fbpx

INDIPENDENTI, COSTRUTTIVI, ACCESSIBILI

Home Mondo Africa e Medio Oriente La Spagna, la crisi migratoria e il conflitto dimenticato in Sahara Occidentale

La Spagna, la crisi migratoria e il conflitto dimenticato in Sahara Occidentale

Tempo di lettura stimato: 7 min.

-

Le tensioni nel Sahara Occidentale sono spesso una delle cause delle crisi migratorie che colpiscono la Spagna. A maggio 2021 più di 8.000 migranti hanno attraversato le acque del Mediterraneo per arrivare sulla spiaggia di Tarajal a Ceuta, enclave spagnola sulle coste nord dell’Africa. La maggior parte sono stati subito rimandati in Marocco, mentre i minorenni non accompagnati sono stati soccorsi dalle forze militari spagnole e sono rimasti a Ceuta. Il 24 giugno di quest’anno 37 migranti sono morti provando a scavalcare le alte recinzioni di filo metallico che circondano Melilla, l’altra provincia spagnola nel nord Africa. Secondo le guardie di frontiera spagnole, erano circa 2000 coloro che hanno tentato di entrare in territorio europeo e, secondo le fonti locali, non sono 30 i morti ma più 200. Le immagini e i video che si trovano in rete, soprattutto sui canali social delle Ong locali, mostrano corpi inerti ammassati sul suolo in pozze di sangue, forze di sicurezza marocchine che scalciano e colpiscono i migranti già morti o morenti, e la Guardia Civile spagnola che lancia gas lacrimogeni contro uomini aggrappati alle recinzioni. 

Per capire le cause di queste stragi bisogna guardare agli interessi che Marocco e Spagna, le due forze direttamente coinvolte ma non le uniche, hanno nel partecipare a questo gioco politico che spesso vede interrotte vite umane. 

Il conflitto dimenticato del Sahara Occidentale

L’afflusso di migranti nel 2021 è la conseguenza degli accordi tra Spagna, ovvero l’Unione Europea, e Marocco. L’apertura della frontiera di Ceuta è stata vista, infatti, come una rappresaglia di Rabat dopo la decisione della Spagna di fornire cure mediche al leader del movimento indipendentista del Sahara occidentale, Brahim Ghali, tornato in Algeria a giugno dopo aver trascorso più di un mese in ospedale in Spagna. La crisi dei rifugiati in Spagna è strettamente legata alla storia del conflitto nel Sahara Occidentale, combattuto da più di 40 anni tra le forze marocchine e quelle del Fronte Polisario.

Crisi Sahara Occidentale
Bandiera del movimento indipendentista del Sahara Occidentale, Fronte Polisario. [crediti foto: Daniel Bobadilla; via Flickr, CC BY-NC-SA 2.0]
Il Sahara occidentale è una fazzoletto di territorio abitato dalla popolazione Saharawi, confinante a sud con la Mauritania, a est con l’Algeria, a nord con il Marocco e a ovest con l’Oceano Atlantico. Conosciuto anche come “ex Sahara spagnolo” dalla colonizzazione spagnola nel 1884 e diventato provincia autonoma spagnola d’oltremare fino al 1975, il Sahara Occidentale è ancora oggi conteso tra le potenze nordafricane del Marocco e della Mauritania e il Fronte Polisario (dallo spagnolo Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro). Il Polisario è un movimento nato in Mauritania nel 1973 che rivendica la lotta contro il colonialismo spagnolo. Nel 1976 viene fondata a Tindouf la Repubblica Araba Democratica del Saharawi, con l’intento di ricevere un certo riconoscimento politico internazionale, pur non controllando di fatto alcun territorio. Questa Repubblica è riconosciuta da 76 Paesi, in gran parte dell’allora blocco sovietico, ed è membro dell’Unione Africana, ma non è parte né della Lega Araba né delle Nazioni Unite. 

Nonostante le Nazioni Unite e la Corte Internazionale di Giustizia abbiano riconosciuto già negli anni ‘60 il diritto di autodeterminazione della popolazione Saharawi, il Marocco fin dal ‘75 ha iniziato a occupare i territori, costringendo la popolazione locale a scappare verso l’Algeria. Inoltre, nel 1982 il Marocco ha avviato la costruzione di un muro lungo quasi 2.700 km per impedire ai rifugiati Saharawi di riconquistare i territori e sfruttare le risorse naturali, quali petrolio, minerali e la pesca nelle coste oceaniche. Nel 1991 viene accordato un cessate al fuoco tra Marocco e il Polisario per il dispiegamento della Missione delle Nazioni Unite, Minurso, che doveva portare le parti a indire un referendum sull’autonomia della popolazione. Ma questa tregua non è mai stata rispettata e il referendum non si è mai svolto. Il Sahara Occidentale, oggi, è iscritto nella lista dei territori non autonomi stabilita dalla IV Commissione dell’Assemblea Generale dell’ONU. 

Oggi il Polisario è noto soprattutto per la guerra nei confronti del Marocco, ma anche per la gestione dei campi profughi di Tindouf, città algerina nel sud del Paese dove si trovano i rifugiati Saharawi e dove il movimento ha fissato la sua sede. 

La crisi migratoria in Spagna

I rifugiati Saharawi sono sfollati da 45 anni. La maggior parte dei 173.600 rifugiati che vivono nei campi algerini di Tindouf non hanno conosciuto un’altra vita. Tindouf è composto da cinque campi che prendono il nome dalle città del Sahara occidentale: Bojador, Dajla, El Aaiún, Auserd e Smara, e si trovano in pieno deserto algerino.  Le difficili condizioni climatiche della zona, caratterizzata da temperature estreme, piogge torrenziali occasionali e forti venti che causano tempeste di sabbia, rendono molto difficile la pratica dell’agricoltura e limitano le possibilità di autonomia produttiva. Di conseguenza, vi è una forte dipendenza dagli aiuti umanitari.

 

crisi Sahara Occidentale
Campo rifugiati di Tindouf, Algeria. [crediti foto: Daniel Bobadilla, via Flickr, CC BY-NC-SA 2.0]
Purtroppo Tindouf non è l’unico campo profughi alle porte dell’area Schengen. Secondo la definizione delle Nazioni Unite, i campi profughi sono strutture temporanee costruite per fornire protezione immediata e assistenza alle persone che sono state costrette a fuggire dalle loro case a causa di guerre, persecuzioni o violenze. Stando all l’UNHCR, sono circa 6 milioni i rifugiati che vivono in campi profughi, pari al 22% dei rifugiati nel mondo. I campi profughi si distinguono dalle baraccopoli solamente perché sono riconosciuti dalle istituzioni e ricevono aiuti umanitari, ma ci sono strutture parecchio simili e in peggiori condizioni anche dentro Schengen. In Italia, nella regione Puglia, più di 2000 immigrati senza documenti vivono in una baraccopoli di Borgo Mezzanone in condizioni simili, se non peggiori, a quelle di un campo profughi. Tra i più grandi campi profughi alle porte europee alcuni sono più famosi di altri: Lipa, un pezzo di terra al confine tra Bosnia e Croazia, e Moria, sull’isola di Lesbo. Questi due campi hanno ricevuto un’importante attenzione mediatica negli ultimi anni a causa di grossi incendi e condizioni di vita disumane. Infatti, senza acqua potabile, senza elettricità e riscaldamento, molti immigrati, tra cui donne e bambini, sono morti dal freddo. 

Secondo l’OIM, Organizzazione Internazionale Migrazioni, nel 2020 in Europa sono arrivati più di 99.000 migranti irregolari, meno rispetto agli anni precedenti. Solo nel 2016, infatti, ne erano arrivati più di 300.000. L’86% di questi 99.000 sono passati dal mare, in particolare: il 42% in Spagna, 34% in Italia, 15% in Grecia, 3% in Bulgaria e 2% nell’isola di Malta. Il rapporto dei decessi rispetto agli arrivi è rimasto su livelli simili, essendo di 1,6 ogni 100 arrivi nel 2020 contro 1,8 ogni 100 arrivi nel 2019. Si parla di almeno mille persone decedute l’anno

Il nuovo patto europeo su migrazione e asilo e la crisi migratoria

Nonostante un tempo alcuni saharawi avessero la cittadinanza spagnola, oggi la maggior parte della popolazione non ha nazionalità, ovvero è considerata dalla comunità internazionale “apolide” e vive nei campi di Tindouf.  

La situazione dei rifugiati Saharawi rientra nel più ampio discorso della crisi migratoria in Spagna e in generale nei Paesi dell’Unione Europea che si affacciano sul Mediterraneao. D’altra parte, gli argomenti trascendono il caso particolare di una popolazione, mettendo in discussione concetti più ampi come quelli di rifugiati o apolidi, nonché i requisiti indispensabili per raggiungere uno status o l’altro. L’Unione Europea ha recentemente pubblicato un pacchetto di norme volte a creare un quadro umanitario comune per tutti i Paesi europei nel trattamento dei richiedenti asilo che si sovrappone alle convenzioni di Ginevra e di New York sui rifugiati e gli apolidi.  

crisi Sahara Occidentale
Migranti alla frontiera. [crediti foto: Sandor Csudai, via Arci.it, CC BY-NC-ND 4.0]
Questo pacchetto di norme, presentato il 23 settembre 2020 è stato chiamato Patto su Migrazione e Asilo, e descritto dalla vicepresidente Margaritis Schinas come una casa di tre piani. Il primo piano parla della collaborazione con i Paesi di origine per combattere il traffico di umani; il secondo riguarda la gestione rigida dei confini esterni dell’Unione; e il terzo affronta le regole interne di solidarietà. Tra i punti principali di questo nuovo patto si trova uno degli aspetti più controversi della politica migratoria europea:  il “pre-entry screening”, ovvero una selezione veloce alla frontiera di chi può e chi non può entrare. L’obiettivo è che le domande che presentano scarse possibilità di ottenere una decisione positiva siano esaminate rapidamente e senza consentire l’ingresso delle persone nel territorio comunitario. Inoltre, il nuovo patto pone un accento particolare sul rafforzamento della cooperazione bilaterale, regionale e multilaterale con i Paesi di origine e di transito, quali la Turchia, gli stati del Maghreb e dei Balcani, comprese le nazioni dell’Asia e dell’America Latina, al fine di compiere progressi nelle politiche di rimpatrio

Solo a giugno di quest’anno, però, il consiglio dei Ministri degli interni europei ha trovato un accordo politico sul sistema di asilo dell’UE, che rientra nel nuovo Patto di Migrazione e Asilo proposto nel 2020. In tale quadro si colloca l’accordo firmato a maggio dell’anno scorso dal Consiglio dei ministri spagnolo riguardo una concessione di 30 milioni di euro per aiutare il governo marocchino a controllare le proprie frontiere dall’immigrazione irregolare. 

Le tensioni nella regione del Sahara Occidentale

L’impasse della situazione nella regione del Sahara Occidentale non solo porta a occasionali scontri tra le due parti in conflitto, ma anche a problemi politici. Ad agosto 2021, le tensioni tra Marocco e Algeria  hanno portato alla rottura dei rapporti diplomatici e una delle ragioni sta proprio nella mancata risoluzione del conflitto. Per evitare un’escalation degli scontri, sia interni che tra Paesi vicini, è quindi necessario portare avanti gli interventi delle Nazioni Unite a livello politico e garantire al Sahara Occidentale il referendum promesso sull’autodeterminazione. 

“In memoria delle 15 persone che il 6 di febbraio 2014 alla ricerca di una vita migliore incontrarono solo la morte”, Ceuta. [crediti foto: Fotomovimiento; via Flickr, CC BY-NC-ND 2.0]*
Maddalena Fabbi
Nata a Genova nel ’98. Laureata in triennale alla statale di Milano, oggi sono studentessa double degree presso l’Università di Belgrano a Buenos Aires, Argentina. La mia ricerca di nuove esperienze mi ha portato più volte in America Latina di cui mi sono appassionata.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

3,900FansMi piace
29,200FollowerSegui
1,500FollowerSegui
1,000FollowerSegui