fbpx

INDIPENDENTI, COSTRUTTIVI, ACCESSIBILI

Home Analisi Economia Come le riforme hanno cambiato le pensioni in Italia

Come le riforme hanno cambiato le pensioni in Italia

Tempo di lettura stimato: 7 min.

-

Uno dei grossi problemi dell’invecchiamento demografico in Italia consiste in un’importante spesa che va per il sistema previdenziale pensionistico. Negli ultimi 30 anni si sono susseguite importanti riforme che hanno cambiato le pensioni per cercare una stabilizzazione nei conti pubblici, sempre più sotto pressione. In questa analisi cerchiamo di affrontare le principali riforme del sistema pensionistico, analizzandone contesto e contenuto. 

Le trasformazioni dei primi Anni Novanta 

La prima riforma, quella del governo amato Amato, si inserisce nel contesto di transizione e instabilità politica che caratterizzava i primi anni ’90 in Italia. Tale instabilità era dovuta a diversi fattori. Il sorgere dello scandalo di Mani Pulite aveva scosso le fondamenta del sistema partitico radicatosi dalla fine del secondo conflitto mondiale, ovvero la Prima Repubblica. Anche la situazione economica non era delle migliori. Infatti, la svalutazione delle Lira aveva provocato l’uscita dell’Italia dal Sistema monetario europeo (un sistema di cambi fissi tra valute europee) nel 1992. Inoltre, il Paese era chiamato rispettare i parametri di Maastricht per entrare nell’Euro. Tutto ciò rendeva necessari degli importanti interventi di finanza pubblica.

La Riforma Amato: un primo tentativo di razionalizzazione 

Il governo Amato individuò nel sistema pensionistico italiano uno dei possibili obiettivi per stabilizzare la spesa pubblica. La riforma Amato del 1992 cercava dunque di razionalizzare il sistema pensionistico italiano rendendolo più equo, cercando di ridurre la spesa per pensioni in rapporto al PIL. In tal senso si può considerare il tentativo di incentivare forme di previdenza integrativa (per esempio investendo in fondi pensione). 

Quali misure vengono attuate? In primo luogo viene innalzata l’età per le pensioni di vecchiaia da 55 anni per le donne e 60 per gli uomini a rispettivamente 60 e 65 anni. Inoltre, il periodo minimo di contribuzione aumenta da 15 a 20 anni per le pensioni di vecchiaia. Infine, la riforma Amato mantiene il sistema retributivo, per cui il calcolo della pensione si basa sulla media di un intervallo degli ultimi stipendi maturati dal lavoratore. Tuttavia, con la riforma Amato il calcolo della pensione maturata avviene sulla media degli ultimi dieci stipendi, e non degli ultimi cinque, com’era prima del 1992.

La Riforma Dini (1995): dal sistema retributivo al contributivo 

Un’ulteriore stretta si rese necessaria solo tre anni dopo. In questo caso, fu il governo tecnico guidato da Lamberto Dini a promuovere la nuova riforma del sistema pensionistico italiano. Gli obiettivi della riforma erano molto simili a quelli di Amato, con l’aggiunta di maggiore flessibilità nei requisiti di accesso alla pensione. In generale, la logica è quella di una maggiore sostenibilità del sistema.

La riforma Dini introduce una novità epocale. Infatti, essa sancisce il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo  Come scrive Vincenzo Galasso, professore di economia all’Università Bocconi, questo nuovo sistema utilizza un meccanismo di calcolo dove la pensione percepita è strettamente collegata, attraverso una equivalenza attuariale, a contributi versati, età in cui si va in pensione e aspettativa di vita. In altre parole, il sistema contributivo fa sì che le pensioni riflettano maggiormente quanto versato.

Il nuovo sistema è in vigore, nella sua interezza, per tutti i neo assunti a partire dal 1996. Mentre per coloro che al 31 dicembre 1995 avevano un’anzianità contributiva inferiore ai 18 anni, la pensione viene calcolata col sistema retributivo per la quota di pensione maturata fino a tale data, mentre il resto con il contributivo. A partire dal 2011, tale sistema (detto sistema misto pro-rata) è in vigore anche per coloro che avevano maturato più di 18 anni di contributi al 1995 (prima beneficiavano invece di un calcolo pienamente retributivo).

Infine, l’età minima pensionabile per i nuovi assunti viene innalzata a 57 anni, con un minimo di cinque anni di contributi. Come fa sempre notare Galasso, con la riforma Dini viene introdotto un nuovo meccanismo di flessibilità, che connette maggiormente le pensioni con età di pensionamento e aspettativa di vita. Tutto ciò rientra nella sopracitata logica di sostenibilità che permea il contenuto della riforma.

Riforma Maroni: svolta al secondo pilastro

Come le precedenti riforme, anche la Maroni si pone l’obiettivo di abbassare il peso della spesa pensionistica sulla spesa pubblica, cercando di potenziare il sistema complementare ancora troppo debole. Il primo fattore che viene ritoccato è l’età di accesso per la pensione di anzianità, la quale viene alzata creando il cosiddetto “scalone” : nel 2008 l’età sarebbe passata da 57 a 60, a 61 nel 2010 e a 62 nel 2014, a fronte di un’anzianità contributiva di 35 anni. Intaccato rimane il requisito per la pensione di anzianità, ovvero 40 anni di contribuzione indipendentemente dall’età anagrafica. 

La vera novità introdotta da questa riforma riguarda il rafforzamento del pilastro complementare pensionistico, introdotto dalla riforma Amato. Il sostegno alla previdenza complementare viene dato dall’uso che il lavoratore può  fare del suo TFR (trattamento di fine rapporto), ovvero un corrispettivo maturato dal lavoratore negli anni di lavoro e che gli spetta alla fine del contratto. Il TFR corrisponde al 6,91 % dello stipendio lordo guadagnato dal lavoratore, cifra accumulata in un tesoretto di fine lavoro che matura un interesse. La riforma Maroni introduce una novità importante sull’utilizzo di questi fondi: a partire da gennaio 2007, entro 6 mesi dall’assunzione, al lavoratore è data la possibilità di investire il TFR in fondi pensioni aperti, chiusi, oppure in piani individuali pensionistici di tipo assicurativo, ovvero forme di previdenza private di tipo assicurativo. In alternativa il lavoratore può scegliere se tenere il suo TFR in azienda. 

Nel 2007, il  governo Prodi modifica l’età di accesso per la pensione di vecchiaia, mettendo un minimo di 57 anni (crescente negli anni fino a 61), in presenza di una somma tra età e contributi pari a 95. Mente l’accesso alla pensione di anzianità (indipendentemente dall’età anagrafica) viene lasciata a 40 anni di contribuzione.

Riforma Sacconi

Nel 2009, a seguito dello scoppio della crisi finanziaria negli Stati Uniti, il governo Berlusconi, con Ministro del Welfare Maurizio Sacconi, prende dei provvedimenti importanti sul fronte pensionistico. Per prima cosa viene deciso un incremento automatico per l’età di accesso al pensionamento in relazione agli incrementi della speranza di vita, che comportando un aumento di 12 mesi nell’accesso alla pensione. Inoltre, viene dato seguito alla sentenza della Corte di Giustizia Europea, la quale afferma che, per quanto riguarda il settore pubblico, non vi può essere una disparità tra uomo e donna nell’età pensionabile (prima della sentenza: 65 uomo e 60 donna). Viene previsto un innalzamento graduale, che sarebbe stato raggiunto nel 2018, ma a seguito delle pressioni finanziarie e una crisi sistemica, il governo Berlusconi cade nel novembre del 2011. 

Riforma Fornero

Subito dopo la caduta del governo Berlusconi l’Italia si trova in un momento di fortissima difficoltà: Spread a 600 punti base, spesa pubblica fuori controllo, con lo spettro della crisi greca sullo sfondo. Tutto ciò porta ad  una collaborazione bipartisan dei partiti, e si innesta la riforma Fornero-Monti nel decreto Salva Italia. 

Con l’intervento del 2011, l’età di accesso per la pensione di vecchiaia viene immediatamente alzato a 66 (da 65) anni per gli uomini, mentre per le donne, nel settore pubblico,il salto è ancora più grande, poiché passa a 62 anni (da 60) con l’obiettivo di farla arriva nel 2018 a 66,p a seguito della sentenza della CGE. L’anzianità contributiva per la pensione di vecchiaia viene fissata a 20 anni di contributi, ma l’importo pensionistico deve essere almeno 1,5 volte la minima in Italia (517,07 euro). In caso contrario, l’età per l’accesso passa a 70 anni. Altro ritocco viene fatto sulla pensione di anzianità, che diventa pensione anticipata, con un requisito contributivo di 42 anni per gli uomini e 41 per le donne, indipendentemente dall’età anagrafica. Sia pensione di vecchiaia e anticipata sono legati alla speranza di vita. 

L’aumento importante del requisito di età anagrafica per la pensione di vecchiaia ha creato il problema degli “esodati”, ovvero coloro che hanno lasciato il lavoro per andare in prepensionamento ma che si sono visti aumentare i paletti di accesso, lasciandoli in un limbo di senza lavoro, senza pensione, senza ammortizzatori sociali. Il numero negli anni è aumentato, raggiungendo quota 350 mila. Per questo motivo, a cadenza annuale, i governi, con delle apposite clausole di salvaguardia, permettono a questi lavoratori di andare in pensione coi requisiti pre-legge Fornero. Nella legge di Bilancio del 2017, che conteneva l’ottava clausola di salvaguardia, ha riguardato più di 30 mila esodati.

Post Riforma Fornero: fra tensioni e risparmi

Nonostante le forti critiche che la riforma Fornero si porta dietro da molti anni,sia dalle parti sociali che da alcuni partiti, essa è stata necessaria per stabilizzare il sistema pensionistico ed allentare la pressione sui conti pubblici. Infatti, la Corte dei Conti fa notare come i sempre più stringenti requisiti d’accesso per la pensione abbiano portato un risparmio di quasi 30 miliardi di euro. 

Nel 2015, in un contesto economico di ripresa, il Governo Renzi introduce l’APE sociale, ovvero un anticipo pensionistico per i lavori più gravosi. Nel 2019, poi, è entrata in vigore la riforma Quota 100, di durata triennale, che permette a coloro che hanno 62 anni di età e 38 di contributi di uscire dal mercato del lavoro, senza però cancellare la riforma Fornero, ancora oggi in vigore. In uno dei suoi ultimi report usciti nel settembre scorso, la Corte dei Conti ha definito Quota 100 come “insostenibile nel lungo periodo”, evidenziando così la crescita della spesa negli anni 2019 e 2020. 

Sul tavolo, visto la scadenza nel 2021 della riforma voluta da leader della Lega Matteo Salvini, vi sono idee di riforme, ma che dovranno confrontarsi con i conti pubblici messi a dura prova dalla crisi economica generata dalla pandemia di Covid-19. 

Articolo a cura di Giovanni Carletti e Riccardo Romano Boiani

Riccardo Romano Boiani
Nato a Lecco 22 anni fa. Ufficialmente studio Scienze Politiche alla Statale di Milano, con l'obiettivo di trovare qualche Cigno Nero negli anni a venire. Appassionato di macroeconomia, finanza, politica, sognando di lavorare nel mondo dell'informazione. Role model nella vita? Corrado- wait for it- Augias.

1 commento

  1. Io ho scritto un saggio sulle pensioni (LE MENZOGNE SULLE RIFORME DELLE PENSIONI SACCONI E FORNERO).
    L’età di pensionamento di vecchiaia a 66 anni e poi a 67 per TUTTI è stata decisa dalla Riforma SACCONI (tranne 4 mesi in media da Damiano).
    Anche dell’età di pensionamento anticipato (ex anzianità) a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e a 41 anni e 10 mesi per le donne, 41 anni e 3 mesi sono stati decisi dalla Riforma SACCONI (tranne 4 mesi in media da Damiano); la Riforma Fornero l’ha anche ridotta di 6 mesi relativamente agli autonomi.
    L’equiparazione uomini-donne del settore pubblico decisa da SACCONI è quasi immediato: di 1 anno dall’1.1.2011 e di ulteriori 4 anni dall’1.1.2012.
    La sentenza della CGUE riguarda esclusivamente il settore pubblico.
    Quello delle donne del settore privato a 65 anni (+ finestra) decisa da SACCONI è graduale entro il 2026 (2023 includendo l’adeguamento alla speranza di vita), poi accelerato da Fornero entro il 2018.
    Dopo l’ottava salvaguardia, il numero degli esodati è di 153.389 (contro una previsione di 389.200).

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

3,385FansMi piace
20,000FollowerSegui
1,657FollowerSegui
807FollowerSegui