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L’oro nero dei cartelli: come il furto di petrolio finanzia i gruppi armati dalla Nigeria al Messico

furto di petrolio

Il furto e il contrabbando di carburanti sono minacce emergenti alla sicurezza energetica globale. La traiettoria osservabile in Messico e Nigeria illustra come l’economia illecita di idrocarburi favorisca l’emergere di gruppi armati e proliferi in contesti ad alta dipendenza da idrocarburi, dove ridefinisce le priorità di sicurezza.

Un nuovo pilastro dell’economia criminale ridefinisce le agende di sicurezza

Da episodi che rimandavano al più tradizionale banditismo sociale e ridistributivo, oggi, il contrabbando di petrolio è ritenuto la seconda maggiore fonte di finanziamento dei cartelli dopo il narcotraffico. Questo nuovo pilastro delle economie criminali è una pratica in espansione che prolifera in contesti ad alta dipendenza da idrocarburi, dove ridefinisce le priorità di sicurezza.

Il contrabbando di petrolio dal Venezuela verso gli Stati Uniti ha mosso l’amministrazione Trump verso una politica di intervento diretto sulla capitale venezuelana e in mare ai danni delle petroliere accusate di trasportare carburante per evadere le sanzioni e finanziare il Narco-Terrorismo. Tale postura dimostra come il contrasto alle economie illecite nel settore energetico sia già ampiamente integrato nelle agende strategiche degli attori di primo piano nello scenario internazionale.

Dinamiche come quelle registrate nella Libia post-2011 o nel contesto siriano, dove coalizioni armate si contendono giacimenti, oleodotti e terminali petroliferi per ricavare rendite e indebolire istituzioni centrali, si riproducono in diversi teatri regionali caratterizzati di ricchezza petrolifera. Il furto e il contrabbando di petrolio e gas stanno progressivamente alimentando instabilità, finanziando gruppi armati come i cartelli messicani e indebolendo le istituzioni di stati che si reggono sulla rendita petrolifera, come nel caso della Nigeria.

Venendo ai dati, l’impatto economico globale del furto e dello smercio di carburanti è stimato da Transnational Alliance to Combat Illicit Trade (TRACIT) , per circa 133 miliardi di dollari all’anno tra idrocarburi rubati, adulterati o oggetto di frodi a danno delle compagnie energetiche, a cui si sommano perdite sulle accise ai danni dei bilanci Statali, e contrabbando su larga scala. Questa cifra rappresenta circa il 6% del danno complessivo del commercio illecito globale, che lo stesso TRACIT stima in circa 2,2 trilioni di dollari l’anno.

Oltre al danno economico, il commercio illecito di carburanti ha un altissimo costo ambientale. La raffinazione illegale del crudo rubato produce grandi quantità di scarti tossici che possono essere smaltiti nell’ambiente, come avviene spesso nel Delta del Niger; Il sabotaggio di oleodotti sottomarini con il riversamento del gas o del petrolio in acqua danneggia interi ecosistemi marini, falde sotterranee compromettendo la pesca e l’agricoltura in contesti in cui l’economia di sussistenza regge intere comunità rurali.

Gruppi etnici mettono in ginocchio il colosso petrolifero nigeriano

Secondo la Banca Africana Dello Sviluppo, solo il continente africano, costellato di stati esportatori di petrolio, registra traffici illeciti di idrocarburi per 100 miliardi di dollari ogni anno. La Nigeria, tra i maggiori esportatori di idrocarburi del continente, ha registrato perdite economiche dovute al furto di petrolio nazionale per un valore di 41,9 miliardi di dollari tra il 2009 e il 2018 e 13 milioni di barili di greggio persi tra furti e sabotaggi nel 2022 secondo i dati del Nigerian Extractive Industries Transparency Initiative (NEITI).

Le organizzazioni criminali nigeriane affondano le radici nel terreno fertile delle rivendicazioni territoriali ed etniche locali, sfruttano le immense rendite dell’industria petrolifera nazionale e si muovono agili in un fitto reticolo di canali a mangrovie, tristemente depauperato dall’inquinamento, che è il Delta del Niger.

Tra queste, il Movimento Per L’Emancipazione Del Delta Del Niger (MEND), sorto a metà anni 2000, è l’unione di clan locali chiamati Ijaw, accomunati dalle rivendicazioni sulla gestione dell’industria di greggio su cui si poggia l’economia del delta. Tra il 2006 e il 2009, ponendosi in continuità con le varie rivolte degli Ijaw nei primi anni 2000, il MEND ha scatenato un’ondata di insurrezioni armate con attacchi alle raffinerie di stato, alle navi e ai simboli dell’industria negli stati di Rivers, Bayelsa e Delta, in quella che possiamo chiamare un’insurrezione petrolifera. Nel 2009 il governo federale nigeriano ha lanciato un programma di amnistia nel tentativo di convertire la leadership rivoltosa alla collaborazione con le autorità. Il programma prevedeva una consegna delle armi e cessioni territoriali in cambio di paghe mensili e accordi per la tutela degli oleodotti, che risultò in un fallimento totale: i leader MEND passarono da una posizione di antagonismo allo status di contractor statale, garanti degli accordi presi sulla sicurezza e mantennero connesso il network criminale, continuando a “tollerare” i flussi illegali, producendo una sostanziale zona grigia in cui lo stato federale delega il controllo territoriale al gruppo armato.

In Messico il business del petrolio rubato penetra nella cultura popolare

In America latina il Messico è il paese tra i paesi più colpiti dal furto di petrolio, con la compagnia statale Pemex che denuncia perdite annuali di 3 miliardi di dollari per il furto di petrolio dagli oleodotti nazionali, con picchi di 12.873 “tomas clandestinas” l’anno tra il 2018 e il 2020, in un contesto in cui le entrate petrolifere finanziano circa un terzo del bilancio federale. Così come in Colombia, anche in Messico il petrolio viene ampiamente utilizzato nel processo di manifattura artigianale della cocaina, servendo come solvente per separare il principio attivo dalla pasta di coca grezza, portando alla luce un legame eloquente tra il huacicoleo e il narcotraffico.

Il fenomeno del Huacicoleo, ovvero del furto e contrabbando di petrolio in Messico, rappresenta un caso paradigmatico di integrazione della criminalità organizzata nel tessuto sociale.

I gruppi di huachicoleros sono riusciti a ottenere l’approvazione e il sostegno delle comunità, in primo luogo offrendo benzina a prezzi significativamente più bassi rispetto alle stazioni ufficiali, puntando sui volumi di vendita più che sulla determinazione del prezzo. In secondo luogo, sfruttando festività ed eventi particolari per distribuire parte del carburante rubato e altri beni ai residenti nelle aree strategiche per il furto e la distribuzione del carburante, con l’obiettivo di creare partnership più solide con la comunità. Per esempio, ogni Festa della Mamma a San Salvador Huixcolotla (stato di Puebla), gli huachicoleros regalano quantitativi di benzina rubata e elettrodomestici ai residenti, nel tentativo di costruire rapporti e assicurarsi protezione. Infine, le comunità locali hanno adottato una nuova sorta di sottocultura huachicolera, riflessa in un nuovo personaggio ispirato a un santo cattolico, “El Santo Niño Huachicolero”, al quale i residenti offrono barili di carburante come offerta e preghiera per protezione e abbondanza. L’appropriazione spirituale del Santo Niño Huachicolero segue i modelli tipici osservati nella narcocultura, in cui attori non statali emergenti sfruttano immagini e icone religiose per migliorare la posizione sociale della propria organizzazione nelle comunità in cui operano, mostrandosi come banditi benevoli e coraggiosi al punto da sfidare le ricche e corrotte compagnie statali.

Lo sfruttamento delle infrastrutture di PEMEX dipende anche dalla debolezza interna dei funzionari statali e delle insufficienti misure anti-corruzione. La svendita dell’apparato statale completa il quadro collocandosi come uno dei maggiori vettori di sviluppo dell’economia criminale del petrolio. Come sostenuto da Bunker e Sullivan, “il furto di carburante è più di un caso di saccheggio di Petróleos Mexicanos (PEMEX) e parla dell’erosione dello stato di diritto, della violenza e della corruzione che sfidano lo Stato. Inoltre, si traduce in battaglie per il controllo dell’impresa illecita e della politica locale e in una vera e propria guerra tra le bande e le forze dello Stato”.

Traiettoria storica del fenomeno

Il Messico, paese con vastissima ricchezza petrolifera e una profonda tradizione di banditismo sociale, ha visto una transizione svilupparsi negli ultimi decenni da piccoli gruppi di ladri di petrolio, sempre stati presenti in Messico, a organizzazioni sofisticate e militarizzate, che mantengono una presa identitaria sulle comunità. Si stima che Il huachicol diventò un’attività prioritaria per i cartelli a partire dalla repressione sul narcotraffico iniziata nel 2006 sotto la presidenza Calderón, che li spinse verso nuove fonti di reddito. Come parte della strategia di contrasto, Calderon scelse di finanziare il law enforcement con la diminuzione dei sussidi statali all’industria petrolifera facendo aumentare i prezzi alla pompa, rendendo il carburante una merce più redditizia per i trafficanti, che non hanno tardato ad adattarsi alle nuove circostanze.

Un esempio di come un’organizzazione marginale possa evolversi e militarizzarsi attraverso la diversificazione verso il traffico di carburanti è il Cartello di Santa Rosa de Lima (CSRL) che intorno al 2017, cessa di essere un semplice attore provinciale entrando in conflitto con il CJNG in una contesa per il controllo degli oleodotti di Villagrán (Guanajuato). Il CSRL e il CJNG sono attivi nella contesa per il controllo del commercio di idrocarburi nel Triángulo Rojo (Triangolo Rosso) di Guanajuato, costituito dalle città di Salamanca, Irapuato e Celaya.

Com’è noto, le organizzazioni criminali in Messico impiegano mezzi e metodi sofisticati, che l’anti-crimine convenzionale fatica ad intercettare. Il CSRL ha utilizzato operazioni sotterranee (tramite tunnel) per realizzare i propri allacciamenti illeciti agli oleodotti e come mezzo per evacuare l’area, eludendo l’inseguimento da parte delle forze governative e dei cartelli rivali. I cartelli hanno compiuto significativi avanzamenti anche sul dominio cognitivo includendo massicce operazioni informative (tra cui l’uso dei social media, striscioni, graffiti per diffondere il proprio messaggio, i propri simboli e, nel caso del business del carburante, glorificare la figura del huacicolero) e terroristiche come il corpse-messaging, ossia l’esposizione di simboli sui corpi dei rivali (insieme ad altre forme di smembramento e decapitazione). Utilizzano anche attività di intelligence, inclusi osservatori o halcones, e la sorveglianza, compresa la videosorveglianza con propri sistemi televisivi a circuito chiuso (CCTV) e reti radio per il controllo territoriale urbano. Il CSRL, ad esempio, ha anche filmato e divulgato le proprie azioni con videocamere GoPro, da usare a fini di propaganda e per migliorare l’efficacia tattica delle operazioni.

Superare la repressione: verso una resilienza energetica

Sia nel caso nigeriano che messicano, le policy di contrasto repressive hanno contribuito alla radicalizzazione armata dei gruppi dediti al furto di petrolio. In seguito ai tentativi di decapitare le loro leadership, si sono innescate una miriade di scissioni, guerre di successione e contese territoriali con la nascita di una costellazione di gruppi locali che si espande a macchia d’olio sul territorio.

Non solo la repressione fallì, ma anche le misure redistributive e di welfare risultarono poco efficaci e impopolari. Nel 2018 è eletto Andrés Manuel López Obrador con il mandato specifico di riformare la sicurezza e dichiarò un piano preventivo e coercitivo, inserendo esplicitamente misure di ingegneria sociale rispetto alla pura logica repressiva dei governi precedenti. Oltre ai presidi militarizzati delle aree a rischio, riformò l’ ”Instituto para Devolver al Pueblo lo Robado” ricalcando un modello di redistribuzione finanziaria collaudato in Italia con l’Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati (ANBSC), che gioca contro i cartelli il riutilizzo degli asset confiscati alle mafie come servizio o bene pubblico. Questa strategia inserita nel contesto Messicano, puntava al prosciugamento delle basi sociali su cui si poggiano i cartelli, dando alternative legali alle comunità. Malgrado alcune misure colpissero la vulnerabilità dei cartelli, questa strategia aumentò le spese per lo stato, i prezzi del carburante e la pressione sui territori dipendenti dal mercato nero, contribuendo a delegittimare lo Stato là dove il huachicoleo era stato banalizzato come forma di sopravvivenza. Il risultato finale fu un sostanziale abbassamento del carburante rubato, in cambio di inflazione, fila ai distributori di benzina e cittadini scontenti.

La precondizione per spezzare l’integrazione sociale dei cartelli con le comunità locali è la promozione di opportunità economiche legali concrete e il riutilizzo delle rendite petrolifere nazionali per scopi di utilità sociale e securitaria. Il terreno fertile dei cartelli è la povertà, la mancanza di opportunità e la fragilità istituzionale che gli permettono di offrire possibilità superiori alla popolazione in cambio della partecipazione ad attività di furto di carburante e narcotraffico. Se i pattern messicani si replicassero in altre regioni le risposte di policy implementate fino ad oggi non preverrebbero concretamente il fenomeno che potrebbe continuare generare perdite economiche, ambientali e instabilità geopolitica su scala globale.

*Immagine di copertina: [crediti foto Stakeholder Democracy/CC BY-NC-ND 2.0]
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