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I benefici dei vaccini non sono solo economici

Tempo di lettura stimato: 5 min.

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Articolo pubblicato su Business Insider Italia

È difficile monetizzare il reale valore dei vaccini. Ogni anno grazie alle campagne vaccinali si evita che circa 3 milioni di persone  si contagino a causa del proliferare delle malattie infettive e, grazie all’avanzamento delle scoperte scientifiche, molte malattie sono state eradicate. Secondo studi condotti per valutare l’impatto delle vaccinazioni nei Paesi in via di sviluppo, è possibile non solo osservare  i benefici dei vaccini sulla forza lavoro, ma anche, complessivamente, su altre variabili. Ad esempio, si possono riscontrare esternalità positive in comparti differenti come il turismo e i trasporti, in cui il miglioramento della qualità della vita è uno dei fattori determinanti della produttività degli stessi.

La situazione attuale in Italia

Dal rapporto Osmed 2015, la spesa per vaccini in Italia nel 2015 è stata di 317,9 milioni di euro, pari all’1,4% della spesa totale sanitaria per i farmaci. Una spesa di circa 5,23 euro pro capite. Secondo il rapporto Meridiano Sanità del 2019, inoltre, si è dimostrato che i vaccini abbiano effetti anche sulla sostenibilità della spesa pubblica, riducendo i costi dei trattamenti sanitari garantiti dal Sistema sanitario nazionale. Se si volesse quantificare tale fenomeno in termini di efficacia, ogni euro speso in vaccinazioni genera un ritorno di circa 44 euro tra costi evitati, risparmi e maggiore produttività della forza lavoro.

I benefici delle campagne vaccinali, però, non si devono considerare solo in quanto risparmio di costi, ma esistono anche molteplici effetti intangibili e indiretti che, anche se difficili da quantificare, contribuiscono a definire il valore economico della vaccinazione. Si può constatare, ad esempio, che il vaccino contro il papillomavirus abbia avuto un impatto diretto sul miglioramento della fertilità femminile, incentivando le donne ad avere figli. Di tale incremento della natalità, di conseguenza, ha beneficiato anche la forza lavoro disponibile.

Si può quindi ritenere che la spesa in prevenzione sia un investimento in grado di contribuire allo sviluppo economico nel lungo termine in qualsiasi contesto venga implementata, migliorando la qualità della vita e di conseguenza, il tenore economico. Se in Italia, e più in generale in Occidente, i vaccini hanno portato prosperità economica, lo stesso non si può dire di molti Paesi a medio-basso reddito che ancora oggi contano centinaia di migliaia di vittime per malattie che gli occidentali ritengono ormai definitivamente debellate.

Lo scenario africano

Secondo l’Oms, nel primo semestre del 2018 in Africa subsahariana sono morte 2.516 persone a causa di epidemie infettive che si potrebbero facilmente evitare se solo fossero implementate maggiormente le campagne vaccinali.

Secondo alcuni report dell’Oms, nei primi 6 mesi del 2018 nel continente africano si sono ammalate di colera, prima malattia per incidenza, circa 20 mila persone in Sud Sudan, 14mila in Nigeria e oltre 12mila in Congo. Questa malattia infettiva si diffonde soprattutto a causa delle drammatiche condizioni sanitarie in cui spesso riversano le famiglie meno abbienti di queste zone. La seconda malattia per incidenza è, invece, il morbillo che ormai sembra essere quasi debellato, in termini di letalità, nel nostro continente. 

L’anno scorso Amref, in Ruanda, ha organizzato una conferenza internazionale finalizzata ad estendere la copertura sanitaria universale a tutta la popolazione del globo. Si è stimato che se si riuscisse ad aumentare la copertura vaccinale nei Paesi a basso Pil pro capite entro il 2030, si impedirebbe di far cadere in povertà 24 milioni di persone che non possono permettersi ingenti spese sanitarie. È evidente, anche in questo caso, l’effetto positivo delle campagne di vaccinazione su larga scala. 

Implementazione a ostacoli, tra costi e reticenze

Discutere dell’impatto economico dei vaccini nei Paesi in via di sviluppo richiede  però una riflessione più ampia. Innanzitutto, non ci si può limitare all’analisi della loro efficacia antivirale. Anche se un vaccino si rivelasse molto efficace per un dato virus, i costi di trasporto, conservazione e distribuzione potrebbero risultare talmente alti da ridurre in maniera significativa l’impatto economico della campagna vaccinale stessa. Ad esempio, il vaccino per il COVID-19 prodotto da Pfizer richiede di essere conservato inizialmente a -70°C: è difficile immaginare che nazioni più povere possano facilmente permettersi infrastrutture così avanzate per la conservazione del vaccino.

Per di più, al contrario delle nazioni più ricche, molti Paesi emergenti sono caratterizzati da un’ampia gamma di problematiche economiche e sanitarie che si manifestano contemporaneamente. In linea teorica quindi, sono tante e disparate le riforme verso cui potrebbero essere indirizzate le ingenti risorse necessarie per l’implementazione di un piano vaccinale. A titolo d’esempio, esse potrebbero essere utilizzate per facilitare il processo di acquisizione dei diritti terrieri da parte dei piccoli contadini di una certa area. Questo tipo di considerazioni porta i policy makers a ragionare in termini di costo opportunità quando intervengono per risolvere delle crisi nei Paesi in via di sviluppo. Inoltre, è molto difficile valutare precisamente l’impatto economico di una certa iniziativa: come si sarebbe comportato lo stesso individuo che ha ricevuto il vaccino se non l’avesse ricevuto

Oltre alle difficoltà di valutazione dei benefici economici, esiste una dimensione che sta emergendo solo recentemente: la diffidenza nei confronti della scienza da parte dei cittadini. Questa reticenza, difficile da eradicare, ha delle motivazioni storiche che sono legate proprio alle campagne vaccinali del passato. Alcuni economisti di Harvard hanno infatti studiato l’effetto delle immunizzazioni forzate compiute nel Camerun Francese. Lo shock della costrizione subita sembra persistere al giorno d’oggi: nelle aree più colpite dalle campagne di vaccinazione, le iniziative della Banca mondiale atte ad alleviare la povertà tendono ad avere meno successo perché la popolazione non collabora e diffida delle autorità “occidentali”. La spiegazione data dagli autori è che l’esperienza negativa legata al colonialismo sia stata trasmessa attraverso le generazioni, come testimoniano alcune canzoni popolari dell’area

Questo tipo di ostacoli, difficili da superare perché radicati nelle norme sociali di certe aree, uniti ai costi di gestione e somministrazione del futuro vaccino da COVID 19, mettono in seria discussione l’impatto economico e sociale dell’intera iniziativa nei Paesi in via di sviluppo. Per massimizzare i suoi benefici economici e sociali, la vaccinazione dovrà essere sostenuta da un’intensa attività di divulgazione scientifica che permetta a tutti i cittadini delle aree meno sviluppate di comprendere l’importanza della scienza nelle loro vite. 

La collaborazione come chiave per lo sviluppo

Risulta, dunque, che il tema delle vaccinazioni sia alquanto complesso da analizzare, considerate tutte le variabili in gioco. Come conseguenza della globalizzazione, i popoli sono sempre più interconnessi. Per questo, le campagne vaccinali risultano efficaci solo se realizzate su larga scala. Inoltre, vista la facilità con la quale i cittadini possono viaggiare in tutto il mondo, bisogna garantire copertura nell’immunizzazione a tutte le regioni del globo. E’ quindi nell’interesse delle nazioni più ricche sostenere i Paesi emergenti nella diffusione del futuro vaccino da COVID 19. Ed è proprio per questi popoli che le campagne vaccinali costituiscono la vera opportunità di crescita sostenibile nel lungo periodo. Ciò grazie sia ad un indubbio impatto positivo solo sull’aspettativa di vita, ma anche sulle generali condizioni socio-economiche. 

Testo a cura di Sveva Manfredi e Fabio Enrico Traverso

Redazione
Orizzonti Politici è un think tank di studenti e giovani professionisti che condividono la passione per la politica e l’economia. Il nostro desiderio è quello di trasmettere le conoscenze apprese sui banchi universitari e in ambito professionale, per contribuire al processo di costruzione dell’opinione pubblica e di policy-making nel nostro Paese.

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