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Da Conte a Berlusconi: il difficile rapporto tra media e politica

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Della conferenza stampa dello scorso venerdì sera non rimarrà solo la proroga delle misure restrittive decisa dal governo sino al prossimo 3 maggio. Più facile che a tramandarsi sia il “stavolta faccio nomi e cognomi” con cui il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha aperto la polemica con i leaders dell’opposizione, aggiornando lo storico del controverso rapporto tra media e politica.

All’affondo del premier, diretto a ribadire la contrarietà del governo all’attivazione del fondo salva Stati e stigmatizzare “quanto falsamente e irresponsabilmente” diffuso dalle opposizioni, hanno fatto seguito le immediate reazioni: “Roba da regime, roba da Unione Sovietica”, il commento dell’ex ministro leghista Matteo Salvini, “Mai vista una cosa del genere nella storia della democrazia”, la replica della leader di FdI Giorgia Meloni. A soffiare sul fuoco delle polemiche anche le esternazioni del direttore del Tg La7 Enrico Mentana, protagonista di un botta e risposta con Palazzo Chigi conclusosi con un richiamo al regime di Chavez.

Sul tavolo dell’emergenza finisce di tutto, anche, quindi, l’accusa d’annacquare il pluralismo democratico televisivo, su cui, dice Salvini, è stata gettata una pietra tombale. Uno spaccato sullo stato di salute della comunicazione e sull’utilizzo dei media da parte dei principali leaders della scena politica attuale lo forniscono, tuttavia, i dati mensili dell’Agcom.

Dall’insediamento del Conte 2 e sino a febbraio, considerate le rilevazioni del Garante delle comunicazioni sulle principali emittenti generaliste (Rai, Mediaset, La7), è il leader della Lega il politico più presente in televisione, avendo collezionato 66 ore e 47 minuti di parlato tra tg e talk, a fronte delle 50 del premier Giuseppe Conte.

Abituale frequentatore dei salotti televisivi, 54 sono infatti le ore trascorse in totale nei talk, Salvini presenzia in particolare sull’emittente La7 dove ha collezionato 28 ore contro le 19 di Conte, e nelle trasmissioni targate Mediaset, dove lo squilibrio è vistoso: 12 ore e 54 minuti contro le 2 ore e 36 del premier. L’unico, peraltro, a tenere testa al leader della Lega nei palinsesti televisivi, dove il terzo posto è occupato da Matteo Renzi con “sole” 29 ore totalizzate da settembre. Segue Giorgia Meloni, che con poco più di 26 ore di parlato tra tg e talk stacca Di Maio e Zingaretti, l’uno presente per 25 ore, l’altro fermo a 14.

Nei Tg, invece, le differenze si assottigliano e il primato è del premier Conte, 16 ore e 50 contro le 12 e 19 di Salvini, mentre i restanti leaders sono compresi tra le 7 ore di Di Maio e le 3 di Meloni. In vetta Giuseppe Conte anche nel Tg La7 di Enrico Mentana con 59 minuti e 20 secondi contro i 40 e 4 secondi di Salvini, nonostante, come visto, sia proprio l’emittente di Urbano Cairo a ospitare maggiormente il leader del Carroccio.
Nel solo mese di Gennaio – periodo di campagna elettorale – sono state 9 le ore di parlato dell’ex ministro dell’interno nelle trasmissioni serali delle principali emittenti generaliste: tre volte più di Zingaretti, il doppio di Giorgia Meloni, quasi 70 in più dei Verdi, presenti per soli 8 minuti, e nel periodo successivo alla crisi di governo – il trimestre compreso tra settembre e novembre – ha collezionato più di 30 ore solo nei talk.

Da evidenziare, con le dovute distanze, anche la stabile presenza televisiva di Matteo Renzi, il cui picco si è avuto in occasione del lancio di Italia Viva a Ottobre. Meno evidente l’ex compagno di partito e attuale segretario PD Zingaretti, decisamente più in vista Di Maio, anche grazie al criticato accentramento di cariche che gli garantisce diritto di parola in molteplici occasioni. Nonostante, come evidenziato dalla recente pronuncia dell’Agcom, il M5s abbia dovuto fare i conti con la violazione dei principi di indipendenza, pluralismo e imparzialità della Rai, che ne ha causato una “costante sottorappresentazione nei tempi di parola e notizia” da agosto 2019 a gennaio 2020.

Par Condicio e pluralismo: il caso Rai

La Rai non è nuova a violazioni della par condicio, ma il pronunciamento di condanna inferto con la chiusura dell’istruttoria dell’Agcom lo scorso febbraio rappresenta un unicum, perché affianca alla responsabilità anche un “possibile danno erariale”. Sono diversi i fatti contestati a Viale Mazzini, ma gli esempi incriminati sono tutti inclusi nel Conte 1 e riconducibili a un’unica visione politica.

Il 19 e il 20 maggio 2019 il Tg2 lancia un servizio sul “fallimento del modello svedese di accoglienza dei migranti” durante il quale, evidenzia il Garante, è stato assunto solo il punto di vista di chi guarda all’accoglienza come una mission impossibile, nonostante i successi che il Paese scandinavo ha maturato al riguardo.

Sul banco degli imputati finisce anche il servizio con cui il Tgr Emilia del 28 aprile 2019 racconta la manifestazione dei nostalgici a Predappio, nel quale – spiega l’Agcom – “senza contraddittorio né contestualizzazione sociale o politica si raccoglievano dichiarazioni ai limiti dell’apologia del fascismo senza alcun commento dell’intervistatore, dando al cittadino-utente una rappresentazione nostalgica del periodo fascista”.

In ultimo, l’omicidio del vice-brigadiere Mario Cercello Rega, occasione in cui il tg2 lancia con assoluta certezza la notizia che i responsabili dell’omicidio siano due nordafricani, mentre la responsabilità è presto caduta su due cittadini statunitensi. Ancora lavoro, dunque, per l’Authority e ancora dubbi sull’uso del servizio pubblico dopo le pronunce di condanna degli ultimi anni.

Le epurazioni che hanno segnato il rapporto tra media e politica

Che l’utilizzo delle televisioni in Italia sia al centro del dibattito nazionale non rappresenta una novità, così come note sono le dichiarazioni al vetriolo che i leaders politici nazionali hanno veicolato nel corso del tempo.

Indiscussa l’iniziazione alle problematiche del tubo catodico tramite Silvio Berlusconi, che dell’avvento del sistema radiotelevisivo misto in sostituzione del monopolio pubblico è stato il protagonista. Con un’azione non sorretta da alcuna disciplina costituzionale, il metodo dell’interconnessione funzionale, che  consisteva nel registrare il palinsesto, inviarlo alle emittenti locali di ogni regione e trasmetterne il contenuto in contemporanea eludendo il monopolio pubblico targato Rai, l’imprenditore si è fatto spazio nelle televisioni.

Da allora, e da quel “caro Bettino grazie di cuore per quello che hai fatto” con cui Berlusconi ringraziò il presidente del Consiglio Craxi per aver varato un decreto legge con cui di fatto consentì alla Fininvest di trasmettere su scala nazionale nonostante l’illiceità  della pratica, se ne sono viste.

Si è visto, anzitutto, l’editto Bulgaro, con cui dalla conferenza stampa del 18 aprile 2002 a Sofia Berlusconi definì “criminoso” l’uso della televisione pubblica da parte dei giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro e del comico Daniele Luttazzi, affermando inoltre che sarebbe stato “un preciso dovere della nuova dirigenza Rai evitare la ripetizione dell’accaduto”. “Quindi Biagi, Luttazzi e Santoro fuori dalla Rai?” chiede un giornalista. “Se cambiassero, nulla ad personam”, risponde Berlusconi, condannando alla sospensione Il Fatto, Sciuscià e Satyricon.

E si è visto anche Matteo Renzi, finito sotto la lente d’ingrandimento nel 2016 con la chiusura di Ballarò dell’allora conduttore Massimo Giannini dopo le dichiarazioni dell’ex deputato PD, nonché pasdaran dell’allora premier e segretario della commissione di vigilanza della Rai, Michele Anzaldi: “Il conduttore Massimo Giannini ha affermato che sul caso Boschi-Banca Etruria c’è un rapporto incestuoso. Qualcuno mi spieghi perché i super dirigenti Rai non intervengono”, affermava prima della chiusura del programma.

E ancora nel mirino finì Beppe Grillo nel lontano 1986, con l’allontanamento dalla Rai a causa di una battuta sul viaggio di una delegazione di socialisti in Cina poco gradita all’allora premier Bettino Craxi: “A un certo punto Martelli ha chiamato Craxi e ha detto ‘senti un po’, qua ce n’è un miliardo e son tutti socialisti? Craxi ha detto ‘sì perché?’ Ma allora, se son tutti socialisti, a chi rubano?”. E, infine, nel maggio 2019 fece discutere la chiusura anticipata di Che tempo che fa di Fabio Fazio, da alcuni considerata opera di Salvini.

Aneddoti inseriti nella cornice del controverso rapporto tra media e politica, di cui due battute più delle altre sintetizzano la problematicità. Dice Berlusconi a Porta a Porta dopo l’editto bulgaro: “Quando a Sofia ho parlato di Biagi, Santoro e Luttazzi non pensavo che fossero presenti giornalisti, altrimenti mi sarei attenuto ad un linguaggio ufficiale”. Dice Enzo Biagi commentando il diktat dell’allora premier: “La nostra viene presentata come televisione di Stato, anche se qualcuno tende a farla di governo”.

Pierfrancesco Albanesehttps://orizzontipolitici.it
Troppo grande per piangere da mamma, troppo piccolo per essere boomer, sono nato a Galatina (Le) nel 1998. Dalla prima caduta le testate fanno parte della mia quotidianità: soprattutto quelle giornalistiche. Collaboratore di Leccenews24 e Piazzasalento, studio Giurisprudenza presso l'Unisalento.

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