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Cina-UE: quali prospettive per commercio e diplomazia?

diplomazia tra Cina e Unione Europea

Le relazioni diplomatiche tra la Cina e l’Unione europea si trovano ad un bivio cruciale della loro storia. La guerra in Ucraina, i dazi di Trump e un panorama geopolitico sempre più conflittuale impongono inedite riflessioni in capo alla Commissione europea, proprio in merito al suo posizionamento strategico.

Quali sono le basi diplomatiche attuali tra queste due potenze? E i loro rapporti commerciali quali tendenze evidenziano? L’analisi che segue tenta di spiegarlo fornendo uno spunto di riflessione riguardo alle prospettive future.

La dimensione del commercio globale Cina-Ue

Nel 2024, l’UE e la Cina hanno scambiato beni e servizi per un valore totale di oltre 845 miliardi di euro. Un dato che, in percentuale, ammonta al 29,6% del commercio mondiale, come riportato dal Consiglio europeo, per un valore corrispondente ad un impressionante 34,4% del PIL globale.

Questi dati indicano, di per sé, una relazione economica ampia e strutturata, in notevole crescita nell’arco dell’ultimo decennio: tra il 2014 e il 2024 si parla di un aumento del 102% per quanto riguarda le importazioni dell’UE dalla Cina, oltre che di un aumento del 47% per le esportazioni. Tuttavia, ad un solido miglioramento delle relazioni commerciali, non si può dire che sia corrisposto un altrettanto solido rafforzamento d’intenti in ambito diplomatico. A titolo d’esempio, si prenda in considerazione le recenti dichiarazioni di Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, la quale ha accusato Pechino di “usare le catene di approvvigionamento globali come arma”, rappresentando una “minaccia diretta al commercio globale e alla base industriale dell’UE”. Le dichiarazioni di Kallas, risalenti a ottobre 2025, sono soltanto l’ultimo capitolo di una relazione diplomatica complessa.

Cina-Ue: Relazioni economiche complesse

La necessità, per l’UE, di mantenere ed ampliare i rapporti commerciali intrattenuti con il Dragone si scontra con la volontà di perseguire una politica economica più indipendente dalla Cina stessa. Consultando i dati con maggior precisione, infatti, si può notare l’enorme disavanzo nella bilancia commerciale (305,8 miliardi di euro se si considera soltanto il commercio di beni, 284 miliardi se si include i servizi) fra i due Paesi.

Una delle voci maggiori di questo disavanzo riguarda le cosiddette terre rare, oggi più che mai risorsa strategica al centro di importanti tensioni tra il gigante asiatico e l’Unione dei 27, che mira a ridurre la dipendenza nel settore con il piano RESourceEU. Adottato ufficialmente dalla Commissione il 3 dicembre scorso con l’obiettivo di diversificare le fonti di approvvigionamento, RESourceEU dovrebbe incentivare la cooperazione con altri paesi fornitori di terre rare, tra cui il Brasile e il Sudafrica.

I punti di tensione: le terre rare

Le terre rare sono un problema strutturale, per quanto concerne i rapporti tra la Cina e il resto del mondo: il Dragone controlla tra l’80 e il 90 per cento della produzione mondiale, forte di 44 milioni di tonnellate raccolte dai suoi giacimenti naturali, disseminati lungo l’immenso territorio cinese. Profetiche, in tal senso, le parole pronunciate già nel 1986 da Deng Xiaoping, ex Presidente della Repubblica Popolare. Nell’ambito della ricostruzione economica di un paese stremato dalla Rivoluzione Culturale maoista, Deng affermò che “I paesi arabi hanno il petrolio, la Cina ha le terre rare”, indicandone il fattore di principale sviluppo futuro del paese.

Si tratta di un ambito in cui l’UE, storicamente priva di territori poveri di risorse energetiche e minerarie, non può competere: si stima che il 98% dell’approvvigionamento di terre rare dell’Unione derivi dalla Cina (stime più “ottimistiche” oscillano attorno ad un 80% totale). Le maggiori speranze per il Vecchio Continente riguardano le recenti scoperte di giacimenti in Svezia e in Norvegia, ma anche nel migliore dei casi, l’ammontare di tonnellate ritrovato non sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno totale. Da qui la necessità strategica di gestire con cura la cooperazione economica tra le parti, pur evitando di rincorrere i fantasmi del passato come nel caso del gas russo.

Il nodo irrisolto della guerra in Ucraina

Sarebbe riduttivo e superficiale pensare che le attuali tensioni tra Unione e Cina derivino unicamente da dissidi commerciali e produttivi. Al centro degli scontri figura anche l’ambiguo posizionamento internazionale della Cina nei confronti del conflitto russo-ucraino.

La Repubblica Popolare vuole evitare di apparire troppo coinvolta in un conflitto internazionale, per non intaccare l’immagine propagandistica di Paese che “non ha mai invaso altre nazioni né preso parte a conflitti”, come dichiarato dallo stesso ministro degli Esteri cinese Wang Yi nel febbraio 2022. Lo stallo militare e politico in Russia ed Ucraina ha portato lo stesso ad ammettere, la scorsa estate, che la Cina “non può permettersi che la Russia perda la guerra”. Ciò nonostante, interpellato sugli aiuti militari cinesi inviati alla Russia dall’inizio del conflitto, su cui più volte Kallas si è espressa con durezza, Wang Yi ha sostenuto che “se la Cina aiutasse davvero la Russia come dite voi, Mosca avrebbe già vinto”.

I controlli sulle esportazioni cinesi: il caso Nexperia

Inoltre, ha suscitato grande scalpore il recente caso legato a Nexperia, società produttrice di chip tecnologici avanzati con sede nei Paesi Bassi, ma di proprietà della cinese Wingtech Technology. Il governo olandese, applicando una legge emanata più di settant’anni fa, ha di fatto preso il controllo della sede citando, come motivazione ufficiale, rischi legati alla sicurezza nazionale”.

La mossa è stata interpretata come un sostanziale allineamento del governo alle azioni intraprese dagli USA, nell’ambito della crisi diplomatica con la Cina sui controlli alle esportazioni: nel 2023, Wingtech Technology era stata inserita dal Dipartimento del commercio statunitense in un elenco di aziende cinesi soggette a limitazioni. Dopo che la Cina ha momentaneamente bloccato l’invio dei materiali necessari alla produzione di chip, il governo olandese ha ritirato il discusso provvedimento.

Il rischio concreto che la Cina proseguisse nel blocco delle esportazioni di chip, con conseguenti effetti negativi sull’industria europea, evidenzia una problematica centrale per l’Unione: la mancanza di una politica estera comune, che possa dirimere eventuali conflitti politici e commerciali. Il mancato coordinamento tra il governo olandese e la Commissione sul caso ha esposto quest’ultima non solo all’imbarazzo diplomatico, ma anche ad una ritorsione commerciale molto grave.

Non è la prima volta che i piani della Commissione sono intralciati dall’iniziativa personale dei governi degli stati membri: un esempio lampante è la costante opposizione di Viktor Orbán, primo ministro ungherese, all’invio di aiuti militari all’Ucraina.

Trump e la Politica Estera Comune Europea

Il 50° anniversario dell’avvio delle relazioni bilaterali celebrato al summit di luglio 2025 e l’ampia relazione commerciale fra le parti possono fornire lo spunto da cui partire per ricostruire una relazione diplomatica solida.

Una riflessione in tal senso è imposta dallo dalla recente elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, oltre alla crescita del numero di conflitti internazionali e dei problemi derivanti dalla crisi climatica mondiale.

Che l’Europa non sia più al centro degli interessi dell’amministrazione Trump lo si evince anche dalla National Security Strategy, rilasciata lo scorso dicembre. Nel documento si sottolinea ripetutamente come il focus strategico della politica estera statunitense sia legato proprio all’area dell’Indo-Pacifico, nel Sud-Est asiatico. Dell’UE si parla invece con toni dissacranti, di “una società in declino”, che “deve essere abolita”, per usare le parole di Elon Musk, stretto collaboratore del presidente.

Do something!”: le future prospettive per l’UE

L’Unione Europea deve trovare la via per accelerare il processo di integrazione ed uniformazione legislativa, soprattutto nell’ambito della politica estera: e nel farlo, il dialogo pragmatico con una potenza centrale come la Cina può arrecarle vantaggi anche a fronte del progressivo disinteressamento statunitense nei confronti del Vecchio Continente.

Inoltre, un’accelerazione decisiva in tal senso è imposta dal progressivo multipolarismo cui tende lo scenario geopolitico attuale. Un’UE più unita e coesa al suo interno è un’UE più pronta per le sfide che la attendono. Forse è vero che il centro del mondo oggi non è più l’Europa, ma è pur vero, come dichiarato dallo stesso Mario Draghi nel suo intervento di fronte al Parlamento Europeo a febbraio 2025, che se l’Europa non “farà qualcosa”, il suo attendismo minerà ulteriormente la sua credibilità internazionale come attore strategico indipendente.

*Immagine di copertina: [immagine generata con DALL·E di ChatGPT (OpenAI)]
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