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Sostenibilità e Uiguri: tutti i nodi della Belt and Road Initiative nell’Asia Centrale

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Il ruolo economico e geopolitico della Repubblica Popolare Cinese a livello globale appare intrinsecamente collegato all’ingente quantità di investimenti diretti della Belt and Road Initiative (Bri), o Nuova via della seta. L’ambizioso progetto è stato annunciato ufficialmente nel 2013 dal Presidente cinese Xi Jinping ad Astana, sottolineando il ruolo cruciale dell’Asia Centrale, e specialmente del Kazakistan, nell’iniziativa. La regione ha una funzione essenziale di transito per gli scambi commerciali in Eurasia, dando alle cinque ex-repubbliche sovietiche, che formano la regione, una rilevanza strategica.

Gli attori economici della regione:

Dalla sponda asiatica del mar Caspio alla Cina settentrionale, l’Asia centrale è una vasta area scarsamente popolata e relativamente sottosviluppata. La regione ha avuto una rilevanza storica nell’antica Via della Seta. Dalla caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, la regione ospita cinque Stati indipendenti: Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. A sancire un legame ufficiale tra la Cina e i Paesi della regione vi è la Shanghai cooperation organization, un’alleanza a trazione cinese che include un accordo per non interferire con gli affari interni dei paesi coinvolti. 

La rilevanza economica ha reso la Cina, progressivamente, uno dei principali partner commerciali per l’Asia centrale. Il motivo per cui Pechino è interessata ad espandere il suo potere economico in una regione relativamente isolata geograficamente attraverso la Belt and Road Initiative è da trovarsi non solo nella politica di buon vicinato, ma soprattutto nelle ambizioni geopolitiche del Partito Comunista Cinese

Il Modello Cinese in Asia Centrale: da rule-taker a rule-maker?

La Belt and Road Initiative è un progetto di investimenti infrastrutturali, per via terrestre e marittima, promettente all’apparenza, ma che provoca numerose critiche, soprattutto da parte dell’Occidente. Molti osservatori esperti accusano Pechino di pratiche commerciali predatorie e sono scettici del modello cinese in quanto favorisce crescita e sviluppo economico tralasciando i capisaldi del liberalismo come diritti umani, stato di diritto, trasparenza e politiche di concorrenza. Contrariamente all’Occidente, Pechino ritiene che intervenire negli affari domestici di uno stato sia contro il principio di sovranità. Per i sostenitori del modello cinese, dunque, la Nuova via della seta è un’opportunità storica per lo sviluppo dell’area senza le stringenti condizionalità caratteristiche dei paesi liberali. 

La Nuova via della seta si presenta, nella prospettiva Cinese, come una soluzione win-win per l’Asia centrale. Da un lato, gli investimenti cinesi aumentano la connettività della regione, espandono il commercio a livello regionale e modernizzano gli snodi infrastrutturali ormai obsoleti a beneficio dei cinque stati coinvolti. Dall’altro, la strategia Cinese è quella di porsi come stakeholder responsabile a livello regionale e provvedere alla diffusione di infrastrutture, solitamente soggette ad un livello di investimenti insufficiente. Anche la possibilità di esportare il proprio modello di sviluppo economico in Asia Centrale è rilevante. Infatti, la Nuova via della seta può essere intesa come l’evoluzione del ruolo della Cina nella governance globale, da rule-taker a rule-maker. Con questa espressione si intende la capacità acquisita dalla Cina di influenzare la politica internazionale e non di accettare, passivamente, lo status-quo.

Il meccanismo della Belt and Road Initiative in Asia Centrale:

L’assistenza finanziaria cinese si presenta in pacchetti di prestiti agevolati, accordi commerciali e investimenti diretti. Spesso, le uniche condizionalità sono implicite e, di fatto, solo ultimatum per le relazioni diplomatiche, come il rispetto per l’integrità del territorio cinese e la sovranità nazionale. Le condizionalità più urgenti per Pechino riguardano l’utilizzo almeno al 50% di materiali, tecnologie e servizi cinesi, ma non la sostenibilità degli investimenti. 

Pechino, inoltre, non insiste sull’esportazione del proprio sistema legale nel paese ricevente e preferisce affidarsi alla regolamentazione locale. Nonostante vari scandali legati alla Nuova via della seta, la Cina non applica esternamente la politica domestica di zero tolleranza contro la corruzione in Asia centrale. Il rischio è che gli investimenti cinesi nella regione non raggiungano il pieno potenziale economico e favoriscano l’elite locale

Relazioni asimmetriche: soluzione win-win o rapporto centro periferia?

Gli squilibri geopolitici tra Cina e i paesi dell’Asia Centrale sembrano suggerire il contrario di un rapporto paritario e mutualmente benefico. Nonostante un tentativo di agganciare l’intero piano di investimenti ad una narrativa di comunità regionale e interessi condivisi, le cinque ex-repubbliche sovietiche hanno poca leva negoziale nei confronti del gigante economico e demografico. In questo modo la Cina avrà incentivi ad aumentare gradualmente, nei prossimi anni, la fermezza delle sue richieste. Secondo Hak Yin Li, esperto di relazioni internazionali dell’Università Cinese di Hong Kong, gli interessi economici cinesi rischiano di ammutolire qualsiasi richiesta dei governi dell’Asia centrale, data la dipendenza dal capitale cinese

Secondo Safovudin Jaborov del Central Asia Program le asimmetrie di potere portano al rischio di rendere l’area interamente dipendente dalla Cina. Un ulteriore problema è che, facilitando i flussi commerciali e di capitale, il vantaggio comparativo delle aziende cinesi sovrasti quelle locali, aumentando ulteriormente la domanda per le importazioni cinesi e causando fallimenti a catena nel paese recipiente. 

Per questo, l’attuale relazione Cina-Asia Centrale può richiamare un parallelo con i rapporti centro-periferia dei tempi dell’Unione Sovietica. La Cina, come al suo tempo l’Unione Sovietica, è principalmente interessata ad importare materie prime, risorse minerarie, metalli ed energia per soddisfare il suo fabbisogno industriale. Per esempio, dal 2016 la Cina è la principale destinazione delle esportazioni del Kazakistan, a discapito della Russia. Secondo le stime dell’ Observatory of Economic Complexity del MIT, la Cina ha importato prevalentemente materie prime, petrolio e rame. Come spiega Sarah Lain del Royal United Services Institute, il Turkmenistan è, allo stesso modo, prossimo alla totale dipendenza commerciale da Pechino. Quando la Russia ha sospeso le importazioni di gas dal Paese nel 2016, la Cina è stato l’unico cliente di gas Turkmeno per tre anni. 

Risentimento verso Pechino o accoglienza senza condizioni? Il caso del Kazakistan

Così come la Cina, gli Stati dell’Asia centrale sono prevalentemente autoritari. Alla base condividono valori politici simili. L’ascesa al ruolo di potenza globale ormai consolidata rende il modello di capitalismo statale cinese un punto di riferimento per la regione.

La mancanza di trasparenza e reciprocità nei progetti rappresenta, però, un serio ostacolo al raggiungimento degli obiettivi di Pechino. Nonostante vari tentativi di aumentare il proprio soft power, la corruzione ha generato uno scetticismo diffuso nella regione. 

Il caso dei disordini del 2016 in Kazakistan è paradigmatico. Il governo in Kazakistan ha dovuto affrontare un’ondata di malcontento e dimostrazioni senza precedenti per l’opacità dei rapporti con la Cina e per la questione dello Xinjiang, date le affinità etniche tra Kazaki e Uiguri. Infatti, più di 1.2 milioni di Kazaki etnici vive nella regione dello Xinjiang, spesso sotto lo scrutinio internazionale per le accuse di violazioni dei diritti umani. 

Nonostante un’opinione pubblica negativa, il governo sta aumentando il suo impegno economico con la Cina. I due governi hanno raggiunto accordi per 102 progetti e un totale di 90.8 miliardi di dollari di investimenti. In particolare, il più ambizioso è sicuramente il retroporto Khorgos Eastern Gate al confine con la Cina. 

Il futuro della Nuova via della Seta nella regione

Marlene Laruelle, direttrice del Central Asia Program della George Washington University, afferma che il ruolo della Cina in Asia Centrale sarà sempre più rilevante a lungo termine. Per questo, dopo appena otto anni, è difficile stimare concretamente gli effetti degli investimenti cinesi nella regione

Una migliore comunicazione e maggiore trasparenza aiuterebbero Pechino a promuovere l’iniziativa Belt and Road come una soluzione win-win anche per le comunità locali ed evitare il crescente scetticismo nell’area. 

Inoltre, secondo Aziz Burkhanov, esperto in studi dell’Asia Centrale della National University of Singapore, la questione dello Xinjiang sarà un banco di prova per il futuro delle relazioni tra Cina e i cinque stati della regione, soprattutto per il Kazakistan. Il governo kazako preferirà mantenere buoni rapporti con Pechino o supportare la minoranza etnica culturalmente affine al suo popolo?

*Investimenti cinesi in Asia Centrale [crediti foto: kuanish-sar / Pixabay]
Leonardo Oneda
Nato nel 1999, marchigiano. Affascinato dalle sfide degli Affari Internazionali, con una curiosità spiccata per la politica economica e le politiche Europee. Studente del Master in Global Management and Politics in LUISS. Laureato in Relazioni Internazionali e Scienze Politiche presso l'Università di Bologna. Erasmus a Madrid, IE School of Global and Public Affairs. Nel tempo libero leggo con passione, ascolto con dedizione, mi informo con spirito critico.

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