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Tutto quello che c’è da sapere sull’evasione fiscale in Italia

Tempo di lettura stimato: 9 min.

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Con evasione fiscale, si intendono i comportamenti, attivi od omissivi, volti a non pagare – o a pagare meno – i tributi, violando le norme di legge. Si verifica mediante l’occultamento di imponibili e/o di imposta in senso stretto. Un tipico esempio di evasione fiscale è la mancata emissione dello scontrino fiscale. In Italia, nello specifico, l’evasione fiscale è un problema strutturale, presente da molti anni. Alcune scelte sono state prese in materia per ridurne l’impatto, altre – augurabilmente – verranno prese in futuro. Perciò, è importante capire la dimensione del problema, conoscendone gli esponenti migliori e peggiori, e soprattutto approfondendo l’impatto dell’evasione fiscale sulla crescita del nostro paese. 

A quanto ammonta l’evasione fiscale in Italia

A partire dalla NADEF del 2022, è possibile analizzare le stime dei livelli di evasione all’anno fiscale 2019. L’evasione stimata, in quell’anno, è scesa a 99 miliardi di euro, per la prima volta sotto la soglia dei 100 miliardi, in calo di 4 rispetto al 2018. Di questi 99, circa 86.5 miliardi si riferiscono all’evasione di tributi, mentre i restanti 12.6 miliardi circa fanno riferimento ai contributi non versati. Rispetto al 2015, l’evasione è diminuita per un importo pari a circa 7 miliardi di euro. Il calo assoluto maggiore si è visto con l’Iva, la cui evasione è passata dai 35 miliardi del 2015 ai poco meno di 28 del 2019 – calo del 21% circa -; in percentuale, è crollata soprattutto l’evasione relativa al Canone Rai (-76%), diminuita dai 977 milioni del 2015 ai 239 del 2019.

Relativamente invece all’indicatore della propensione al gap nell’imposta, ovvero il rapporto tra il tax gap – l’ammontare evaso – e il gettito potenziale inclusivo della parte non pagata dell’imposta, si evince un trend totale decrescente. Sebbene il gap dell’Irpef da lavoro autonomo sia crescente nel quinquennio considerato, complessivamente tale divario è diminuito del 2,7%. Irpef e Imu-Tasi sono le imposte che, nel 2019, hanno avuto il gap positivo più alto: rispettivamente, circa 78% e 25%. Si aggiungono dati preliminari relativi al 2020, che mostrano come l’evasione sulle entrate tributarie sia diminuita ulteriormente di circa 9,2 miliardi di euro. È poi interessante notare che dalle locazioni, ovvero dalle somme riscosse per affitto di abitazioni, emergono adesso maggiori imponibili grazie all’introduzione della c.d. cedolare secca. Tuttavia, questo strumento ha comportato un costo netto per il bilancio pubblico.

La platea degli evasori in Italia

Quanto alla platea di evasori in Italia, va detto che in base alla professione svolta, vi sono imposte più o meno semplici da evadere. Ad esempio, i lavoratori dipendenti fanno molta fatica ad evadere l’Irpef, essendo versata dal loro datore di lavoro. Questi ultimi, invece, sono tra i soggetti maggiormente evasori di Iva, visto che proprio loro devono versarla. Inoltre, vi sono settori che evadono più di altri. Infatti, i settori di commercio, alloggio, ristorazione e trasporti sono i settori dove si concentra la maggior parte dell’evaso, circa il 40% del totale, seguiti da servizi alle imprese e alle persone. Si evade davvero poco invece in servizi come la produzione di beni intermedi, energia e rifiuti; in questo settore, infatti, l’evasione riscontrata è vicina allo 0.

Quanto ai mestieri dove invece risulta maggiore evasione, spiccano docenti che impartiscono ripetizioni, giardinieri e falegnami. In particolar modo, nella prima categoria l’89% dei docenti risulta evasore. Le più virtuose, invece, risultano essere veterinari, commercialisti e notai; in questi lavori, la percentuale scende mediamente al 20% circa.

Secondo il Mef il gettito evaso, in valore assoluto, è maggiore nelle regioni del Nord, in quanto queste dispongono di un reddito maggiore e di una conseguente base imponibile più alta. Tuttavia, il grado di evasione – ovvero quanti si evade rispetto a quanto dovuto – è maggiore al Sud, quindi con una profonda eterogeneità regionale sul suolo italiano.

Le regioni che hanno evaso di più nel 2018 sono state, secondo l’Ufficio Studi CGIA di Mestre, Calabria e Campania, che hanno evaso rispettivamente il 21,3% e il 19,8% del valore aggiunto regionale. Questo vuol dire che, ogni 100 euro di gettito incassato, in Calabria si sono evasi 24,5 euro, seguiti dai 22,7 in Calabria. Le regioni che evadevano meno erano Friuli Venezia Giulia – 10,9% del valore aggiunto regionale – e Lombardia – 9,6% del valore aggiunto regionale. Quanto alle città, l’Istat mette ai primi posti Crotone, Agrigento e Cosenza, dove più del 40% dei contribuenti evade. Spiccano tra le migliori Parma, Milano e soprattutto Trieste, dove solo l’8% dei contribuenti è evasore.

È interessante notare come, a livello regionale, emergano differenze anche nell’atteggiamento dei cittadini italiani davanti al problema dell’evasione fiscale, considerando la sua diffusione e gravità. Si evidenzia infatti che, al Sud, la diffusione dell’evasione è percepita maggiormente rispetto al Nord, ma quest’ultimo gli attribuisce maggiore gravità sociale. Nelle motivazioni che spingono all’evasione, spicca la dimensione sociale della stessa; una gran parte delle attitudini evasive sono motivate dalla mancanza di reciprocità negli obblighi fiscali: “pago se pagano gli altri”.

Confronto con l’Europa

All’interno dell’Ue, ogni paese ha imposte specifiche e peculiari con propri metodi per quantificare l’evasione fiscale. Tuttavia, il Mef asserisce che in Italia l’evasione è elevata in un’ottica di confronto con i paesi Europei. Infatti, secondo le stime pubblicate dalla Commissione Ue e realizzate dal Center for Social and Economic Research relative all’evasione dell’Iva – sui cui è più semplice effettuare stime -, nel 2019 l’Italia era quinta in Ue per evasione di questa imposta – 21,3% evasa – dietro Romania (34,9%), Lituania, Malta e Lettonia. I paesi più virtuosi erano Croazia e Svezia, con evaso Iva inferiore al 2%. Tra le grandi economie del continente, la Germania presenta un’evasione Iva a meno del 9%, seguita dalla Francia al 7,4% e dalla Spagna al 6,9%.

Come si evade e impatto sulla crescita

Diverse sono le tecniche per evadere – l’imposta più semplice da evadere è l’Iva: secondo l’associazione Nens, esistono almeno 15 tecniche per non pagarla. Considerando tutti i tributi, la tecnica più nota è probabilmente la falsa fatturazione, ovvero l’inserimento in fattura di costi inesistenti, pagandoli e facendoseli restituire in contanti da chi ha emesso la fattura, così che l’azienda abbia un imponibile ridotto e che la società emittente abbia un imponibile più alto che potrà mettere in liquidazione – è un sistema tipico delle c.d. società cartiere, ovvero che producono solo false fatture.

Seguono poi sistemi diversi: la sovrafatturazione delle operazioni – indicando in fattura corrispettivi più alti rispetto a quelli reali -; la mancata emissione dello scontrino fiscale – che permette risparmi anche ingenti soprattutto presso esercenti in cui l’acquisto è veloce e a basso prezzo, come bar, ristoranti etc. Infine, un altro sistema è quello della svalutazione delle rimanenze di magazzino: dichiarando rimanenze inferiori a quelle effettive e/o sottovalutando l’ammontare dei lavori in corso su ordinazione, è possibile infatti ridurre i ricavi, influenzando il reddito imponibile. Vi sono anche soggetti che portano avanti l’azione contraria, ovvero la sopravvalutazione. Accade, ad esempio in sede di rinnovo dei fidi bancari – le banche sono più invogliate a concedere finanziamenti davanti a ricavi cospicui.

L’impatto di queste azioni, ed in generale dell’evasione fiscale, sulla crescita economica di un paese e sulla sua produttività è notevole. Non a caso, infatti, la riduzione dell’evasione può avere effetti positivi anche sulla produttività delle imprese, grazie ai benefici risultanti dalla loro propensione ad espandersi e ad innovare. L’evasione fiscale, infatti, è eterogeneamente distribuita. È più semplice per le Pmi che per le grandi imprese evadere. Le prime hanno requisiti di segnalazione più larghi e meno probabilità di essere ispezionate dall’ente di controllo, l’Agenzia delle entrate. Per questa ragione, restare una Pmi evadendo potrebbe essere un’opzione favorevole rispetto ad una crescita dimensionale derivante da progetti innovativi.

Non solo: l’evasione da parte di più imprese genera una concorrenza sleale che riduce il rendimento dell’innovazione, inducendo le aziende innovatrici ad investire meno del loro potenziale e quindi rallentando la loro crescita. Per questo, per contrastare l’evasione fiscale si dovrebbe puntare su politiche economiche che mirino alla crescita dimensionale delle piccole-medie imprese. In Italia, infatti, le Pmi impiegano l’82% di tutti i lavoratori in Italia e rappresentano il 92% delle imprese attive nel Paese.

Tale risvolto nel sistema economico italiano è più che presente. Un sistema dove le prospettive di sviluppo delle aziende vengono sempre contenute per timore di pagarne i costi in futuro. Inoltre, essendo l’Italia un paese con un alto livello di tassazione che rende alti i benefici privati derivanti dall’evasione fiscale, si stima che, se l’evasione totale si azzerasse, le aziende crescerebbero mediamente del 25%, aumentando la loro spesa in innovazione del 35%. Negli anni 1995-2006, poi, il tasso di crescita medio annuale della produttività del lavoro non sarebbe stato pari allo 0,9% come è stato, bensì pari all’1,1%. Infine, il Centro studi di Confindustria nel 2015 ha stimato che, a parità di gettito, un dimezzamento dell’evasione determinerebbe un aumento del 3,1% del Pil e un incremento occupazionale pari a 335.000 unità, utilizzando l’evaso recuperato per ridurre le imposte.

Cosa è stato fatto per ridurre l’evasione fiscale

Tante azioni sono state poste in essere per contrastare l’evasione fiscale. Ad esempio, è stato stabilito l’obbligo di comunicare mensilmente all’Uif, l’Unità di informazione finanziaria, i movimenti di denaro contante di importo pari o superiore a 5.000 euro. È stato abolito il segreto bancario, ovvero l’obbligo delle banche di non comunicare notizie relative all’attività di raccolta del risparmio e all’esercizio del credito del cliente, se non dietro consenso di quest’ultimo. Sono nati il redditometro – accertamento di sintesi confrontando reddito dichiarato e spese sostenute -, l’esterometro – l’invio telematico trimestrale all’Agenzia delle Entrate dei dati relativi alle operazioni economiche con soggetti non residenti – e la fattura elettronica. È nata un’anagrafe dei rapporti finanziari tramite l’invio periodico all’Anagrafe tributaria dei saldi dei rapporti finanziari dei contribuenti.

È stato implementato lo split payment, ovvero il versamento dell’Iva allo Stato effettuato direttamente dal cliente. Rientrano, poi, misure quali il controllo automatizzato delle dichiarazioni fiscali, o il serpico, il “computer” del fisco. Quest’ultimo raccoglie ed elabora varie informazioni sui contribuenti, sfruttando le interconnessioni tra i dati contenuti nell’Anagrafe dei rapporti finanziari ed altre banche dati. Si aggiungono i molto discussi obbligo di pagamento con strumenti tracciabili – es. pos – e limite all’utilizzo del contante, previsto a 5.000 euro nella manovra del Governo. Sebbene i risultati sembrano esserci stati, ancora molto c’è da fare in termini assoluti. L’evasione, infatti, è ancora cospicua in Italia – pari a 99 miliardi di euro.

Azioni in programma per contrastare l’evasione

Il Mef evidenzia tutti gli obiettivi in programma per rafforzare i controlli dell’Agenzia delle Entrate in ottica di recupero dell’evaso e per ridurre, nel lungo periodo, la dimensione dell’evasione fiscale in Italia. Ad esempio, nel 2023 l’obiettivo principale è di riuscire a inviare le prime dichiarazioni IVA precompilate. Nel 2024, poi, si vuole migliorare la capacità operativa dell’amministrazione fiscale, rafforzando quindi l’organico e le performance dell’Agenzia delle Entrate. Nello stesso anno, un maggior numero di lettere di conformità – comunicazioni tempestive ai contribuenti per cui sono state rilevate anomalie ma non frodi nei controlli – dovrebbero implicare un aumento del gettito derivante dalle stesse. Nel 2025-2026, infine, si vuole mirare ad una riduzione della propensione all’evasione sopracitata, chiudendo difatti con una minore evasione fiscale.

Nel PNRR sono previste le riforme concrete di riduzione del tax gap, sfruttando la tecnologia e gli strumenti di analisi dei dati per effettuare controlli mirati sui contribuenti. Riprendendo gli obiettivi sopra citati, 2.3 milioni di partite Iva avranno a disposizione la dichiarazione annuale Iva precompilata relativa all’anno d’imposta 2022. Questa consente un risparmio consistente di costi amministrativi. Entro giugno 2024, ci si pone l’obiettivo anche di assumere più di 4000 unità presso l’Agenzia delle Entrate per rafforzare l’organico dell’ente. Negli anni 2025-2026, si vuole ridurre la propensione all’evasione sopra citata rispettivamente del 5% e del 15% rispetto al 2022 e al 2023.

*Crediti foto: stevepb, via Pixabay

Mattia Moretta
Italiano, prima di tutto. Nato in un posto in riva al mare d’Abruzzo, vivo dal 2000. Studio Economia e Management in Bocconi. In OriPo ho trovato lo strumento migliore per esprimere la mia passione per la politica. Tre punti di riferimento: la libertà, il mare e la musica. P.S. I capelli grigi sono naturali.

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