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“Dopo coronavirus, rischio populismo al potere”

Tempo di lettura stimato: 8 min.

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Il Fondo monetario internazionale ha detto che, rispetto a questa crisi, quella del 2008 rischia di sembrare “minuscola e irrilevante”. È chiaro quindi come tra qualche mese gli scenari internazionali e il populismo saranno molto diversi dopo il coronavirus. Per provare a districarci in questo marasma di reti globali abbiamo chiamato uno dei più grandi esperti in Italia di politica internazionale, Paolo Magri. Direttore dell’Ispi, professore di relazioni internazionali all’Università Bocconi e membro del Comitato Strategico del Ministero degli Esteri. Con lui abbiamo fatto un giro del mondo per capire come stanno i Paesi, ai tempi del coronavirus.

Direttore, la Cina ha qualcosa da farsi perdonare al resto del mondo?

La Cina ha certamente qualcosa da farsi perdonare, ad esempio il ritardo iniziale nella comunicazione. Si tratta di alcune settimane, gravi, che hanno avuto conseguenze nel resto del mondo. Il ritardo è stato meno importante di quanto avvenuto con la Sars, ma c’è stato. Se posso spezzare una piccola lancia a favore della Cina, però, quando il virus è venuto nei nostri Paesi anche noi abbiamo avuto dei ritardi importanti. Anche in Italia c’è stata una fase in cui non si capiva cosa fare: Alzano e Nembro ne sono l’esempio. Credo che sia molto facile accusare ex-post, ma è molto difficile agire durante una crisi.

Il Partito e Xi Jinping hanno ricevuto molte critiche anche internamente, soprattutto dopo la morte per coronavirus del medico che per primo aveva lanciato l’allarme coronavirus. Cosa succederà al consenso nei confronti del Partito Comunista Cinese?

Dipende da quanto durerà la crisi economica. Economicamente la Cina soffre, ma meno di noi. Se si verificherà una crisi a “V”, con una ripresa veloce, per il partito unico sarebbe una crisi gestibile. Ho qualche dubbio se fosse una crisi duratura che metta in discussione il patto tra il regime e la popolazione: meno libertà in cambio di prosperità. Se questo patto saltasse, allora potrebbero esserci problemi, infatti il presidente Xi Jinping ha detto che questa è la più grande sfida dai tempi della rivoluzione.

La Cina, appena il virus è esploso fuori dai confini nazionali, ha erogato un importante piano di aiuti internazionali. Basterà questo a mitigare il malcontento internazionale nei confronti di Pechino?

La crisi è avvenuta in un momento molto particolare: già prima c’era un chiaro scontro tra Stati Uniti e Cina. Anche l’Europa ha preso parte a questo scontro: ci ricordiamo i timori sulla via della seta. Queste cose c’erano anche prima, ma in una crisi in cui i cinesi vengono considerati gli “untori” il malcontento si fa più aspro. Non a caso Trump lo chiama il “virus cinese”. Gli aiuti internazionale da sempre sono uno strumento di politica estera, non sono mai neutrali. Gli aiuti della Cina hanno fatto molto effetto anche perché sono arrivati in un momento in cui gli Stati Uniti ci bloccavano l’esportazione di mascherine.

Provando a spostarci dalla Cina, secondo lei che effetto potrà avere questa crisi sui populismi globali?

È la grande domanda e la grande sfida. Abbiamo di fronte una pandemia sanitaria ed economica, può partire una pandemia finanziaria, ma non sappiamo ancora se diventerà una pandemia sociale e politica, con dei capovolgimenti dei sistemi politici. Prima avevamo un’Europa in cui i populismi si facevano strada e, se ci sarà una recessione duratura, è difficile che questi populismi vengano meno. Il “my country first” è diventata una norma per tutti i Paesi. In alcuni significherà che tutti i governi che hanno visto un forte incremento dei consensi vedranno questo consenso evaporare quando verrà meno il senso di unità nazionale che la crisi comporta. In questi Paesi potrebbe esserci un cambio più radicale di governo, con forze populiste al potere.

La crisi arriva in un momento molto particolare per gli Stati Uniti, che in autunno andranno ad elezioni. Questo come potrebbe influenzare la campagna elettorale?

Due mesi fa avevamo un presidente, Trump, con una popolarità stabile, che aveva di fronte un gruppo di democratici che si combattevano tra di loro nelle primarie democratiche. Trump aveva la possibilità di mettere di fronte ai propri avversari politici i risultati economici pre-coronavirus: Wall Street ai massimi storici, crescita. Ora Wall Street è in caduta, ci sono 26 milioni di disoccupati ed è prevista una crisi profonda e duratura, oltre ad un debito pubblico che è esploso. Sarà tutta un’altra campagna e le cose incredibili che sta facendo il presidente lo dimostrano: sta già adottando i temi e i modi da campagna elettorale. 

È sempre molto difficile capire Trump, ma come si spiega il sostegno che il presidente ha espresso nei confronti delle piazze anti-lockdown?

Trump non ha mai sostenuto il lockdown: ha sempre detto che era una bufala, poi ha detto che è una cosa seria, ma ha anche detto che l’economia è una cosa più seria. In questo pendolo tra economia e sanità lui è sempre stato dalla parte dell’economia. Sta portandosi dalla parte della pancia del Paese: ricordo che quando è stato eletto presidente, salendo sul podio e rivolgendosi alla piazza ha detto “da oggi voi che mi ascoltate governerete questo paese, non quelli dietro di me”, indicando poi i senatori che aveva alle spalle. Questo è il populismo.

Trump ha adottato mosse anche molto forti, come tagliare i fondi all’Oms (Organizzazione mondiale della sanità). Questo può influenzare il coordinamento della crisi?

Questa mossa ha una pesantissima valenza politica, perché nel mezzo di una crisi sanitaria spara sulla croce rossa, l’Oms, che è l’unica fonte di coordinamento globale della crisi che avevamo. Ma l’Oms ha pochissimo potere, il suo bilancio è uguale alla cifra che la Germania ha posto come extra-budget per i suoi ospedali il mese scorso.
L’Oms ha delle colpe passate molto serie, come il silenzio sulla crisi ebola, dove fu Medici senza frontiere a lanciare l’allarme. L’attacco di Trump era un attacco destinato ai suoi elettori che voleva scaricare la colpa sui cinesi, ma nel mondo ha fatto scalpore perché l’organizzazione è il simbolo del lavoro coordinato degli Stati.

Proviamo a cambiare scenario, andando in Medio Oriente: possiamo aspettarci un cambio nel regime di sanzioni nei confronti dell’Iran da parte degli Us?

C’è stato un tentativo nel consiglio di sicurezza dell’Onu di interruzione delle guerre e delle sanzioni. La prospettiva non è quella: sono ancora attivi i dazi all’importazione di apparecchiature mediche dalla Cina per gli Us, per esempio, quindi non è così immediato che i problemi che c’erano prima possano essere risolti dalla crisi sanitaria. Al momento le sanzioni rimangono.

Che impatto può avere la crisi del petrolio sui paesi produttori?

Un Paese produttore qualche anno fa vendeva a 160 dollari al barile, per poi scendere a 60, 40 e in un giorno, scendere a meno 40 dollari al barile. È un segnale, ma è un segnale forte. Ci sono alcuni Paesi che hanno un bassissimo costo di estrazione, come la Russia, ma se invece, come l’Iran, un Paese ha costi di estrazione molto alti, soffre di più. Un altro fattore è la dipendenza dal petrolio: se un Paese si trova in una condizione in cui le esportazioni sono al 80% composte dal greggio, hai alti costi di estrazione e, poi, non hai accumulato riserve in passato, sei ad alto rischio economico.
Ricordiamo inoltre che dove c’è petrolio c’è tendenzialmente anche instabilità politica: durante una situazione di crisi in Paesi instabili questo può portare ad ulteriore instabilità: l’Onu ha detto che dobbiamo intervenire subito e insieme con i vari livelli economici, di sicurezza e pace per prevenire situazioni di crisi congiunta.

In Brasile sembra che ci sia Bolsonaro contro tutti. Il presidente ha licenziato il suo Ministro della sanità perché troppo allarmista e si ostina a definire il coronavirus una “febbriciattola”. Che succede in Brasile?

Bolsonaro si compiace di essere chiamato il “Trump dei tropici” e sta imitando il presidente degli Us in molti aspetti. Il popolo brasiliano è ancora molto povero, con una percentuale di economia informale altissima. La pancia del Paese vuole uscire, perché rimanere a casa vuol dire non portare la cena a casa la sera, così come gli oligarchi del Sud industrializzato vorrebbero la riapertura per non pesare eccessivamente sui loro affari. Bolsonaro occhieggia gli uni e gli altri.

Tornando in Europa: Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, si è scusata pubblicamnete per la mancanza di solidarietà mostrata da alcuni paesi europei nei confronti dell’Italia, quando però il consenso nei confronti dell’Europa, in Italia, era già diminuito fortemente. Secondo Lei c’è una frattura insanabile tra Nord e Sud Europa?

La frattura c’era già. È iniziata con la crisi greca ed è proseguita: il virus l’ha confermata. Nei fatti l’Europa sta muovendosi, e non con i tempi lunghi europei, ma con tempi più veloci del solito. Questo non vuol dire che i soldi dell’Europa arriveranno domani, ma quello che hanno fatto Bce e la Commissione Europea è rivoluzionario per lo sforzo economico compiuto. Non so quanto questo sforzo si tradurrà in fondi in tempi brevi per l’Italia: se fossero fondi con programmi europei che noi, da sempre, non riusciamo ad usare, avremmo una Europa che ha dei fondi per noi e noi che non riusciremmo ad usarli, ma questo è un problema dell’Italia.

Si parla spesso di fratellanza europea. Secondo Lei questa è un sogno, un’utopia o un’illusione?

Parlare di fratellanza europea in un momento in cui esponiamo le bandiere italiane sui balconi mi è difficile. La fratellanza la stiamo sperimentando al massimo tra italiani, ma anche tra italiani quando si parla di cose concrete ci sono problemi: la regione Campania che dice “se vuoi aprite io vi caccio fuori”. Questa non è fratellanza. Volutamente non uso neanche la parola solidarietà europea: quello che serve non è la fratellanza, ma il coordinamento. Fratellanza e solidarietà hanno un connotato etico, mentre quello che serve è un egoistico senso di coordinamento. Non l’abbiamo noi, la fratellanza, e non dobbiamo aspettarcela nemmeno tra i Paesi, che sono per natura antagonisti. 

Ci sarà un ritorno al protezionismo?

In un clima in cui il protezionismo già stava tornando, in cui ti rendi conto che se succede qualcosa in Cina si blocca anche la produzione in Italia, sono gli stessi imprenditori che stanno pensando a come rinazionalizzare la catena di produzione. In uno stesso momento ti rendi conto che hai bisogno di materiale medico, ma se lo compri ti possono bloccare l’importazione all’estero. Poi ti rendi conto che le tue aziende possono essere comprate da un fondo saudita a prezzi di saldo, e allora il governo deve intervenire per tutelare la sua industria. In questo contesto si entra in clima di autarchia. In questo clima dobbiamo tenere la luce accesa sul fatto che l’altro, il resto del mondo è importante, sia da un punto di vista solidaristico che per interesse personale, perché se scoppia una crisi globale siamo coinvolti tutti.

 

Federico Pozzi
Veneto classe 1997: tra i vecchietti di OriPo. Laureato in Economia a Padova, ora studio Politics and Policy Analysis in Bocconi. Quando scrivo cerco di essere come le notti d’estate: chiaro come il cielo e pungente come la zanzara che continua a ronzare in camera. Romanticamente inopportuno insomma.

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