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Comunismo: cosa rimane di rosso nel terzo millennio

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Il mondo post coronavirus sarà sicuramente diverso da quello che lo ha preceduto, non solo per ragioni economiche e sociali ma anche geopolitiche. Gli equilibri globali vedono la leadership statunitense messa in discussione a discapito del ruolo sempre più rilevante che la Cina sta assumendo. La dicotomia tra comunismo e capitalismo che aveva caratterizzato il XX secolo sembra poter tornare attuale nel mondo post-pandemia, seppur con attori diversi. Diventa dunque necessaria un’attenta analisi dei Paesi in cui vigono tuttora partiti comunisti, per meglio comprendere le differenze e gli interessi che li separano. Secondo World Population Review, gli Stati che oggi possono essere considerati comunisti sono Cina, Corea del Nord, Vietnam, Laos e Cuba.

Cina

La Repubblica Popolare Cinese, proclamata tale nel 1949 da Mao Zedong, è il Paese comunista più longevo della storia. In seguito alle riforme economiche varate nel 1978, il Paese ha visto incrementare il Pil con una media annua del 10% durante il successivo trentennio, togliendo 850 milioni di persone dalla soglia di povertà. Dal 2013 con la salita al potere di Xi Jinping, tale crescita economica ha subito una lieve battuta d’arresto, attestandosi circa al 7% annuale, in parte a causa delle tensioni sempre più stringenti con gli Stati Uniti di Trump.

Ma è anche e soprattutto attraverso la linea politica estera che la Cina si è guadagnata il titolo di superpotenza globale. La rete di relazioni internazionali strette da Xi Jinping ha un nome chiaro: Belt and Road initiative, anche nota come la “Nuova via della seta”. Si tratta di un fondo di investimenti con la finalità di intensificare le relazioni economiche tra il continente asiatico e quello europeo. Tale progetto, paragonabile a un nuovo Piano Marshall, vede coinvolti 70 Stati per un totale di 4,4 miliardi di persone, e un totale di investimenti da 448 miliardi di dollari nei soli primi quattro anni dalla sua attuazione nel 2014.

I grandi esclusi da questo progetto sono gli Stati Uniti e i suoi alleati strategici come Inghilterra, India e Australia. Gli ambiziosi progetti cinesi potrebbero tuttavia venire ridimensionati in seguito al lockdown, che ha fortemente colpito il settore manifatturiero cinese e che porterà con sé importanti ripercussioni economiche: per il dragone asiatico il Fondo monetario internazionale prevede una crescita di appena l’1,2% nel 2020 (nel 2019 si era registrato un +6,1%). 

Corea del Nord

Il Partito del lavoro di Corea è dal 1947 al comando della Repubblica Popolare Democratica di Corea. Il sistema politico vigente, caratterizzato da un netto stampo stalinista, prevede l’accentramento dei poteri nel Suryeong (supremo leader). La direzione del partito, che è storicamente affidata alla dinastia Kim, dal 2011 è nelle mani di Kim Jong-un. Le complicate condizioni economiche in cui versa il Paese, dove il salario medio annuo è di circa 2.000 dollari, sono aggravate dalle ostilità sorte con gli Stati Uniti. Le relazioni diplomatiche tra le due nazioni negli ultimi anni si sono complicate ancor di più in seguito all’inadempimento dell’accordo sulla denuclearizzazione del Paese, stipulato nel 2018 a Singapore e ridiscusso ad Hanoi nel febbraio del 2019.

L’armamento portato avanti da Kim Jong-un è visto con preoccupazione anche dalla Cina che, pur essendo uno storico alleato della Corea del Nord, teme un consolidamento delle truppe americane nella regione: ad oggi gli Stati Uniti dispongono già di quasi 30mila soldati in Corea del Sud. Le conseguenze relative all’impatto del coronavirus sono di difficile previsione: se da un lato il governo afferma che non vi siano nuovi contagi, la vicinanza con la Cina (fulcro del contagio) fa presumere che tale fonte sia inattendibile. 

Vietnam

Dal 1976 il Partito comunista del Vietnam è l’unico partito legale all’interno dello Stato. Nella storia recente del Paese si è verificato un consistente sviluppo economico che ha visto il Pil quasi triplicare dal 2002 al 2018, tanto che il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo, in occasione della sua visita ad Hanoi nel 2018, invitò la Corea del Nord a seguire il ‘’miracolo’’ vietnamita. La diffusione del coronavirus ha avuto conseguenze assai modeste: il Vietnam infatti, ha adottato tempestivamente misure di prevenzione e controllo risultando il secondo Paese, dopo la Cina, ad aver  isolato un’intera provincia (quella di Vinh Phuc a nord di Hanoi). Sebbene la Cina sia il principale partner commerciale per il Vietnam, l’opinione pubblica vietnamita sembrerebbe essere a maggioranza filo-americana, soprattutto in ragione delle forti violazioni dei diritti fondamentali, come la libertà di stampa e di opinione, imposti dal regime comunista.

Laos

L’ex Presidente americano Barack Obama in visita ufficiale in Laos nel 2016, qui in foto insieme a Bounnhang Vorachith, attuale Presidente del Laos [crediti foto: Pete Souza]
Il Partito comunista del Laos prese il potere nel 1975 in seguito alla ritirata degli Stati Uniti. Sebbene la storia del Laos sia spesso accostata a quella del Vietnam, i due Paesi da un punto di vista economico e geopolitico nutrono importanti differenze, non ultimo il numero di abitanti: 95 milioni il Vietnam e 7 il Laos, di cui l’80% vive in condizioni rurali.

In seguito alla caduta del blocco sovietico, lo Stato ha varato diverse riforme in direzione di un libero mercato rafforzando l’alleanza con gli Stati Uniti. Nel 2016 infatti, l’allora presidente Barack Obama, in una storica visita al Paese, annunciò un piano di investimenti da 90 milioni di dollari per la popolazione leonita. Il più importante progetto che si sta realizzando attualmente in Laos consiste nella costruzione di dighe sul Mekong. A tal proposito, sono massicci i finanziamenti sia cinesi che tailandesi volti ad espandere la propria sfera d’influenza sul Paese, che tuttavia per ora sembra giovare degli aiuti senza collocarsi in alcuno schieramento.

Cuba

Il Partito comunista cubano prese il potere nel 1959 con la conquista de L’Avana da parte di Fidel Castro e delle sue forze rivoluzionarie. Gli Stati Uniti imposero un embargo nei confronti di Cuba la quale, successivamente alla crisi missilistica degli anni sessanta, poteva contare sul solo appoggio dell’URSS in materia di politica estera. In seguito alla caduta dell’Unione Sovietica, il Paese si trovò così in una situazione di isolamento. Nel 2008, con l’aggravarsi delle condizioni di salute di Fidel, il comando passò al fratello Raúl Castro, il quale si mostrò maggiormente disponibile a un dialogo con gli Stati Uniti, sebbene in un celebre incontro con Obama nel 2016 si rifiutò di stringergli la mano.

Le relazioni internazionali cubane hanno visto negli anni un intensificarsi dei rapporti diplomatici con la Cina, che già nel 2012 si era pronunciata contraria al blocco economico e commerciale imposto dagli Stati Uniti. La cooperazione fra i due Paesi si è intensificata dal 2017, in seguito alla crisi venezuelana, la Cina è diventata il primo partner commerciale di Cuba.

Attualmente Cuba è governata da Miguel Díaz-Canel, che ha il difficile compito di risollevarne il sistema finanziario pur non vantando un consenso diffuso. L’emergenza Covid-19 ha colpito lievemente il Paese che ha contato meno di 2mila casi confermati, tanto che medici cubani sono stati inviati in Venezuela, Bolivia ed Europa. A preoccupare l’azione governativa però, è la mancanza di generi igienici essenziali causata dalla politica di Trump, che ha disfatto i progressi del suo predecessore cominciando una guerra economica contro Cuba per “strangolare l’isola o provocare un cambio di governo”.

Il sistema politico comune tra questi Stati non deve dunque essere inteso come un’alleanza strutturata su rapporti ideologici ed economici reciproci. Volendo escludere Cuba, nella regione dell’Asia orientale le iniziative diplomatiche di maggior rilievo sono state assunte dalla Cina, che sta ampliando la sua sfera di influenza mediante iniziative commerciali come la Nuova via della seta e piani di investimenti pluriennali. L’approccio aperto della politica estera cinese non tenta di esportare un sistema politico-ideologico di matrice comunista, quanto di arginare strategicamente l’influenza degli Stati Uniti nella regione, stringendo alleanze secondo la propria convenienza. Rientra in questo quadro politico l’intensificarsi dei rapporti diplomatici di Pechino con la Russia.

La pandemia si è inserita in uno scenario di relazioni internazionali già molto tese, provocando l’accelerazione dell’inasprimento dei rapporti fra Cina e Stati Uniti, con Trump che in una recente conferenza stampa ha smentito la possibilità di riaprire i negoziati fra i due Paesi. 

Pietro Scagliotti
Nato 20 anni fa nella nebbia padovana. Studio giurisprudenza presso l’Università di Padova e tra un mattone di diritto e l’altro mi cimento nella scrittura. Vorace di qualsiasi notizia di cronaca. Sono il classico amico che butta in politica anche le cene del calcio.

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