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Fuga di cervelli: l’Italia non è un Paese per giovani?

Tempo di lettura stimato: 8 min.

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I dati parlano chiaro: i giovani italiani, se possono, partono. Sono moltissimi coloro che, ogni anno e ad un ritmo sempre più consistente, lasciano l’Italia per Paesi in cui vedono  le proprie competenze riconosciute. Sono infatti giovani laureati, molti ad altissima specializzazione i protagonisti della cosiddetta fuga di cervelli.

L’emergenza Covid-19 sta sottolineando l’importanza di porre al centro del dibattito questo fenomeno che, sul versante degli effetti, ha un forte impatto economico, e non solo sociale, su tutto il Paese.  

L’emergenza migratoria dunque non riguarda solo chi arriva, ma anche chi se ne va.

Ma quanti sono a spostarsi?

Secondo il rapporto annuale del 2019 sugli Italiani nel mondo curato dalla fondazione Migrantes, in dieci anni il numero di espatri è triplicato, passando da 39 mila nel 2008 a 117 mila nel 2018. Nell’ultimo anno le partenze hanno riguardato soprattutto i giovani: nel 40,6% dei casi si è trattato di ragazzi tra 18 e 24 anni. Una recente ricerca di due studenti italiani di Harvard mette in guardia sul fatto che questi dati potrebbero in realtà essere delle sottostime di quelli reali, rivelando un’ulteriore possibile estensione del fenomeno.

Il rapporto Svimez (Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno) segnala inoltre una crescente tendenza di abbandono del Mezzogiorno che si rivela essere la vera emergenza. Gli emigrati dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di questi, 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati).

Si riscontra dunque un Sud sempre più svuotato dall’emigrazione di migliaia di giovani e laureati, minacciato da una preoccupante prospettiva demografica di spopolamento. Così, se l’Italia non cresce nel suo complesso, il divario del Sud con il resto d’Italia aumenta progressivamente.

Spese per la ricerca: Italia ed Europa a confronto

Il continuo e silenzioso esodo di giovani qualificati all’estero, affonda le sue radici sugli scarsi investimenti per la ricerca in Italia. 

Secondo i dati Istat, nel 2017 finanziamenti in Italia per la Ricerca e Sviluppo (R&S) sono stati 23,8 miliardi. Il settore privato contribuisce alle spese con quasi i due terzi del totale (63%) di cui le sole imprese contribuiscono per 14,8 miliardi delle spese sostenute, mentre università e istituzioni pubbliche spendono rispettivamente 5,6 e 2,9 miliardi. Di questi investimenti, la distribuzione è concentrata per il 70% nelle regioni del Centro-nord. Ma quanti sono 23,8 miliardi per la ricerca a confronto degli altri Paesi? 

Nel 2018 l’intensità di R&S (spesa per R&S sul valore aggiunto) è stata pari all’1,39 % del PIL. Poco, se si confronta alla media Europea del (2%) e ancor meno se si confronta all’oltre 3% di Svezia, Austria, Danimarca e il 2,8% della Germania. Dati che si confermano anche se comparati all’area Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che vedono il Giappone al 3,3% e gli Stati Uniti al 2,7%, mentre il Regno Unito con solo 1,1% registra un trend peggiore del nostro. 

L’Eurozona investe e crede maggiormente rispetto al nostro Paese e dal 2015 promuove dei Programmi quadro per la ricerca e l’innovazione (Horizon 2020) che si dipanano principalmente su tre direttive: migliorare la scarsa qualità del sistema di ricerca e innovazione pubblico, creare collegamenti tra scienza e impresa e favorire l’attività imprenditoriale in R&S tramite riforme strutturali e strumenti strategici efficaci. 

L’Italia ha aderito ai Programmi quadro ma ha mostrato evidenti lacune nel proporre dei progetti convincenti, tanto che a fronte dei 15 miliardi all’anno di contributi spesi, solamente 9 vengono effettivamente reinvestiti (di cui l’85% al Sud). Un esempio contrario al nostro è rappresentato dall’Olanda, che prende il quadruplo di quel che versa. 

Pochi fondi e pochi laureati 

Secondo i dati dell’Osservatorio CPI, la spesa pubblica italiana per istruzione rispetto al Pil è stata pari al 3,8% nel 2017, percentuale che colloca l’Italia nelle ultime posizioni in Europa, seguita solamente da Bulgaria, Irlanda e Romania. Se invece si considera la spesa per istruzione in rapporto alla spesa pubblica totale, l’Italia è all’ultimo posto in Europa con solo il 7,9% contro una media europea del 10,2%. Secondo Eurostat, per ogni euro speso in educazione (dunque tenendo in conto scuole primarie e secondarie), l’Italia ne spende 3,5 in pensioni e per ogni euro in università, ne spende 44 in pensioni

I dati più preoccupanti riguardano quindi l’istruzione universitaria: se per quella primaria o secondaria le cifre italiane sono in linea con la media europea, la percentuale spesa per l’educazione terziaria non è nemmeno la metà della media europea. 

È difficile pensare che questi ultimi dati non siano connessi a quelli, altrettanto negativi, del numero di laureati italiani:  solamente il 26,9% in Italia contro una media europea del 39,9%.  Il 30% degli italiani all’estero ha però una laurea: coloro che decidono di intraprendere un percorso universitario decidono, in un secondo momento, di spostarsi. 

Chi se ne va, quindi, non riesce probabilmente a vedere il proprio futuro in un Paese che accetta, secondo Eurostat, che oltre il 20% dei propri giovani fra i 15 e i 24 anni non faccia nulla: né studia né lavora.

Numeri preoccupanti che non riescono ad essere equilibrati, per compensazione, da studenti stranieri che scelgono il Belpaese per la propria formazione. I laureati stranieri che scelgono l’Italia sono solo il 7%, segno della poca attrattività del nostro sistema universitario.

Pochi laureati poco pagati 

Se da un lato è possibile che le minori risorse impiegate contribuiscano a rendere il sistema universitario italiano poco attraente, è altrettanto probabile che tra le spiegazioni di questa bassa propensione vi siano i rendimenti attesi. Infatti, l’andamento non è quello che parrebbe logico: in un Paese con meno laureati, questi dovrebbero avere un potere di contrattazione maggiore e, di conseguenza, maggiori riconoscimenti salariali. 

In Italia gli adulti laureati guadagnano in media solo il 38% in più di coloro che dopo la scuola superiore non hanno proseguito gli studi (la media Ocse è del 55% in più); il tasso di occupazione dei giovani laureati è inferiore rispetto a quello dei loro coetanei con il solo diploma tecnico o professionale (64% rispetto al 68%) e i lavoratori sovra istruiti rispetto alle mansioni che svolgono sono il 20%: questo non può che provocare un forte senso di frustrazione, spesso accompagnato dalla spinta a cercare nuove destinazioni più gratificanti. 

Come ha messo in luce il Sole 24 Ore, la curva delle retribuzioni italiane tende a premiare secondo una funzione anagrafica: lo stipendio si alza in base all’anzianità aziendale, raggiungendo i suoi picchi tra i 55 e i 64 anni, compromettendo ulteriormente il riconoscimento dei lavoratori più giovani.

C’è un ulteriore aspetto da considerare: la scelta dei percorsi di laurea. Ocse sottolinea come gli studenti italiani abbiano una maggiore tendenza a scegliere studi in ambito umanistico, sociale e comunicazione, meno remunerativi di quelli privilegiati in altri Paesi. In particolare, gli introvabili risultano essere i profili di area Stem (science, technology, engineering, maths).

Qual è la perdita per l’economia italiana? 

L’esodo dei ricercatori italiani all’estero, comporta un generale impoverimento non solo da un punto di vista culturale, ma anche economico.

Una stima sui costi fiscali dell’emigrazione altamente qualificata è stata effettuata da Rassegna.it. Questa divide il calcolo della spesa in due tipologie: la prima, certa, è relativa alle spesa sostenuta per l’istruzione di chi poi è emigrato. La seconda, ipotetica,  è invece costituita dalla perdita di gettito da imposte e contributi sociali che i laureati emigrati avrebbero pagato qualora fossero stati occupati in Italia.  La ricerca stima che il costo fiscale complessivo sostenuto dall’Italia per gli oltre 32 mila laureati emigrati nel periodo 2010-2014 ammonta a circa 10 miliardi di Euro

Negli ultimi anni questa perdita è risultata in continuo aumento, e si attesta sui 14 miliardi nel 2019 come affermato dall’ex Ministro Tria. Per provare ad arginare il fenomeno, nella scorsa legislatura con il decreto ‘’Crescita  è stata incentivata la politica delle agevolazioni fiscali per quegli italiani che, una volta emigrati, sarebbero tornati in Italia con una riduzione dell’imponibile al 70% (dal precedente 50%) che poteva arrivare al 90% se la residenza veniva trasferita al Mezzogiorno. 

Una soluzione al ribasso che portava con sé almeno due problemi non trattati. Il primo riguarda la scarsa propensione del sistema universitario italiano ad attirare un numero consistente di giovani qualificati. In secondo luogo, le agevolazioni poste in essere dal governo sono rivolte ad un numero esiguo di italiani qualificati: la maggior parte dei giovani qualificati, infatti, o non torneranno proprio o sarebbero tornati a prescindere dalle agevolazioni. 

Durante la prima fase della pandemia, il dibattito pubblico è stato spesso incentrato sui tagli dei fondi alla sanità, e un discorso analogo vale ora per il settore della ricerca nel periodo in cui il mondo intero è alla caccia del vaccino. In via assistenziale infatti, con il recente  decreto Rilancio sono stati stanziati 1,4 miliardi per l’università e ricerca è inoltre prevista l’assunzione di 400 nuovi ricercatori

In una società sempre più predisposta alla mobilità, quindi, il problema non sembra essere la fame giovanile di nuove e diversificate esperienze. Il doversi spostare si rivela invece spesso essere una scelta obbligata, simbolo della scarsa capacità di un Paese di trattenere i propri giovani. 

L’esperienza Covid-19 ha sottolineato ancor di più l’importanza, per un Paese, di disporre di proprio capitale umano impegnato nella ricerca. Alcuni di questi cervelli in fuga hanno deciso, proprio in questa situazione di emergenza, di fare dietrofront e tornare nel Belpaese: la sfida per la politica consisterà ora nel riuscire a trattenere chi se ne era andato

Testo a cura di Francesca Pavano e Pietro Scagliotti

 

Nata su quel ramo del lago di Como, vivo oggi a Milano e studio in Bocconi. Difetti rimandati a un’altra bio, cose belle su di me: sono romantica, credo nella politica e sogno in grande. Studio, leggo, viaggio e ogni tanto scrivo qualcosa di interessante per OriPo.

Nato 20 anni fa nella nebbia padovana. Studio giurisprudenza presso l’Università di Padova e tra un mattone di diritto e l’altro mi cimento nella scrittura. Vorace di qualsiasi notizia di cronaca. Sono il classico amico che butta in politica anche le cene del calcio.

Francesca Pavanohttps://orizzontipolitici.it
Nata su quel ramo del lago di Como, vivo oggi a Milano e studio in Bocconi. Difetti rimandati a un’altra bio, cose belle su di me: sono romantica, credo nella politica e sogno in grande. Studio, leggo, viaggio e ogni tanto scrivo qualcosa di interessante per OriPo.

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