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Morti sul lavoro: una piaga ancora aperta

Perché, nonostante i progressi tecnologici, le morti sul lavoro continuano a flagellare l’Italia? Gli incidenti mortali sul lavoro, come quelli recenti a Bologna e in un’azienda di surgelati, evidenziano un problema persistente. Questo articolo esamina cause e possibili miglioramenti per affrontare questa tragica realtà, con un confronto anche relativamente alla situazione internazionale in materia.

L’Italia piange le vittime di Suviana

Il 9 aprile 2024 un grave incidente sul lavoro ha sgomentato l’Italia intera. Nelle prime ore del pomeriggio, nella centrale idroelettrica Enel Green Power di Suviana (vicino a Bologna), un’esplosione, seguita da un’inondazione, ha ucciso sette lavoratori e feritone cinque. Nel novembre 2023, una ragazza di soli 26 anni, Anila Grishaj, è morta schiacciata da un’imballatrice, mentre lavorava per un’azienda specializzata nella commercializzazione di surgelati. Questi due eventi, talmente terribili da aver riempito le pagine di cronaca per diverso tempo, sono solo esempi isolati di un problema non ancora estirpato: le morti sul lavoro, dette anche morti bianche. Nel 2023, secondo i dati provvisori forniti dall’INAIL (l’ente pubblico che gestisce l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali), i decessi sono stati 1.041 (meno 4,5% rispetto al 2022). Nel conteggio ci sono però sia quelli avvenuti in itinere, ossia nel tragitto di andata e ritorno dal luogo di lavoro, sia quelli in occasione di lavoro (ad esempio in cantiere). Scorporando le due componenti, si nota che, mentre sono diminuiti i decessi in itinere (dai 300 del 2022 ai 242 del 2023), quelli avvenuti in occasione di lavoro sono stati nove in più (da 790 a 799). È anche interessante notare come il 91,7% delle morti sul lavoro riguardi gli uomini. Questo è dovuto al fatto che a lavorare nei settori più rischiosi (metalli & macchinari, edilizia, trasporti & magazzini) è soprattutto il sesso maschile. Dunque, si può affermare che in Italia ci sono in media 2,85 morti sul lavoro al giorno. Tolto il fattore della fatalità, che purtroppo sarà sempre presente, è possibile migliorare la situazione? La risposta è, molto probabilmente, sì. Infatti, nel corso dei decenni, il numero di morti sul lavoro è diminuito notevolmente. Ad esempio, nel 1963 si erano contati 4.644 decessi, più del quadruplo rispetto al quadro attuale. L’andamento storico fa dunque essere ottimisti. Inoltre, anche il confronto con l’estero suggerisce che esiste ancora un margine di miglioramento.

La situazione in Europa

Il confronto dei dati in materia di salute e sicurezza è complesso, perché da Paese a Paese sono diverse le definizioni, le fonti, ma soprattutto le tecniche di raccolta dati e le forme assicurative. Queste differenze sostanziali rendono estremamente complesso il raffronto dei dati. Per questo motivo viene stimato un tasso standardizzato di incidenza infortunistica, che rappresenta il numero di incidenti sul lavoro occorsi durante l’anno per 100.000 occupati, corretto per tener conto dell’influenza delle differenti strutture economiche degli Stati. Infatti, alcuni settori economici sono più rischiosi di altri. Vengono poi esclusi gli infortuni in itinere e anche quelli dovuti a incidenti stradali e a bordo di qualsiasi mezzo di trasporto nel corso del lavoro, in quanto non rilevati da tutti i Paesi.

Riguardo i casi mortali, secondo i dati Eurostat 2018, quindi prima del Covid, risulta che l’Italia, con un tasso pari a 1,0, va meglio rispetto alla media europea, che registra un tasso di 1,3. Va anche meglio di Francia (3,1), Svizzera (1,2) e Spagna (1,5). Tuttavia, un margine di miglioramento sicuramente esiste, dato che nove paesi registrano un tasso più basso, tra cui Germania (0,6) e Norvegia (0,4), il Paese più virtuoso.

Cosa è stato fatto

Passare dai 4.644 decessi del 1963 a circa 1.000 decessi odierni, e registrare un tasso inferiore rispetto alla media europea, sono sicuramente risultati che suggeriscono ottimismo. Il nostro paese ha oggettivamente migliorato la sicurezza sui luoghi di lavoro. Come ci è riuscito? Per rispondere a questa domanda, è utile ripercorrere sinteticamente la storia legislativa italiana in tema di sicurezza sul lavoro, in modo da evidenziare quali sono stati i passi fondamentali compiuti dal paese.

La prima produzione normativa in tema di sicurezza sul lavoro risale alla fine del 1800, e dunque all’inizio della Rivoluzione Industriale. È in questo periodo che nascono l’INAIL (nel 1898) e l’articolo 2087 del Codice civile, promulgato nel 1865, il quale pone a carico dell’imprenditore-datore l’obbligo di adottare le misure necessarie per tutelare l’incolumità e l’integrità fisica del lavoratore. Poi nel 1948, il diritto alla sicurezza sul lavoro entra in Costituzione. L’articolo 41 infatti recita che l’iniziativa economica ‘non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana’. Ulteriori passi in avanti sono stati compiuti a partire dal boom economico. In quel periodo, sono stati promulgati una serie di Decreti del Presidente della Repubblica che trattavano la prevenzione degli infortuni sul lavoro (D.P.R. 547/1955 e D.P.R. 164/1956) e le norme d’igiene del lavoro (D.P.R. 303/1956).

Nel 1994, è arrivato il primo testo unico, in seguito all’attuazione di diverse direttive europee. È il Decreto Legislativo 19/09/1994 n. 626, sostituito poi dal decreto legislativo 81/2008. Quest’ultimo, noto come Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro, attualmente in vigore, riordina in un corpo organico tutta la materia della salute e sicurezza sul lavoro, abrogando tutte le precedenti normative. È composto da 306 articoli e prevede obblighi come ad esempio quello di fornire corsi sulla sicurezza ai dipendenti o l’obbligo di nominare un medico competente al fine di tutelare i lavoratori esposti ai rischi della mansione specifica.

Traiettorie future

Si è visto che paesi come la Germania e la Norvegia registrano un tasso standardizzato di incidenza infortunistica, per quanto riguarda i casi mortali, più basso rispetto a quello italiano. Ciò conferma che un margine di miglioramento esiste. Dunque, cosa si può fare per migliorare? Francesco Bacchini, Professore Aggregato di diritto del lavoro e relazioni industriali nell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, critica la normativa italiana in un suo articolo su Lavoce.info.

Una delle critiche riguarda l’ipertrofia (ossia la vastità) e la difficoltà d’applicazione delle normative. Basti pensare che il Testo Unico sulla sicurezza sul Lavoro conta più di 300 articoli, suddivisi in 13 titoli e 51 allegati, per un totale di oltre 450 pagine. In confronto, l’Atto sull’ambiente di lavoro norvegese conta solo 74 pagine: è snello e contiene frasi brevi e chiare. Questi elementi fanno sì che la sua diffusione sia semplice e diretta a tutti i livelli dell’organizzazione. In ogni capitolo viene data una direzione precisa ma, in un certo senso, aperta: sta al datore di lavoro adattarsi e trovare le soluzioni migliori e specifiche all’attività svolta, affinché l’organizzazione possa lavorare in sicurezza. Al contrario, l’ipertrofia del Testo Unico italiano fa sì che la sicurezza del lavoro venga percepita in azienda come un insieme di adempimenti burocratici indigesti. Inoltre, la maggior parte delle aziende italiane, essendo microimprese, non hanno una struttura capace di consentire l’applicazione di tecniche di gestione e controllo che la legge dà per scontate. Ma anche nelle aziende di dimensione maggiore si evidenziano problemi insuperabili: l’adempimento e il controllo delle norme di sicurezza in tutte le fasi produttive è una delle sfide più complesse del fare azienda oggi. Sfida che viene semplicemente elusa. 

La seconda critica è che il sistema italiano è solo repressivo, non anche premiale, e attribuisce la responsabilità principalmente ai vertici strategici, di fatto spesso deresponsabilizzando gli operativi. A causa di ciò, spesso i lavoratori in prima linea considerano la sicurezza una seccatura e non un requisito essenziale, e così tutta l’azienda finisce per ritenere la materia della prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali un obbligo al quale adattarsi per costrizione e mai un’opportunità.

Infine, Bacchini suggerisce che, per far sì che si sviluppi una cultura aziendale della sicurezza sul lavoro effettivamente sentita e condivisa, debba cambiare l’orientamento della cultura aziendale nei confronti della sicurezza, da intendersi non più come un vincolo imposto per legge o un semplice imperativo morale, bensì come un’opportunità strategica. Non più un costo improduttivo, ma un investimento. Tutto questo però, ribadisce il professore, non può accadere se non cambia il sistema normativo, che deve essere semplificato e adattato all’odierna organizzazione del lavoro.

*Crediti foto: immagine di copertina (Mohamed Hassan, via Pixabay)
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