitto siriano ha visto l’indebolimento del regime innescare una corsa all’appropriazione delle infrastrutture energetiche, tra gruppi armati come lo Stato Islamico e le SDF che hanno fatto del petrolio rilevato una fonte di finanziamento per la guerriglia.

Schemi come quello del conflitto siriano sono comuni in Africa e America Latina dove stanno progressivamente alimentando instabilità geopolitica, finanziando gruppi armati come i cartelli messicani e indebolendo le istituzioni di stati che si reggono sulla rendita petrolifera, come nel caso della Nigeria.

Venendo ai dati, l’impatto economico globale del furto e dello smercio di carburanti è stimato da Transnational Alliance to Combat Illicit Trade (TRACIT) , per circa 133 miliardi di dollari all’anno tra idrocarburi rubati, adulterati o oggetto di frodi a danno delle compagnie energetiche, a cui si sommano perdite sulle accise ai danni dei bilanci Statali, e contrabbando su larga scala. Questa cifra rappresenta circa il 6% del danno complessivo del commercio illecito globale, che lo stesso TRACIT stima in circa 2,2 trilioni di dollari l’anno.

L’impatto ambientale è altrettanto preoccupante: il commercio illecito di carburanti ha un altissimo costo ambientale. La raffinazione illegale del crudo rubato produce grandi quantità di scarti tossici che possono essere smaltiti nell’ambiente, come avviene spesso nel Delta del Niger; Il sabotaggio di oleodotti sottomarini con il riversamento del gas o del petrolio in acqua danneggia interi ecosistemi marini, falde sotterranee compromettendo la pesca e l’agricoltura in contesti in cui l’economia di sussistenza regge intere comunità rurali. Il commercio illegale e il furto erodono le basi fiscali dei paesi con industrie petrolifere come Nigeria e Angola indebolendo le loro istituzioni.

Questi sono solo esempi di come questo fenomeno sia un vettore di recessione rispetto agli obiettivi di sviluppo sostenibile come l’SDG 3 sulla salute e il benessere, l’SDG 8 sulla crescita economica e infine l’SDG 16 sulla pace, la giustizia e istituzioni solide.

Gruppi etnici mettono in ginocchio il colosso petrolifero nigeriano

Secondo la Banca Africana Dello Sviluppo, solo il continente africano, costellato di stati esportatori di petrolio, registra traffici illeciti di idrocarburi per 100 miliardi di dollari ogni anno. La Nigeria, tra i maggiori esportatori di idrocarburi del continente, ha registrato perdite economiche dovute al furto di petrolio nazionale per un valore di 41,9 miliardi di dollari tra il 2009 e il 2018 e 13 milioni di barili di greggio persi tra furti e sabotaggi nel 2022 secondo i dati del Nigerian Extractive Industries Transparency Initiative (NEITI).

Questi dati rappresentano una delle perdite più elevate in anni recenti a livello mondiale, con danni devastanti sulla popolazione. Alcune comunità locali hanno conosciuto la perdita quasi totale della pesca e della loro terra agricola, affetta dalla contaminazione irreversibile delle falde che priva i villaggi della loro economia di sussistenza, spingendo gli abitanti a militare per le organizzazioni criminali.

Le organizzazioni nigeriane operano in un ecosistema criminale che affonda le radici nelle rivendicazioni dei gruppi etnici locali, si avvale delle immense rendite dell’industria petrolifera nazionale e si muove agile in un fitto reticolo di canali a mangrovie, tristemente depauperato dall’inquinamento, che è il Delta del Niger.

Tra queste, il Movimento Per L’Emancipazione Del Delta Del Niger (MEND), sorto a metà anni 2000, è l’unione di clan locali chiamati Ijaw, accomunati dalle rivendicazioni sulla gestione dell’industria di greggio su cui si poggia l’economia del delta. Tra il 2006 e il 2009, ponendosi in continuità con le varie rivolte degli Ijaw nei primi anni 2000, il MEND ha scatenato un’ondata di **insurrezioni armate** con attacchi alle raffinerie di stato, alle navi e ai simboli dell’industria negli stati di Rivers, Bayelsa e Delta, in quella che possiamo chiamare un’insurrezione petrolifera. Nel 2009 il governo federale nigeriano ha lanciato un programma di amnistia nel tentativo di convertire la leadership rivoltosa alla collaborazione con le autorità. Il programma prevedeva una consegna delle armi e cessioni territoriali in cambio di paghe mensili e accordi per la tutela degli oleodotti, che risultò in un fallimento totale: i leader MEND passarono da una posizione di antagonismo allo status di contractor statale, garanti degli accordi presi sulla sicurezza e mantennero connesso il network criminale, continuando a “tollerare” i flussi illegali, producendo una sostanziale zona grigia in cui lo stato federale delega il controllo territoriale al gruppo armato.

In Messico il business del petrolio rubato penetra nella cultura popolare

Il fenomeno del Huacicoleo, ovvero del furto di petrolio in Messico è una delle manifestazioni più interessanti dell’integrazione della criminalità organizzata nel tessuto sociale.

In America latina il Messico è il paese sicuramente più colpito dal furto di petrolio, con la compagnia statale Pemex che denuncia perdite annuali di 3 miliardi di dollari per il furto di petrolio dagli oleodotti nazionali, **con picchi di 12.873 “tomas clandestinas” l’anno tra il 2018 e il 2020, in un contesto in cui le entrate petrolifere finanziano circa un terzo del bilancio federale. Così come in Colombia, anche in Messico il petrolio viene ampiamente utilizzato nel processo di manifattura artigianale della cocaina, servendo come solvente per separare il principio attivo dalla pasta di coca grezza, portando alla luce un legame eloquente tra il huachicoleo e il narcotraffico.

Una transizione è avvenuta negli ultimi decenni da piccoli gruppi di ladri di petrolio, sempre stati presenti in Messico, un paese con ricchezza petrolifera vastissima e una ricca tradizione di banditismo sociale, a organizzazioni militarizzate che mantengono una presa identitaria sulle comunità. Il huachicol diventò un’attività prioritaria per i cartelli a partire dalla repressione sul narcotraffico iniziata nel 2006 sotto la presidenza Calderón, che li spinse verso nuove fonti di reddito. Parallelamente, la diminuzione dei sussidi all’industria petrolifera fece aumentare i prezzi alla pompa, rendendo il carburante una merce ancora più redditizia per i trafficanti.

Un esempio di come un’organizzazione marginale possa evolversi e militarizzarsi attraverso la diversificazione verso il traffico di carburanti è il **Cartello di Santa Rosa de Lima** che intorno al 2017, cessa di essere un semplice attore regionale entrando in conflitto con il Cartello Jalisco Nueva Generación in una contesa per il controllo degli oleodotti di Villagrán (Guanajuato). La militarizzazione del gruppo è avvenuta in risposta alla pressione repressiva dello stato e alla lotta contro altri cartelli, in un ciclo di radicalizzazione reciproca.

Intanto le comunità locali coltivano una nuova sorta di sottocultura cristiana-huachicolera: bucare gasdotti con attrezzature rudimentali è un lavoro pericoloso di cui beneficia la comunità, e lo stile di vita del huacicolero viene spesso celebrato in ballate popolari o addirittura sacralizzato come accade con il Santo Niño Huachicolero, santo ricalcato sul Santo Niño de Atocha, che invece di portare bastone pastorale e fiori, porta taniche e un tubo flessibile, strumenti simbolo del furto di carburante.⁠⁠

Superare la repressione: verso una resilienza energetica

Sia nel caso nigeriano che messicano, le policy di contrasto repressive hanno contribuito alla radicalizzazione armata dei gruppi dediti al furto di petrolio. In seguito ai tentativi di decapitare le loro leadership, si sono innescate una miriade di scissioni, guerre di successione e contese territoriali con la nascita di una costellazione di gruppi locali che si espande a macchia d’olio sul territorio.

Non solo la repressione fallì, ma anche le misure redistributive e di welfare risultarono poco efficaci e impopolari. Nel 2018 è eletto Andrés Manuel López Obrador con il mandato specifico di riformare la sicurezza e dichiarò un piano preventivo e coercitivo, inserendo esplicitamente misure di ingegneria sociale rispetto alla pura logica repressiva dei governi precedenti. Oltre ai presidi militarizzati delle aree a rischio, riformò l’ ”Instituto para Devolver al Pueblo lo Robado” ricalcando un modello di redistribuzione finanziaria collaudato in Italia con l’Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati (ANBSC), che gioca contro i cartelli il riutilizzo degli asset confiscati alle mafie come servizio o bene pubblico. Questa strategia inserita nel contesto Messicano, puntava al prosciugamento delle basi sociali su cui si poggiano i cartelli, dando alternative legali alle comunità. Malgrado alcune misure colpissero la vulnerabilità dei cartelli, questa strategia aumentò le spese per lo stato, i prezzi del carburante e la pressione sui territori dipendenti dal mercato nero, contribuendo a delegittimare lo Stato là dove il huachicoleo era stato banalizzato come forma di sopravvivenza. Il risultato finale fu un sostanziale abbassamento del carburante rubato, in cambio di inflazione, fila ai distributori di benzina e cittadini scontenti.

La precondizione per spezzare l’integrazione sociale dei cartelli con le comunità locali è la promozione di opportunità economiche legali concrete e il riutilizzo delle rendite petrolifere nazionali per scopi di utilità sociale e securitaria. Il terreno fertile dei cartelli è la povertà, la mancanza di opportunità e la fragilità istituzionale che gli permettono di offrire possibilità superiori alla popolazione in cambio della partecipazione ad attività di furto di carburante e narcotraffico. Se i pattern messicani si replicassero in altre regioni le risposte di policy implementate fino ad oggi non preverrebbero concretamente il fenomeno che potrebbe continuare generare perdite economiche, ambientali e instabilità geopolitica su scala globale.

*Immagine di copertina: [crediti foto Stakeholder Democracy/CC BY-NC-ND 2.0]
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