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Dal governo De Gasperi a Draghi: quando i nemici si trasformano in maggioranza

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Con il governo Draghi, insediatosi da poco più di un mese, si è assistito al ritorno delle maggioranze ampie: il nuovo esecutivo, infatti, se si contano anche i gruppi minori, è sostenuto in Parlamento da ben 31 diversi partiti politici e di questi sono 9 quelli che fanno parte della compagine di governo. Con numeri così grandi, è evidente il fatto che tra le forze che appoggiano Draghi ve ne siano alcune piuttosto incompatibili per ideologia, punti programmatici e storia politica. Questo aspetto, però, non è affatto una novità nella storia della Repubblica italiana, se si pensa che già il primo esecutivo, ossia il De Gasperi II del 1946, era un governo di unità nazionale, in cui dunque trovavano spazio partiti tutt’altro che affini. Partiti fra loro “nemici”, nel trascorrere degli anni, hanno poi governato insieme per diverse altre volte: in questo articolo, ripercorriamo molte maggioranze “anomale” della storia d’Italia, dal secondo dopoguerra a oggi, distinguendo tra governi politici, tecnici (Premier e maggior parte dei ministri che non sono membri del Parlamento) e di larghe intese (governi politici dalla maggioranza particolarmente ampia, detti “di unità nazionale” quando questa si estende a quasi tutto il Parlamento).

Governo Moro I (governo politico)

Sul finire degli anni ’50, due importanti esponenti della Democrazia Cristiana (DC), ossia Amintore Fanfani e Fernando Tambroni, hanno in mente, in contrasto con gran parte del resto del partito, un’apertura nei confronti del Partito Socialista Italiano (PSI): i governi di quegli anni, incentrati quasi esclusivamente sulla DC (e talvolta appoggiati da partiti minori), faticano ad ottenere maggioranze solide in Parlamento, e con i numeri garantiti dai socialisti si potrebbero avere esecutivi molto più stabili. Quando nel 1960 Tambroni riceve dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi l’incarico di formare un governo, cerca immediatamente la collaborazione dei socialisti. Anche a causa dell’incertezza di Pietro Nenni, però, ripiega improvvisamente sul Movimento Sociale Italiano (MSI), che gli garantisce un appoggio esterno. In cambio di tale sostegno la DC consente ai missini di celebrare il proprio congresso a Genova, città simbolo della Resistenza; l’elettorato di sinistra reagisce dando vita ad una serie di tumulti che si propagano in varie città d’Italia e costringono il governo alle dimissioni. La DC cerca di ricompattarsi su posizioni più favorevoli all’alleanza coi socialisti e nel 1962 nasce il governo Fanfani IV, il primo dai tempi della Costituente a poter contare sull’appoggio esterno del partito di Nenni. 

Bisogna aspettare l’anno seguente, però, per vedere quest’ultimo far parte della squadra di governo. È col primo governo Moro (che giura il 5 dicembre 1963 e si dimette il 26 giugno dell’anno successivo) che i socialisti tornano a far parte attivamente della maggioranza. Nasce dunque il centro-sinistra organico, una coalizione programmatica fra DC e PSI (che include anche PSDI e PRI) che durerà fino al 1976, quando si avranno le prime aperture nei confronti dei comunisti, che daranno poi luogo al Compromesso storico.

Sia il centro-sinistra organico che il Compromesso storico sono fortemente voluti da Aldo Moro. Lo statista democristiano, inizialmente cauto su un’alleanza coi socialisti, dimostra a partire dal 1963 una straordinaria capacità di mediazione, la stessa che nel decennio successivo farà quasi accadere l’immaginabile.

Governo Andreotti IV (governo politico)

Ed eccolo, l’immaginabile. Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano (PCI), i due nemici per eccellenza, che governano insieme. Ma non tutto andrà per il meglio.

Il compromesso storico comincia a prendere forma già nella prima metà degli anni ’70, quando il leader comunista Enrico Berlinguer si dichiara favorevole ad una collaborazione con la DC; tale proposta suscita le reazioni contrarie delle correnti più a sinistra del PCI e di quelle più a destra della DC, oltre che dei socialisti, che temono di rimanere ai margini. Nel partito di Piazza del Gesù, però, incontra i favori di due importanti esponenti: Benigno Zaccagnini, segretario del partito, e, soprattutto, Aldo Moro, presidente.

Quando nel 1976 Giulio Andreotti è premier per la terza volta, si iniziano ad intravedere gli effetti di questo reciproco avvicinamento: il partito di Berlinguer si astiene, non votando la sfiducia a un governo a guida democristiana per la prima volta dopo quasi 30 anni.
Il governo Andreotti III si dimette nel 1978, così da favorire un ingresso più organico dei comunisti nella maggioranza. L’idea è quella di un esecutivo a guida DC (che esprimerebbe tutti i ministri) con l’appoggio esterno del PCI (che non farebbe parte della compagine ma voterebbe la fiducia). Il nuovo governo, l’Andreotti IV, deve essere presentato in Parlamento il 16 marzo 1978, ma proprio quella mattina, in via Fani, avviene una delle più grandi tragedie che il Paese ricordi: il sequestro del presidente della DC Aldo Moro e l’uccisione degli uomini della sua scorta da parte delle Brigate Rosse (BR).

I comunisti accordano la fiducia al governo, che prende vita proprio con lo scopo di salvare Aldo Moro e tale fiducia verrà poi confermata per oltre un anno. Nel frattempo però Moro verrà ucciso dalle BR.
Quando nel 1979 Berlinguer esprime la volontà di partecipare attivamente all’esecutivo, Giulio Andreotti – sin dall’inizio poco favorevole al Compromesso storico – rifiuta: i comunisti tornano quindi all’opposizione, provocando la caduta del governo.

Il governo DC-PCI resta dunque uno dei più grandi scenari incompiuti della storia politica italiana: di fatto nell’Andreotti IV i due partiti hanno fatto parte della stessa maggioranza, ma siccome l’idea di Moro e Berlinguer andava ben oltre l’ipotesi di sostenere uno stesso governo, nel caso in cui il primo non fosse stato assassinato, la svolta – un governo DC-PCI – si sarebbe realizzata (con ogni probabilità) fino in fondo.

Governo Dini (governo tecnico)

Il governo guidato dall’economista fiorentino, in carica dal 17 gennaio 1995 al 17 maggio 1996, è il primo “governo tecnico” della storia repubblicana: mai prima di allora, infatti, l’esecutivo era stato interamente composto da figure esterne al Parlamento.
Dini viene incaricato dal Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro dopo la frammentazione della maggioranza che appoggiava il primo governo Berlusconi, a causa delle continue tensioni fra il premier e la Lega nord. 

Il nuovo esecutivo può contare sull’appoggio esterno di un’ampia maggioranza, composta da alcuni partiti in forte antitesi tra loro: la Lega nord, ad esempio, entrata in Parlamento come movimento di protesta, “di rottura” rispetto alla politica primorepubblicana, definita –  nel pieno dello scandalo Tangentopoli –  “politica dei ladri”, appoggia Dini assieme a Partito Popolare Italiano (PPI) e Partito Democratico della Sinistra (eredi, rispettivamente, di DC e PCI, ossia dei due partiti più rappresentativi della Prima Repubblica).

Questo esecutivo è ricordato in particolare per la riforma del sistema pensionistico, con l’introduzione del sistema di calcolo contributivo, ma anche per la sfiducia al guardasigilli Filippo Mancuso, primo e unico caso nella storia repubblicana di sfiducia a un singolo ministro.

Governo Monti (governo tecnico)

Con Berlusconi ormai privo della maggioranza alla Camera e l’economia del Paese sull’orlo del precipizio (lo spread è alla soglia record di 575 punti base), il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano annuncia che il premier rimetterà a lui il mandato, e incarica l’economista e accademico Mario Monti di formare un esecutivo. Il governo dell’ex commissario europeo, in carica dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013, rientra nel novero dei “governi tecnici” (è l’unico oltre al governo Dini), in quanto il solo componente a far parte del Parlamento è il premier, nominato senatore a vita quattro giorni prima dell’incarico.

il Presidente del Consiglio afferma a più riprese di aver scelto i propri ministri al di fuori dell’ambito del Parlamento per evitare polemiche tra partiti, conscio della notevole eterogeneità della maggioranza, i cui partiti più importanti sono Partito Democratico (PD) e Popolo delle Libertà (PdL), pesantemente contrapposti (anche sotto diversi nomi) per tutti i 15 anni precedenti.

Il governo Monti è celebre per aver stabilizzato la situazione economica italiana, anche grazie a una serie di manovre, come la riforma pensionistica del 2011, molto criticate da alcune parti politiche.

Governo Letta (governo politico “di larghe intese”)

L’esecutivo con a capo l’attuale segretario del PD nasce dopo una situazione di stallo determinata dalle elezioni del febbraio 2013 e durata due mesi; nel frattempo, data la mancanza di accordi per eleggere il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano aveva appena cominciato il proprio secondo mandato. È proprio il Capo dello Stato a volere un governo “di larghe intese”, e quello guidato da Letta è il primo governo della storia d’Italia a rientrare in tutto e per tutto in questa categoria; l’unica esperienza precedente paragonabile a questa è quella del governo Ciampi del 1993, ultimo esecutivo della Prima Repubblica, che però nei fatti era più che altro un ibrido tra governo tecnico (premier e alcuni ministri non membri del parlamento) e governo di larghe intese (o di grande coalizione, in quanto vi erano anche molti esponenti politici dei partiti più vari, dalla DC al PDS).

Nel caso dell’esecutivo che giura il 28 aprile 2013, la grande coalizione è quella formata da PD e Pdl, che avevano sostenuto insieme Monti, ma che mai prima di allora erano stati alleati di governo, a causa soprattutto di forti incompatibilità ideologiche, che avevano favorito nel decennio precedente la nascita di una sorta di bipolarismo.
Queste incompatibilità non tardano a manifestarsi, e infatti, a fine novembre 2013 il PDL si spacca: l’area più vicina a Silvio Berlusconi lascia il governo e ricostituisce Forza Italia, mentre la corrente guidata da Angelino Alfano, che forma il Nuovo Centro Destra, conferma l’appoggio al premier.

Governo Draghi (governo politico “di larghe intese”)

Il secondo governo di larghe intese della storia repubblicana è proprio quello attuale, formato dall’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. L’esecutivo si è insediato il 13 febbraio 2021, dopo i vani tentativi di formare un nuovo governo Conte seguiti alla crisi del precedente Conte II.

Nonostante il premier e molti ministri non siano parlamentari, questo governo non si può definire “tecnico”, in quanto i partiti che lo sostengono non garantiscono un mero appoggio esterno, bensì sono presenti all’interno della compagine.
Benché presenti molte analogie col governo Ciampi, inoltre, questo esecutivo è classificabile in modo molto più netto in quanto tutte le maggiori forze che lo sostengono sono presenti in Consiglio dei Ministri (nel precedente del 1993, PDS e Verdi avevano ritirato i propri ministri 10 ore dopo il giuramento, a seguito della respinta di molte richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi).

Guardando quali forze sostengono l’attuale governo, che dovrà fare i conti con l’emergenza Covid e il piano vaccinale, oltre che con la ripartenza dell’economia, si nota come alcune di esse siano diametralmente opposte sul piano ideologico: è il caso, ad esempio di Forza Italia e Movimento 5 Stelle, che sempre si sono trovati contrapposti, sia nei governi che su moltissime questioni all’interno del Parlamento; oppure di PD e Lega, due partiti praticamente agli antipodi, che non risparmiano attacchi l’uno all’altro neanche trovandosi nella stessa maggioranza. Divergenze di vedute che sottolineano l’altra grande sfida per il premier Draghi: la mediazione delle parti politiche per compattare l’azione di governo. 

 

Vittorio Fiaschini
Nato a Perugia quasi 20 anni fa, studio economia e finanza alla Bocconi. Amante di sport, cinema e storia, la mia passione numero uno è però la politica. Fanatico della Prima Repubblica, rischio spesso di venire alle mani con chi pensa che Andreotti sia solo un meme.

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