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Big Government is back: così Biden vuole trasformare l’economia Usa

Tempo di lettura stimato: 8 min.

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Tira un’aria di cambiamento negli Stati Uniti piuttosto forte rispetto al passato. La politica economica inaugurata dal Presidente Joe Biden segna un ritorno decisivo dello Stato nell’economia interna, alla fine di un trentennio di Deregulation e Stato Minimo iniziato con la rivoluzione conservatrice di Reagan nei primi anni ’80 per rispondere alla recessione economica che si era generata negli anni ’70. Dopo una fase di crescita economica stabile, la Golden Age, l’economia statunitense si era impantanata in una situazione di bassa crescita ed elevata inflazione, detta stagflazione, seguita agli shock petroliferi di quegli anni. Per rispondere a quell’emergenza, Ronald Reagan inaugurò una stagione di tagli alla spesa pubblica e di liberalizzazioni di massa, detta Reaganomics, che fu poi seguita a ruota da quasi tutte le economie avanzate dell’Occidente. 

Il cambio di paradigma 

La Reaganomics o economia capitalistica di stampo neoliberale è entrata in declino nell’ultimo decennio, e con il Covid-19 è arrivata una stoccata decisiva che ha ribaltato il paradigma in tutto il mondo. Di fronte ad una situazione di grande emergenza causata dal Covid-19, gli Stati nazionali e le Banche Centrali sono dovute intervenire pesantemente nelle economie nazionali, rinunciando ai vincoli di bilancio e sforando, spesso notevolmente, il proprio deficit ben oltre le soglie tradizionali. Tra questi Paesi ci sono anche gli Stati Uniti: prima con il piano di aiuti di Trump da 2000 miliardi di dollari, che già marcava un netto cambio di passo rispetto, adesso è arrivato il piano Biden. 

Con Biden una nuova economia americana?

Il piano economico di Biden parte, almeno nel breve termine per fronteggiare la pandemia, con l’American Rescue Plan, un pacchetto da 1900 miliardi pensato per risollevare l’economia americana dagli effetti del Covid-19. Un piano grande più del doppio di quello che attuò Obama (800 miliardi) per rispondere alla crisi finanziaria del 2008. Il piano prevede un aiuto diretto di 1000 miliardi di dollari alle famiglie americane attraverso un assegno di 1400 $ a persona, 30 miliardi per finanziare gli affitti, 10 miliardi in assistenza per i mutui, e 5 miliardi in assistenza emergenziale per i senzatetto. 

La novità del piano di Biden è che non sono previsti i cosiddetti Automatic Economic Triggers, uno strumento della politica fiscale utilizzato per compensare le fluttuazioni economiche negative o positive senza il bisogno dell’intervento governativo, come l’aumento o la diminuzione automatica delle imposte sul reddito personale. Si andrà probabilmente a sforare il deficit, ma Biden ha rassicurato che lo spettro del deficit non è un problema per l’economia americana, conquistando il plauso dell’ala progressista del partito democratico guidata da Bernie Sanders.

L’orizzonte futuro del piano Biden

Sebbene già Trump avesse ideato un pacchetto di simili proporzioni, la svolta del piano Biden risiede nell’orizzonte futuro. L’American Rescue Plan, approvato dal Congresso il 5 marzo e firmato dal Presidente ufficialmente l’11 marzo, è solo una parte, sebbene fondamentale, della visione economica dell’amministrazione Biden. L’obiettivo è inaugurare una stagione di massiccio intervento statale nell’economia per rilanciare le politiche ecosostenibili, per combattere le disuguaglianze economiche, sociali e etniche radicate nel Paese, per ridare competitività all’economia americana insidiata dalla Cina. Proprio su quest’ultimo punto la politica economica di Biden mira a realizzare un’inversione di tendenza rispetto al liberoscambismo degli ultimi decenni.

Dopo anni di offshoring e di impoverimento industriale, Biden vuole dare vita ad un nazionalismo economico che punta a ricostruire il tessuto industriale e manifatturiero degli Stati Uniti. Un cambio di passo già avviato da Trump e che unisce trasversalmente i trumpisti e i progressisti dem. Biden vuole riportare le industrie americane in patria, attraverso un reshoring pensato per recuperare lo strappo commerciale con la Cina. Una politica ideata anche per garantire ai lavoratori americani salari superiori rispetto a quelli generati dalla competizione della globalizzazione. Un nuovo protezionismo, già avviato da Trump, che sembra puntare dritto al cuore dell’elettorato di Biden: la Middle Class. La classe da cui proviene Biden, che dopo una fase di crescita prosperosa dopo il secondo dopoguerra, si è impoverita progressivamente negli ultimi 30 anni, sempre più lontana dai Ceo, gli Hedge Fund Managers e i miliardari.

Il contesto economico statunitense

Sebbene Biden abbia dichiarato che “i miliardari non siano il problema”, la volontà di ridurre le disparità di un Paese che da Reagan in poi ha visto la ricchezza nazionale concentrata sempre più in poche persone, è molto forte. Biden vuole invertire questa tendenza, ricucendo lo strappo tra le famiglie americane, che hanno accettato per decenni le disuguaglianze nel nome della responsabilità individuale e del benessere della società americana, ma che ora non reggono più disparità così marcate.  

L’American Rescue Plan è solo l’inizio di un programma complessivo che vuole trasformare l’economia americana attraverso un innalzamento complessivo di 4 miliardi di tasse per i super ricchi, la cancellazione del debito studentesco insieme alla gratuità del college per chi vive in un nucleo familiare con un reddito annuale complessivo inferiore a 125mila dollari, il finanziamento di politiche buy american attraverso investimenti statali in prodotti americani, investendo 1300 miliardi in infrastrutture nell’arco di 10 anni. Su quest’ultimo punto Biden si è soffermato molto, insistendo sul fatto che da decenni negli Stati Uniti non si costruisce più, che mancano infrastrutture fondamentali nel Paese, cruciali per l’economia.

Un nuovo New Deal?

Un piano che ricorda per molti aspetti il New Deal di Franklin Delano Roosevelt, e a cui Biden si ispira esplicitamente. Infrastrutture non solo per collegare ed efficientare il territorio, ma pensate per dare lavoro a milioni di americani che con il Covid-19 sono rimasti disoccupati. A cui unisce un intervento in termini di disuguaglianze di reddito nettamente superiore: un esempio è l’idea di una Global Corporate Tax che l’amministrazione Biden starebbe preparando. Una tassa sui profitti all’estero delle compagnie, di difficile realizzazione, perché dovrebbe essere applicata ugualmente su tutte le grandi corporation del mondo, pensata per evitare che le grandi multinazionali sfruttino la fiscalità di vantaggio in altri Paesi allo scopo di evitare la tassazione domestica. 

Ma i punti più controversi del piano, sia economicamente che (e soprattutto) politicamente, sono il Green New Deal  e l’aumento del salario minimo a 15 $, foraggiato dall’ala progressista dei democratici. Il primo, sostenuto fortemente dalla deputata Alexandra Ocasio Cortez, è un progetto a lungo termine che vuole convertire l’economia americana in un’economia green staccandola dall’influenza dei combustibili fossili, per cui Biden ha promesso di investire 2000 miliardi entro i 4 anni del suo mandato. Il minimum wage è una misura ideata per ridurre le disuguaglianze, fortemente osteggiata dai repubblicani. Doveva essere inserita nell’American Rescue Plan, ma per timore che generasse troppe polemiche è stata rimossa all’ultimo attraverso una procedura detta reconciliation, che ha permesso ai democratici di far passare l’American Rescue Plan senza bisogno della soglia dei 60 voti al Senato, ma solo della maggioranza relativa, con cui effettivamente è passata. 

La reazione degli economisti

Investimenti di tale portata ed un intervento del Governo così massiccio nell’economia hanno suscitato subito reazioni contrastanti. Janet Yellen, attuale Segretaria del Tesoro ed ex Presidente della Federal Reserve, la mente dietro al nuovo piano economico di Biden, sostiene che il piano serva non solo a contrastare la pandemia, ma a ridurre gli effetti negativi della globalizzazione, come gli aumenti crescenti delle disuguaglianze ed i bassi salari. 

Di fronte allo spettro dell’iperinflazione che potrebbe scaturire da interventi così grandi, diversi economisti, tra cui il premio Nobel Paul Krugman, sostengono ormai che il legame tra disoccupazione ed inflazione sia debole, andando contro La Curva di Phillips, una teoria secondo la quale disoccupazione ed inflazione sono legate da una relazione di proporzionalità inversa (quando una sale, l’altra scende) che ha dominato per decenni il mainstream economico, portando molti Stati su posizioni rigoriste in materia di bilancio e spesa pubblica. 

Il timore che politiche di sostegno della domanda possano far schizzare l’inflazione è stato confutato su vari fronti, in primis quello statunitense dove ad un tasso di disoccupazione del 3,5% ad inizio 2020 non è corrisposto un aumento dell’inflazione. Ma anche in Unione Europea, dove dopo un decennio di Quantitative Easing della Banca Centrale Europea non si è assistito ad un aumento dell’inflazione, ma addirittura ad un periodo deflattivo, e l’Unione Europea è stata costretta a riequilibrare il tiro portando l’inflazione a livelli prossimi al 2%.

Le critiche al piano Biden

Non mancano certo pareri scettici verso il piano Biden. Buona parte degli economisti conservatori, così come tutto il partito repubblicano, sostengono che si tratti di misure dal costo eccessivo, che lasceranno un debito enorme al Paese e faranno alzare l’inflazione. Economisti come Larry Summers, che fu uno dei più stretti collaboratori economici di Obama ed ora uno dei critici di Biden, temono che interventi di tale portata nell’economia possano rendere l’inflazione non solo un problema temporaneo, ma una caratteristica permanente dell’economia.

La posta in gioco con questo Piano è dunque molto alta:  Fondo monetario internazionale e Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico hanno previsto infatti che l’economia statunitense crescerà notevolmente nei prossimi mesi, ma temono che il piano abbia raggiunto proporzioni troppo elevate. Il rischio di una bomba inflazionistica e di un debito insostenibile c’è, per questo si temono le ripercussioni future per l’economia statunitense.

Il vento della nuova Bidenomics

Ma il vento è cambiato, e la fiducia nella riuscita del piano arriva da un maggior numero di tecnici. Sono sempre di più infatti gli economisti che sostengono la necessità di un cambio di paradigma, fatto di un maggior interventismo statale a sostegno alla domanda e di politiche fiscali espansive. Rimane impresso ancora il discorso di Clinton al Congresso del 1996 quando disse “The era of big government is over”, ed ora invece sembra piuttosto the era of big government is over, is over. Tra gli economisti a favore anche Kenneth Rogoff, uno dei primi economisti che predette l’esplosione dei debiti nazionali in seguito alla crisi finanziaria del 2008. Come sostiene Rogoff “il rischio di instabilità economica nel lungo periodo c’è, ma adesso abbiamo l’instabilità politica”. Rischiare per rimettere a posto non solo le economie nazionali, ma per ricucire lo strappo che si è consumato nelle democrazie liberali in seguito all’ascesa dei populismi in tutto il mondo.

Nazionalismo economico e lotta alle disuguaglianze

La Bidenomics si propone di essere questa sintesi, tra nazionalismo economico e lotta alle disuguaglianze. Se da una parte si vuole ricostruire il tessuto industriale di un intero Paese, dall’altra la missione è di superare le divisioni interne creando un’economia che “funzioni per tutti”, come direbbe Bernie Sanders. Questo passa anzitutto dal recupero della fiducia di quella classe media che costituisce due terzi della popolazione, e che più che una classe economica vera e propria, è un’idea di America. Recuperare quindi il sogno americano, costruendo un Paese più inclusivo, con un’economia sostenibile e che vuole tornare a guidare il mondo come in passato, e che nell’idea del Presidente statunitense  deve anche tornare ad essere un riferimento dal punto di vista economico, contro l’ascesa della Cina. Con Biden big government is back, anche se negli Stati Uniti non se n’è mai andato (pensiamo alle spese militari): aspettava solo di essere rimesso in moto. 

Massimiliano Garavallihttps://orizzontipolitici.it
Classe ’97, ma con le occhiaie da quarantenne. Fondatore del blog culturale Sistema Critico, scrivo di politica e filosofia, e nel mezzo qualche poesia. Mi sono laureato con double degree in Economia e Management ad Urbino ed in European Economic Studies a Bamberg, Germania. Mi piace pensare che ogni nostro piccolo pensiero sia una spinta per qualcuno a cambiare.

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