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Effetto smart working (a piccole dosi): si vive e si lavora meglio

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Articolo pubblicato su Econopoly – Il Sole 24 Ore

Il coronavirus ci sta costringendo e ci costringerà a ripensare il nostro modo di lavorare. Videochiamate, lavoro inframezzato a pause familiari e il contatto, solo virtuale, con i colleghi. Piccole rivoluzioni che ci hanno spezzato la routine, impedendoci di vivere a pieno le nostre attività. Baden Powell diceva che in ogni cosa c’è almeno un 5% di buono: lo smart working non fa eccezione. Uno studio dell’Università Bocconi afferma che l’effetto smart working (a piccole dosi) è positivo sia per l’azienda che per la soddisfazione del lavoratore.

I numeri

Prima del coronavirus, lo smart working coinvolgeva 570mila lavoratori, con un incremento del 20% tra il 2018 e il 2019. Un panorama molto variegato a seconda del tipo di azienda: il 65% delle grandi imprese sostiene di aver intrapreso iniziative volte a favorire lo smart working, contro il 30% delle piccole e medie e il 23% della pubblica amministrazione.

Secondo uno studio condotto da Tito Boeri, economista ed ex presidente Inps, il 24% della forza lavoro nazionale può essere potenzialmente impiegata in smart working. Un dato importante, che ha permesso a molte aziende di ripiegare su questa modalità di lavoro in risposta alla crisi sanitaria: il 45% delle grandi imprese ha consentito ai propri lavoratori di entrare, per la prima volta, in smart working. Lo smart working ha quindi permesso, almeno parzialmente, la continuità lavorativa per tutte le mansioni che lo hanno consentito.

Il 4 maggio è iniziata la Fase 22,7 milioni di lavoratori sono rientrati sul posto di lavoro. Dove possibile, tuttavia, le imprese continueranno a lavorare da casa. Almeno fino a quando il virus non sarà completamente debellato, sia le aziende che il pubblico spingeranno per adottare lavoro da remoto: esperti e amministratori parlano di ripensare il futuro, dando sempre più spazio al lavoro agile. Se non l’abbiamo già fatto, ci dovremo abituare allo smart working.

Impatto sulla qualità della vita

L’aumento della flessibilità sul lavoro potrebbe essere buona notizia. Studi recenti sullo smart working hanno infatti rilevato un impatto positivo sulla parità di genere e fertilità, due grandi problemi per l’Italia. I dati ci mostrano come le diseguaglianze di genere non siano state eliminate nel nostro Paese, classificatosi 76esimo per parità di genere e 125esimo per equità retributiva nel Global Gender Gap Report 2020. Come hanno dichiarato Paola Profeta e Tiziana Ferrario, economiste dell’Università Bocconi, “in Italia sono ancora molto radicati stereotipi di genere che assegnano alle donne ruoli e compiti familiari che in altri paesi sono condivisi in modo più equo nella coppia”. Lo dimostra il fatto che il tasso di occupazione femminile italiano sia tra i più bassi d’Europa (53%) e che per il 74% delle donne non ci sia condivisione con il proprio partner del lavoro domestico.

Il lockdown potrebbe essere un’opportunità per dare una svolta a questa tendenza. La ricerca “Smart working: work flexibilty without constrainst” (2020) condotta da Marta Angelici e Paola Profeta ha studiato l’effetto del lavoro agile applicato una volta alla settimana, per un gruppo di 310 lavoratori. I risultati hanno mostrato come lo smart working aiuti a “bilanciare lavoro e famiglia” e rappresenti “un’opportunità per la parità di genere”. In particolare, gli uomini in smart-working hanno aumentato il tempo dedicato alla cura della casa e della famiglia. “Si tratta quindi di uno strumento in grado di ridurre le differenze di ruolo tra uomini e donne all’interno della famiglia, che hanno un peso fondamentale nel divario di genere sul mercato del lavoro.” Anche lo studio condotto da Mills e Täht nel 2010 ha dimostrato che la flessibilità lavorativa comporta una diminuzione del conflitto familiare e un aumento del tempo dedicato ai propri figli, soprattutto per gli uomini.

Lo smart-working contrasterebbe anche un altro grande problema dell’Italia. Nel 2011 Katia Begall e Melinda Mills hanno studiato il rapporto tra la flessibilità e l’autonomia sul lavoro e la fertilità su un campione di circa 50mila donne di età minore di 45 anni provenienti da 23 paesi Europei che convivevano con il proprio partner. I risultati hanno evidenziato che un alto livello di controllo sul lavoro percepito dall’individuo influenza positivamente l’intenzione di avere un primo figlio (o un secondo per coloro che sono già genitori). “Rimanere a casa per lunghi periodi di tempo durante gli anni più produttivi della propria vita non è più un’opzione praticabile per la maggior parte delle donne Europee, né in termini economici né di realizzazione personale e partecipazione attiva alla società.” Lo smart-working potrebbe quindi essere un compromesso per dedicarsi al proprio lavoro senza abbandonare il desiderio di costruire una famiglia.

Con un report del 2008, Cooke ha invece rilevato che miglioramenti di equità salariale tra i coniugi portano ad un aumento di fertilità. Sono della stessa idea le economiste Angelici e Profeta, che hanno evidenziato una forte correlazione tra uguaglianza di genere e fertilità: “Più donne al lavoro significano una maggiore crescita del paese e più bambini che nascono, perché quando le donne lavorano scelgono con serenità di diventare madri” ribadisce Profeta.

La promozione dello smart-working potrebbe quindi essere un antidoto, almeno parziale, alla scarsa natalità. Il declino demografico è un fenomeno a cui il nostro Paese sta assistendo da decenni, e che ha ricevuto una forte spinta con l’attuale pandemia. Secondo le stime dell’ISTAT, infatti, nel 2021 l’Italia potrebbe scendere sotto i 400mila nati all’anno a causa del Coronavirus, in anticipo di undici anni sulle previsioni. “La ragione è ovvia” sostiene il deputato Nicola Fratoianni “le difficoltà economiche dei prossimi mesi interromperanno i progetti di vita di migliaia di giovani. Per alcuni significa genitorialità”.

Impatto sulla produttività

La flessibilità sul lavoro del dipendente ha quindi numerosi benefici su chi ne usufruisce. Ciò che stupisce, però, è l’impatto sul lavoro: Angelici e Profeta hanno sperimentato empiricamente l’uso dello smart working in azienda, mostrando come, se applicato un giorno a settimana, può aumentare la produttività. Secondo lo studio, chi ha potuto usufruire dello smart working, selezionato casualmente ad inizio dell’esperimento, ha aumentato il rispetto delle deadline del 4,5% e la concentrazione dell’8%. Anche i giorni di permesso dal lavoro sono risultati inferiori rispetto a chi ha continuato a lavorare in modo tradizionale.

Non bisogna quindi pensare allo smart working come un benefit dato dall’azienda al lavoratore: questa modalità di lavoro, se applicata nei modi corretti, porta benefici sia al lavoratore che al datore di lavoro, creando una situazione di win-win tra i due. In particolare, è necessario ripensare il meccanismo di valutazione del dipendente, che, per lo smart working, non può basarsi sulle ore lavorate. Il lavoratore in smart working deve piuttosto essere valutato sugli obiettivi raggiunti.

Non è tutto oro

Se da un lato l’effetto smart-working porta benefici sia per i lavoratori che per le aziende, non va sottovalutato il suo impatto psicologico. La totale sostituzione del lavoro in ufficio potrebbe creare fenomeni di isolamento e over-working, con conseguente aumento dello stress. Se non dosato bene, lo smart-working potrebbe produrre quindi un effetto opposto sulla produttività e qualità di vita.

Inoltre, come fa notare Vincenzo Calabrò, esperto di cyber security, il maggiore utilizzo degli strumenti elettronici in quarantena ha aumentato esponenzialmente la nostra dipendenza dalla tecnologia. Le infrastrutture digitali sono ormai “l’elemento principale che abilità l’interazione umana nelle modalità in cui comunichiamo, ci aiutiamo, studiamo o lavoriamo”. Con un bisogno sempre maggiore di connessione, un eventuale malfunzionamento o attacchi cyber, in aumento con il lockdown, potrebbero costarci caro.

Bisogna anche ricordare i limiti del lavoro agile in Italia. La sua introduzione nelle aziende italiane durante la quarantena ha accentuato “ulteriormente la disparità territoriale nella diffusione di tale pratica”, raggiungendo valori relativamente alti al Nord (42% per il Nord-Ovest, 33% per il Nord-Est) e non superando il 30% al Sud.

L’effetto smart working porta più figli, più equità di genere e maggiore produttività, ma, come tutte le innovazioni, va implementato con accortezza. Potrebbe altrimenti rivoltarcisi contro.

Elena D'Acunto
Napoletana di nascita, milanese d’adozione, americana per 3 mesi. Dopo 5 anni di liceo scientifico, ora studio Scienze Politiche in Bocconi. Ho tre passioni: la politica, la musica e le scarpette da arrampicata. Di giorno scrivo per OriPo, di notte mi trasformo in una bimba di Lilli Gruber.

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