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Tra Usa e Cina: la crisi in Pakistan

Tempo di lettura stimato: 5 min.

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La crisi politica dell’ultimo mese in Pakistan sta mettendo alla prova la democrazia nel Paese, stremato dall’inflazione, e potrebbe modificare gli assetti geopolitici di Islamabad. Infatti, l’anti occidentalismo del leader Imran Khan negli ultimi anni ha allontanato il Pakistan dagli Stati Uniti avvicinandolo al contempo alla Cina, e secondo gli esperti il nuovo Primo Ministro cercherà di ricostruire le relazioni con Washington. Il cambio di governo influenzerà negativamente le relazioni con Pechino? 

La caduta di Imran Khan

Dopo la mozione di sfiducia mossa dall’opposizione il 10 Aprile, il Primo Ministro Imran Khan è stato rimosso dal suo incarico. Nonostante il tentativo di Khan di sciogliere l’assemblea nazionale e la chiamata dei suoi sostenitori alla protesta, il parlamento ha eletto Shebaz Sharif come nuovo leader.

La caduta di Imran Khan avviene in un periodo di grave crisi in Pakistan, dove l’inflazione ha messo in difficoltà sia la classe media che i più poveri. Il grave debito pubblico del Paese, pari all’80.94% del Pil, rappresenta un ulteriore ostacolo a un’economia compromessa e gli attacchi estremisti che da decenni affliggono il Paese sono in aumento. La mozione di sfiducia nasce da un crescente malcontento pubblico nella gestione dell’economia, ma soprattutto dal mancato appoggio dell’esercito pakistano, che rappresenta ancora l’establishment del Paese. 

L’ex-leader pakistano ha accusato gli Stati Uniti di interferenza, sostenendo che la sua destituzione sia in realtà un tentativo di regime change da parte della Casa Bianca, che dal canto suo ha smentito il coinvolgimento nelle faccende interne del Paese. Il rapporto tra Washington e Islamabad si è infatti gravemente deteriorato negli ultimi anni. Durante il suo mandato Khan ha perseguito una politica estera indipendente, sostenendo una retorica apertamente anti statunitense, allontanando il Paese dall’Occidente e allineandosi a Mosca e Pechino.

Il triangolo Washington-Islamabad-Pechino

Il Pakistan ricopre un’importanza strategica per gli Stati Uniti. Con 200 milioni di abitanti, è infatti il secondo Paese a maggioranza musulmana più popoloso al mondo e confina con Afghanistan, Iran, India e Cina. Islamabad rappresenta  un alleato storico di Washington, ma le relazioni tra i due Paesi hanno subito alti e bassi a seconda degli interessi nazionali degli Usa.  

L’aeroporto militare di Peshawar è stata la base operativa da cui la CIA osservava i sovietici, il Pakistan ha mediato tra Stati Uniti e Cina permettendo la visita di Nixon a Pechino e ha avuto un ruolo fondamentale nella distribuzione di finanziamenti e armi destinate ai mujaheddin contro l’armata rossa in Afghanistan. Tuttavia, nonostante fosse membro della South East Asia Treaty Organization (SEATO) e della Central Organization (CENTO), il Pakistan è stato posto sotto embargo quando nel 1965 entrò in guerra con l’India e, inoltre,  nel 1988, a seguito dell’ accordo di Ginevra, Washington decise di interrompere le relazioni, sospendendo la sua assistenza militare ed economica che era essenziale per affrontare le sfide alla sicurezza create dalle turbolenze afghane.

Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, il Pakistan è tornato ad essere un partner strategico e necessario per gli Usa. Il coinvolgimento pakistano nella “guerra al terrorismo” è stato il risultato di una diplomazia statunitense coercitiva, in cambio di assistenza finanziaria, e ha causato ingenti perdite umane al Pakistan, nonché la radicalizzazione di una parte della popolazione. Il recente ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, inoltre, ha messo in luce le fragilità delle relazioni tra Washington e Islamabad. L’amministrazione Biden ha reso chiaro di aver declassato il rapporto bilaterale con il Pakistan, accusato di doppiogiochismo nella lotta al terrorismo, da un lato sottintendendo un’alleanza con gli Usa e dall’altra supportando i talebani. 

Oltre alla situazione afghana, a complicare le relazioni si sono aggiunti la questione nucleare, il sostegno pakistano al terrorismo anti-indiano, ma soprattutto il progressivo allineamento di Islamabad a Pechino. 

Cina e Pakistan hanno da tempo stretti legami militari e diplomatici, ma la cooperazione economica si è sviluppata recentemente. Infatti nel 2015 è stato lanciato il progetto di punta dell’ambiziosa Belt and Road Initiative (BRI) – il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC) – e i rispettivi presidenti hanno firmato 51 accordi e un memorandum d’intesa dal valore di 46 miliardi di dollari. Il programma, paragonato al piano Marshall, mira a trasformare l’economia del Pakistan, attraverso la modernizzazione delle infrastrutture del Paese, e connetterà i porti pakistani d’altura di Gwadar e Karachi verso la provincia cinese dello Xinjiang e oltre per via terrestre, riducendo costi e tempi di trasporto. 

China-Pakistan Economic Corridor [Crediti foto Javedpk05 Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International, via Wikimedia Commons]
 

La caduta di Khan avvicinerà il Pakistan all’Occidente ai danni di Pechino? 

La crisi politica culminata con la destituzione del leader anti statunitense Khan e l’elezione di Shebaz Sharif ha dato adito a speculazioni circa un cambiamento della politica estera pakistana a favore di un riavvicinamento a Occidente e del contenimento dell’espansione di Pechino. Tuttavia, tale ipotesi sarebbe non solo avventata, ma anche priva di fondamento. 

Innanzitutto, è bene ricordare che, nonostante la retorica di Imran Khan fosse apertamente assertiva e anti statunitense, la politica estera perseguita dal Paese è una politica di Stato e non del singolo Primo Ministro. È quindi probabile che Islamabad continui a mantenere relazioni strette con attori come Mosca e Pechino, seppur mantenendo toni più moderati con gli Usa. Inoltre, è molto improbabile che il cambio di governo pakistano faccia deragliare le sue relazioni con la Cina. I progetti cinesi nel Paese, infatti, sono troppo forti per essere sradicati dalla caduta di Imran Khan, come afferma Krzysztof Iwanek sul The Diplomat

Tra il 2008 e il 2019, infatti, la Cina ha prestato 39.8 miliardi di dollari al Pakistan, finanziando la costruzione di infrastrutture energetiche e di trasporto, tra cui la strada del Karakorum, l’autostrada Karachi – Lahore e la centrale idroelettrica Neelum-Jhelum 

L’opinione pubblica in Pakistan,inoltre, sembra favorire la Cina agli Stati Uniti e dimostra maggiore fiducia nel presidente Cinese piuttosto che in quello Statunitense.

 

Anche sul fronte militare le relazioni con la Cina si sono intensificate. La maggior parte delle armi importate in Pakistan proviene dalla Cina. La Repubblica Popolare Cinese nel periodo compreso tra il 2000 e il 2021 ha esportato in Pakistan 9635 milioni di TIV (misura del volume dei trasferimenti internazionali delle principali armi utilizzata dal Sipri), mentre gli Usa ne hanno importati 3401. 

 

I dati mostrano la vicinanza tra Islamabad e Pechino. Le relazioni tra i due Paesi sono rette da interessi comuni e forti legami economici, militari e sociali ed è improbabile che nel futuro prossimo il Pakistan si allontani dalla Cina.

Nonostante l’intensificarsi della rivalità tra Stati Uniti e Cina, è importante ricordare che Islamabad non è tenuta a scegliere da che parte stare, abbracciando una visione polarizzata, ma può trovare un modo per sviluppare relazioni vantaggiose con entrambe le potenze. Il Pakistan potrebbe anzi fare da ponte tra i due Paesi, così come avvenne nell’era Nixon, e da “attore neutrale” potrebbe aiutare a sciogliere le tensioni tra le due grandi potenze.

*Bandiera del Pakistan [Crediti foto Hamid Roshaan via Unsplash]
Aurora Bonini
Laureata in lingue, oggi studio per conseguire un doppio titolo in Relazioni Internazionali.

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