Il Medio Oriente è da decenni teatro di conflitti armati complessi che coinvolgono sia attori statali che non statali. Eventi come l’invasione della Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano in risposta agli attacchi del 7 ottobre compiuti da Hamas, l’uccisione del Generale iraniano Soleimani in Iraq nel 2020 ad opera di missili americani, le operazioni turche in Iraq contro le milizie curde, mostrano come la regione sia al centro di tensioni geopolitiche continue.
A differenza di altre regioni del mondo, questi conflitti vedono spesso il coinvolgimento diretto di potenze straniere. Ma come giustificano gli Stati il loro interventi nei conflitti in Medio Oriente alla luce del quadro normativo internazionale, che è orientato alla difesa della pace e della stabilità? I loro interventi sono davvero conformi al diritto internazionale o rappresentano un’estensione arbitraria dell’uso della forza? Quali sono le principali giustificazioni legali adottate dagli Stati per le loro azioni militari nella regione, analizzando le normative internazionali rilevanti, come la Carta delle Nazioni Unite, e le dottrine emergenti, come quella chiamata “Unwilling or Unable”? Come possono aiutarci a comprendere se e in che misura tali interventi rispettino il principio di sovranità degli Stati e il diritto all’autodifesa?
Il Contesto Giuridico dei Conflitti in Medio Oriente
Nonostante l’esistenza di leggi e regole volte a prevenire l’uso della forza, i conflitti in Medio Oriente continua a sollevare interrogativi complessi. In vigore dal 1945, La Carta delle Nazioni Unite stabilisce il divieto quasi assoluto all’uso della forza (Articolo 2(4)), consentendo eccezioni solo per le autorizzazioni del Consiglio di Sicurezza (Capitolo VII) e la legittima difesa. L’Articolo 51 autorizza infatti l’uso della forza come strumento di legittima difesa da un attacco armato da parte di un altro Stato, permettendo anche l’intervento di altri Paesi in aiuto dello Stato minacciato.
Tuttavia, gli Stati spesso interpretano in modo estensivo queste eccezioni per giustificare interventi militari controversi, ad esempio sostenendo la legittimità della cosiddetta “difesa preventiva”, dottrina sostenuta da G. W. Bush come da Netanyahu. L’evoluzione del diritto internazionale ha inoltre cercato di rispondere alle nuove sfide poste da attori non statali come gruppi terroristici, i quali non sono menzionati direttamente nella Carta, ma che negli ultimi vent’anni hanno rappresentato la maggior minaccia con la quale i Paesi occidentali hanno dovuto confrontarsi, soprattutto in Medio Oriente. In un vuoto legislativo, gli Stati hanno quindi esteso nella pratica il diritto di legittima difesa anche agli attacchi di attori non statali, nonostante il grande dibattito giuridico e politico che ciò ha generato.
La Legittima Difesa e la Guerra al Terrorismo in Medio Oriente
La risposta americana agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 da parte di al-Qaeda ha di fatto ridefinito l’interpretazione standard di legittima difesa, oltre che la legittimità delle azioni militari contro attori non statali. Le principali operazioni americane inclusero:
- 2001, Operazione Enduring Freedom – Intervento in Afghanistan per rovesciare il regime talebano accusato di proteggere al-Qaeda.
- 2003, Operazione Iraqi Freedom – Invasione dell’Iraq per destituire Saddam Hussein, sospettato di possedere armi di distruzione di massa.
- 2014, Campagna anti-ISIS – Attacchi aerei e di terra in Siria e Iraq per contrastare l’espansione dello Stato Islamico.
Le autorità statunitensi hanno giustificato i loro interventi militari invocando l’Aritcolo 51 della Carta, oltre che l’Authorization for Use of Military Force (AUMF), legge approvata dal Congresso degli Stati Uniti nel 2001, che ha conferito all’esecutivo ampi poteri per usare la forza contro i responsabili degli attacchi terroristici. La vaghezza del mandato, che non specifica limiti geografici o temporali, ha permesso agli USA di condurre operazioni militari su scala globale per oltre due decenni, alimentando critiche sul possibile abuso di questa prerogativa.
Il governo americano ha utilizzato l’AUMF del 2001 come base legale per le operazioni militari “anti-terroristiche” nei successivi due decenni. Mentre l’amministrazione Obama aveva annunciato grossi cambiamenti in merito, ha pur sempre basato gli interventi militari in Siria sull’AUMF, ritenendo la guerra contro ISIS una continuazione di quella contro al-Qaeda, già dichiarata nel 2001 (nonostante ISIS avesse già pubblicamente annunciato la sua separazione da al-Qaeda).
La Dottrina “Unwilling or Unable” e la Sovranità degli Stati
Gli Stati Uniti non sono l’unico Paese ad aver proposto delle interpretazioni controverse ed estensive del diritto alla legittima difesa per fronteggiare attori non statali in Medio Oriente. Molti Paesi, infatti, hanno invocato più volte la cosiddetta Dottrina “Unwilling or Unable”. Si tratta di un’interpretazione estensiva dell’Articolo 51 che prevede che uno Stato possa intervenire militarmente nel territorio di un altro Stato se quest’ultimo non è in grado o non vuole contrastare attori non statali che minacciano la sicurezza del primo. Un esempio noto per chiarire questo concetto è dato dall’assassinio di Osama bin Laden nel 2011 ad opera degli Stati Uniti in Pakistan, giustificato (a detta dei primi) in quanto le autorità pakistane erano incapaci o non disposte a colpirlo.
Hanno invocato la dottrina, tra gli altri: Turchia, sin dal 1995, per giustificare le sue operazioni contro le milizie curde in Siria e Iraq; da Canada e Australia nel 2015 nel contesto della guerra civile siriana; Iran, sebbene in modo non esplicito, per una serie di attacchi in Iraq nel 1996 e nel 2001; Israele, che dal 1985 ha condotto operazioni militari di larga scala in Libano, Siria, Iraq e Iran.
In sostanza, i sostenitori della dottrina “Unwilling or Unable” affermano che essa sia coerente con il diritto internazionale, presentandola come una necessaria lettura della legittima difesa in modo da prevedere attacchi subiti da attori non statali, senza necessariamente l’implicazione di uno Stato. Con ciò, essi intendono sostenere che la protezione dei propri cittadini è più importante del diritto di sovranità che ogni Stato esercita sui propri confini.
Le Critiche alla Dottrina “Unwilling or Unable“
I detrattori della dottrina sostengono che la sovranità territoriale di un Paese sia superiore a ciò, sottolineando come questa teoria finisca nei fatti per rappresentare il diritto di distinguere quale Stato sovrano è o meno in grado o volenteroso di intervenire contro un attore non statale. Si teme, insomma, che la dottrina sia stata spesso utilizzata per legittimare attacchi contro gli Stati, più che per eliminare gruppi terroristici operanti al loro interno. I comunicati ufficiali dei Paesi coinvolti non confermano direttamente questa lettura, che si può però dedurre da una serie di esempi, come i numerosi interventi israeliani in Libano e in Siria, o quelli NATO in Siria che incidentalmente spesso colpivano anche le forze di regime di Assad, alleato della Russia.
Di recente, studiosi appartenenti ad una corrente di revisionismo legale postcoloniale detta Third World Approaches to International Law (TWAIL) hanno notato come questa dottrina, come d’altronde molte delle giustificazioni belliche inerenti alla legittima difesa, rafforzi di fatto una gerarchia tra gli Stati, riproponendo il concetto ottocentesco di “standard di civiltà”. In sostanza, solo gli Stati forti e centralizzati godrebbero pienamente della sovranità, mentre quelli considerati deboli o incapaci di contrastare il terrorismo subiscono trattamenti differenziati. In questo modo, la dottrina mina il principio di uguaglianza sovrana sancito dalla Carta ONU e perpetua una struttura legale e politica diseguale, favorendo il dominio del Nord Globale sul Sud Globale.
Un Futuro Instabile
La dottrina “Unwilling or Unable” è una conseguenza delle ampie possibilità di interpretazione del diritto alla legittima difesa, soprattutto quando è necessario applicarla ad attori non statali. Inoltre, questa confusione giuridica, politica e militare si è sviluppata in un contesto e periodo storico molto preciso, ovvero la “Guerra al Terrore” americana in Medio Oriente. Il tramonto dell’epoca della lotta al terrorismo globale su iniziativa americana lascia importanti e inquietanti interrogativi sulla solidità del diritto internazionale, tanto quanto sulla futura sicurezza del Medio Oriente.
Le amministrazioni statunitensi che si sono succedute dal 2001 in poi, a prescindere dal colore politico, hanno ostinatamente condotto e difeso quelle che alcuni chiamano “guerre non autorizzate” o addirittura “illegali”. Dai più celebri conflitti in Medio Oriente, a quelli più dimenticate, come per esempio l’intervento americano in Somalia dalla fine degli anni ’90 fino ad oggi. Modificando e interpretando il diritto internazionale a loro vantaggio, hanno indebolito delle normative e delle istituzioni già deboli, fino a minarne la solidità e la credibilità.
Le conseguenze di questi attacchi al sistema legale internazionale si sono riversate in gran parte sul Medio Oriente e sulla sua popolazione, e l’incombente amministrazione Trump, con le sue ambizioni sovraniste volte a proteggere lo status egemone degli USA nel mondo, non fanno certo sperare in un cambiamento positivo.





