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Dall’aborto alle unioni civili: come sono cambiati i diritti civili in Italia

Tempo di lettura stimato: 8 min.

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La bagarre che ha fatto da sfondo alla presentazione del testo del Ddl Zan in Senato il 13 luglio scorso ne è l’ennesima conferma: nel nostro Paese è presente un’enorme spaccatura sul piano dei diritti civili, tanto in Parlamento quanto al di fuori delle sedi istituzionali. I duri diverbi cui oggi assistiamo non sono però un fenomeno soltanto recente, così come non sono mancate occasioni in cui praticamente tutti si sono trovati dalla stessa parte.

In questo articolo, ripercorriamo alcune leggi fondamentali del nostro Paese in materia di diritti civili, tra emancipazione femminile, istanze della comunità LGBT e altre questioni molto delicate e dibattute (come l’interruzione volontaria della gravidanza).

Estensione del suffragio alle donne – d.lgs luogotenenziale n. 23 del 1945

Nell’agosto del 1944, con una sempre più ampia partecipazione femminile in maniera attiva alla Resistenza, cominciano ad arrivare i primi endorsement all’estensione del suffragio alle donne da parte del mondo politico italiano. Sono due in particolare i leader che si fanno carico della questione, ossia Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, a capo, rispettivamente, della neonata Democrazia Cristiana (DC) e del Partito Comunista Italiano (PCI): entrambi sono molto desiderosi di capire con esattezza di quale consenso elettorale potranno godere.

De Gasperi e Togliatti, agli inizi del 1945, danno dunque vita al decreto che porta i propri nomi, conosciuto anche come decreto Bonomi (dal nome dell’allora Presidente del Consiglio del Regno d’Italia): gli unici partiti non favorevoli sono il Partito d’Azione, il Partito Liberale Italiano (PLI) e il Partito Repubblicano Italiano (PRI).

Il decreto viene emanato il primo febbraio del 1945, ma sancisce, per le donne, soltanto il diritto all’elettorato attivo. Per il diritto ad essere elette, le italiane dovranno attendere l’anno successivo, quando il decreto n.74 del 10 marzo 1946, arrivato anche grazie alle pressioni dell’Unione Donne Italiane (UDI) su Bonomi e sui suoi successori Parri e De Gasperi, concederà l’eleggibilità alle donne sopra i 25 anni.

Le prime elezioni in assoluto che vedranno partecipazione femminile saranno le amministrative svoltesi a partire dal marzo 1946, mentre le prime politiche saranno quelle del 2 giugno dello stesso anno. 

Istituzione del divorzio – l. n. 898 del 1970

Nel 1965, dopo oltre 10 anni dai primi tentativi di alcuni propri colleghi di partito di istituire il cosiddetto “piccolo divorzio”, il deputato del Partito Socialista Italiano (PSI) Loris Fortuna presenta alla Camera un progetto di legge sulla cessazione degli effetti del matrimonio; nel frattempo, inizia a mobilitarsi anche il Partito Radicale, che durante tutta la fine degli anni ‘60 promuove una lunga serie di manifestazioni pro-divorzio, spesso insieme alla Lega italiana per l’istituzione del divorzio (LID).

Il primo dicembre del 1970, dopo una continua pressione sui parlamentari laici e su alcuni comunisti inizialmente non favorevoli, viene approvata la legge n.898, detta anche legge Fortuna-Baslini, dal momento che il progetto di legge del primo era stato combinato con quello presentato dal secondo (un esponente del PLI). Votano a favore, oltre a PSI e PLI, anche PCI, PSIUP, PSDI e PRI (i radicali non fanno ancora parte del Parlamento).

Scoppiano subito forti polemiche a seguito dell’approvazione, e gli antidivorzisti si muovono subito per cercare di abrogare la legge grazie al ricorso al referendum. Questa linea è composta da gran parte degli esponenti della DC e del Movimento Sociale Italiano (MSI), che possono contare anche sull’appoggio del Vaticano e di moltissime associazioni cattoliche.
Timorosi per un possibile ribaltamento della situazione, alcuni dei partiti che avevano approvato la legge cercano di mediare con la DC, tentando di modificare la legge in Parlamento; i socialisti, al contrario, sono ottimisti circa la tenuta, e partecipano (come anche i radicali) alla raccolta firme.
L’esito finale confermerà le loro previsioni: si vota infatti il 12 maggio 1974 ed il fronte del NO (contrari all’abrogazione) vince col 59,26%.

Depenalizzazione e disciplina dell’interruzione volontaria di gravidanza – l. n.194 del 1978

Nel 1975, a seguito dell’arresto di diversi membri del Partito Radicale (fra cui la futura ministra Emma Bonino), autodenunciatisi dopo aver praticato aborti, il tema dell’interruzione volontaria di gravidanza inizia a diventare centrale nel dibattito politico del nostro Paese. Il codice penale italiano, infatti, considera l’aborto (in qualsiasi sua forma) un reato, con diversi aggravanti nel caso di lesioni o mancato consenso della donna interessata.

Le manifestazioni e le proteste si moltiplicano e ai radicali si aggiungono presto, oltre al Centro d’informazione sulla sterilizzazione e l’aborto (CISA), anche partiti come PRI, PLI, PSI e Partito Socialdemocratico Italiano (PSDI), e in ultima istanza anche il PCI; il CISA, in particolare, crea i primi consultori e organizza i cosiddetti “viaggi della speranza” verso le cliniche straniere.

Il 5 febbraio una delegazione capeggiata da Marco Pannella e comprendente, tra gli altri, il direttore del settimanale L’Espresso, presenta alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo di vari articoli del codice penale, tra cui tutti quelli che hanno ad oggetto reati legati all’aborto e all’incitamento a pratiche contro la procreazione.
La raccolta firme per il referendum vede molti movimenti di sinistra schierati al fianco di radicali e CISA e la soglia delle 500.000 firme viene ampiamente superata: si arriva, infatti, ad oltre 700.000. La tensione è alle stelle c’è molta preoccupazione riguardo le divisioni che una nuova (dopo quella sul divorzio) consultazione popolare potrebbe creare.

A seguito dei rallentamenti per via dello scioglimento delle Camere da parte del Capo dello Stato Giovanni Leone e di alcune necessità di adeguamento della normativa in materia di interruzione volontaria della gravidanza, il referendum si arena ed il 9 giugno 1977 gli stessi partiti promotori del quesito referendario presentano una proposta di legge unificata sull’aborto; il testo passa agevolmente l’esame della Camera, ma la legge viene definitivamente approvata dal Senato soltanto il 18 maggio dell’anno successivo (e pubblicata in Gazzetta Ufficiale 4 giorni dopo), poiché nei mesi precedenti l’intera politica è sconvolta dal rapimento del presidente della DC Aldo Moro.

Abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore – l. n. 442 del 1981

Il 26 dicembre del 1965, la diciassettenne siciliana Franca Viola viene rapita e stuprata dall’ex fidanzato Filippo Melodia, nipote di un boss mafioso, che agisce aiutato da 12 amici.
Dopo una segregazione di 8 giorni, la famiglia della ragazza è contattata da quella dello stupratore per un incontro volto a stabilire delle nozze riparatrici. Queste ultime sono una prassi per l’epoca (basandosi su una mentalità collettiva secondo cui una ragazza vittima di tali violenze causerebbe disonore alla famiglia d’origine nel caso in cui non decidesse di sposarsi) e consistono in un matrimonio tra vittima dello stupro e carnefice, previsto anche dall’articolo 544 del codice penale, che nello specifico dispone che in caso di nozze riparatrici sarà possibile estinguere il reato di violenza carnale.

Franca Viola, con la complicità dei genitori, rifiuta le nozze riparatrici, e denuncia il suo aggressore e i complici, che vengono arrestati e condannati, rispettivamente, a 11 (poi ridotti a 10) e 5 anni di carcere. Quello della giovane di Alcamo è il primo caso di rifiuto di matrimonio riparatore nel nostro Paese e diventa fonte di numerose polemiche, anche in Parlamento.

Dopo oltre 16 anni, grazie alla legge n. 442 del 5 settembre 1981, l’articolo del codice penale che disciplina il fenomeno del matrimonio riparatore viene abrogato, al pari degli articoli sul delitto d’onore. Quest’ultimo consisteva nell’omicidio compiuto per vendicare l’onorabilità del proprio nome o della propria famiglia (con riferimento in particolare a matrimoni e rapporti sessuali), ed il codice penale prevedeva un forte sconto di pena per chi ne era colpevole. Nonostante questa legge, le vittime di violenza sessuale non saranno completamente tutelate fino al 1996, quando lo stupro (fino ad allora reato contro la moralità pubblica ed il buon costume) diventerà reato contro la persona.

Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso – l. n. 76 del 2016

Nel 1986, l’interparlamentare donne comuniste propone per la prima volta le unioni civili, e due anni più tardi gli fa eco (su invito di Arcigay) la parlamentare socialista Agata Alma Cappiello, che presenta la prima proposta di legge per le convivenze (che contempla anche quelle tra persone dello stesso sesso).

Nonostante l’ampio riconoscimento mediatico, la proposta non viene calendarizzata, così come molte altri disegni di legge in materia a cavallo tra la seconda metà degli anni ‘90 e l’inizio degli anni 2000, nonostante gli inviti delle istituzioni europee. Nel 2007 le unioni civili sono oggetto di un nuovo disegno di legge, ma l’anno successivo la caduta del secondo governo Prodi interrompe l’iter necessario all’approvazione.

A partire dal 2013, nel corso della XVII legislatura, vengono presentati ben 10 diversi disegni di legge sulla regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e la disciplina delle convivenze, tutti di iniziativa parlamentare. Nel giugno 2014, la senatrice del Partito Democratico (PD) Monica Cirinnà deposita una proposta di testo unificato dei ddl, cui ne seguono altre due (l’ultima nel marzo dell’anno successivo).
L’ultima proposta di testo unificato viene scelta come testo base per il proseguimento della discussione in commissione giustizia, dove PD e Movimento 5 Stelle (M5S) votano favorevolmente.

L’ostruzionismo di diversi esponenti del centrodestra allunga di molto i tempi per l’esame degli emendamenti, ma il 2 febbraio del 2016 inizia il dibattito del ddl in Senato. Dopo alcune polemiche con M5S e Sinistra Ecologia e Libertà (SEL), il governo guidato da Matteo Renzi, deciso a fare approvare la legge, cerca un accordo politico all’interno della propria maggioranza; a seguito di un maxiemendamento che modifica diversi passaggi del testo, quest’ultimo è approvato dal Senato il 25 febbraio (votano a favore PD, Nuovo Centro Destra, Scelta Civica, Alleanza Liberal-Popolare e tre senatori a vita) e dalla Camera il successivo 9 maggio (alle formazioni che avevano votato al Senato si aggiungono SEL ed altri gruppi minori), col M5S che si astiene in entrambi i casi.

Le reazioni all’approvazione non tardano ad arrivare: gli organizzatori del Family Day e parte dei parlamentari di centrodestra annunciano l’avvio di una raccolta firme per un referendum abrogativo, che però non viene portata avanti.

Vittorio Fiaschini
Nato a Perugia quasi 20 anni fa, studio economia e finanza alla Bocconi. Amante di sport, cinema e storia, la mia passione numero uno è però la politica. Fanatico della Prima Repubblica, rischio spesso di venire alle mani con chi pensa che Andreotti sia solo un meme.

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