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Come il movimento curdo gioca un ruolo centrale nel palcoscenico internazionale

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Dalla metà di giugno 2020, l’esercito turco ha preso di mira le basi del movimento curdo nell’ Iraq settentrionale, lanciando due estensive offensive militari. Al contempo, Ankara prosegue con la sua operazione “Sorgente di pace”, avviata nel 2019 nella Siria nord-orientale. Gli attacchi contro le comunità curde, in entrambi gli scenari, proseguono senza sosta nell’assoluto silenzio della comunità internazionale.

 

Per fare luce sugli ultimi avvenimenti, Orizzonti Politici ha intervistato Benedetta Argentieri, giornalista indipendente e regista specializzata in conflitti, Medio Oriente e tematiche legate al femminismo, che da oltre cinque anni segue sul campo la guerra in Iraq e il conflitto siriano. 

Ha firmato articoli per diverse testate internazionali come Al-Jazeera, The New York Times, The Telegraph e in italiano per il Corriere della Sera. Tra i suoi film figurano Gezi Park, Our War e l’ultimo I am the revolution, un documentario in cui vengono narrate le storie di tre donne leader di movimenti completamente diversi fra loro, rispettivamente in Iraq, Siria e Afghanistan. 

Come si sta organizzando il movimento curdo a seguito delle due nuove offensive (Eagle and Tiger Claw) intraprese dalla Turchia in Iraq? 

E’ un’operazione molto dura che è iniziata il 15 giugno. Le due offensive hanno come obiettivo quello di penetrare la zona di confine tra l’Iran e l’Iraq, controllata dal Pkk (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e di arrivare nella città di Qandil, il quartier generale del movimento dal 1983. 

Negli ultimi quattro anni, le basi di appoggio turche nel Kurdistan iracheno si sono triplicate. La Turchia sta portando avanti una guerra non solo militare ma anche psicologica. In tale quadro, si è tuttavia costituito un fronte di resistenza molto forte ad Haftanin, dove da mesi ormai si sta combattendo una guerra durissima

Queste due operazioni hanno poi scatenato forti reazioni da parte della Lega Araba e di tutta una serie di attori internazionali e mediorientali, i quali non vogliono in alcun modo che vi sia un accordo tra la Turchia e l’Iran. Ankara e Teheran sono avversari in diversi contesti geopolitici, dal momento in cui si giocano l’egemonia non solo religiosa ma anche politica nell’area. 

Tuttavia, in questo particolare contesto, i loro interessi potrebbero convergere in funzione prettamente anti-curda. Ad oggi, non è ancora possibile effettuare previsioni sull’entità delle operazioni turche, dal momento che la situazione è entrata in una momentanea fase di stallo. 

L’operazione “Sorgente di pace” rappresenta l’ultima offensiva turca in territorio siriano.  Che cosa sta succedendo esattamente nell’area? 

In Siria si combatte ormai una guerra a “bassa intensità” che continua a mietere vittime, anche per mezzo di omicidi mirati. Seguendo questa linea, all’incirca un mese fa (il 10 luglio, ndr) la Turchia ha bombardato una casa privata, dove all’interno si erano riunite alcune esponenti del movimento delle donne, Kongreya Star

Le forze turche stanno cercando di minare il terreno: non è la prima volta d’altronde che Ankara porta avanti una “strategia della tensione”, prendendo di mira la componente femminile. Per non parlare dell’aumento di rapimenti, stupri, violenze, pulizia etnica nelle zone che sono state occupate dalle truppe turche come Afrin e Sere Kanye

In tale quadro, si sono verificati una serie di crimini che non ci si aspettava potessero essere compiuti da un Paese Nato come la Turchia. E’ evidente come non vi sia alcun controllo, su queste azioni, da parte della comunità internazionale.  

Le minacce di invasione turca in Siria si erano già proposte nell’estate del 2019. Gli Usa hanno fatto da garante per un accordo fra la Turchia e le Fds (Forze Democratiche Siriane), convincendo le Fds a demilitarizzare intere zone al confine, assicurando alla leadership curda che in quel modo si sarebbe scongiurata l’invasione di Ankara. 

Quando il 6 ottobre annuncia il ritiro delle truppe, Trump tradisce sia il “modus operandi” americano mantenuto fino a quel momento nell’area sia gli unici alleati fidati che la Casa Bianca aveva in Siria. 

Anche per queste ragioni, negli Stati Uniti c’è stata una reazione così forte all’interno dell’opinione pubblica: alcuni senatori repubblicani hanno infatti definito questa scelta come un “tradimento”, cercando di far fare un passo indietro a Trump e rimandando le truppe, ma il danno era ormai fatto. La Turchia ha infatti invaso quelle stesse zone demilitarizzate in estate. 

Sull’onda di questi eventi, la popolazione curda ha dovuto puntare alla propria sopravvivenza, ritrovandosi comunque schiacciata dalle richieste degli Stati Uniti e della Russia. 

Ad oggi, si pone poi la grande questione politica dei negoziati con il regime di Bashar al-Assad che, fatta eccezione per la questione curda, ha di fatto vinto la guerra in Siria. Ciò che manca al regime di Damasco è solo la riunificazione del Paese: la volontà è quella di tornare ad una situazione pre-2011, come se nulla fosse successo in questi dieci anni di conflitto.

Spesso, in riferimento alla causa curda, si afferma che i suoi sostenitori abbiano “tradito la rivoluzione”. I curdi, all’inizio delle proteste nel 2011, hanno capito subito che l’opposizione non aveva un programma politico. Hanno quindi optato per una “terza via”, non volendosi alleare né col regime né con l’opposizione. In realtà, non vivono questa scelta come un tradimento, ma piuttosto come una modalità con cui preservare la propria comunità attraverso l’autodifesa e l’autogoverno. 

La ragione principale per cui i curdi non si sono schierati con l’opposizione è che quest’ultima non ha mai avuto un progetto politico che costituisse veramente un’alternativa al regime di Damasco. 

Ad oggi, risultano interessanti le nuove dinamiche che si stanno creando sul territorio a maggioranza araba. Infatti l’unica possibilità affinché il confederalismo democratico possa costituire una vera alternativa al sistema vigente è che anche la comunità araba abbracci questa soluzione.

E’ molto importante notare poi come la popolazione araba di Raqqa stia facendo suo questo sistema, mentre nella zona di Deir Az-Zor vi siano invece numerose tensioni con la popolazione locale. D’altronde, quella è un’area dove il sostegno allo Stato Islamico è sempre stato molto forte. 

In merito ai negoziati di pace intavolati dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan nel 2015, secondo Lei quali sono state le cause che hanno portato al fallimento? 

I negoziati si sono interrotti dopo che due agenti sono stati uccisi, un’azione mai rivendicata dal Pkk. In realtà non c’è stata veramente la volontà di continuare un dialogo e anche a causa di ragioni politiche interne, Erdoğan ha riaperto il fronte contro i curdi in maniera esternamente scomposta, bombardando prima Qandil e uccidendo anche civili. E’ evidente come, anche in questo momento storico, Erdoğan non sia interessato in alcun modo a risolvere la questione curda. 

Ricominciare un negoziato implica riconoscere un insieme di diritti alle popolazioni curde. In passato, ogni volta  (e lo si vede nei sondaggi) che l’indice di gradimento popolare di Erdoğan scendeva,  intraprendeva operazioni militari contro i curdi. Queste azioni, sfruttando l’iper nazionalismo e una vena di fascismo che contraddistingue il suo elettorato, hanno permesso al presidente di risalire nei sondaggi. A ottobre scorso, è successa la stessa cosa. 

Che cosa pensa in merito alla campagna di incarcerazione e rimozione dei sindaci Hdp (Partito democratico dei popoli curdo) nell’est della Turchia? 

Il movimento curdo dimostra una resilienza e una caparbietà di portare avanti la lotta difficilmente riscontrabile in altri movimenti. Ciò è dimostrato dalle continue persecuzioni e torture che subiscono non solo i civili, ma anche la classe politica che vive una situazione da regime… perché questo è ciò che è la Turchia. L’inclinazione al dialogo dimostrata dalla comunità curda d’altronde non ha mai trovato riscontro nella controparte turca. 

Qual è oggi il rapporto che intercorre tra curdi e yazidi, popolazione vittima di uno dei più feroci genocidi dell’ultimo secolo? 

Sinjar (nota anche con il nome arabo Shingal, una piccola città dell’Iraq nord-occidentale vicina al confine con la Siria) ha subito dallo Stato Islamico l’ennesimo genocidio e il drammatico rapimento di 7000 donne yazide, di cui 2000 sono ancora disperse.

In quest’area, il 3 agosto 2014 cominciava l’invasione dello Stato Islamico. Era chiaro, visto i movimenti intorno all’area, che i miliziani Isis sarebbero arrivati presto. Il Pkk aveva avvertito tempestivamente del loro arrivo, ma la popolazione pensava di poter contare sull’aiuto dei Peshmerga (Forze armate autonome della regione del Kurdistan iracheno) che fino alla notte prima dell’offensiva erano di stanza a Sinjar. 

Con l’attacco dello Stato Islamico, quasi 20mila persone sono rimaste intrappolate sulla montagna senza acqua né cibo, e solo grazie all’intervento dello YPG e YPJ, con i guerriglieri dell’HPG (Forze di Difesa del Popolo, l’ala militare del Pkk), che hanno aperto un corridoio, si sono salvate. 

Dalla liberazione, le relazioni tra il governo centrale di Baghdad e le fazioni Peshmerga con la popolazione yazida si sono complicate. Ad oggi, dopo la sconfitta dello Stato Islamico, il problema principale dell’amministrazione locale è di natura politica: tecnicamente Sinjar è sotto il controllo di Baghdad, ma nella pratica rimane contesa.  

L’ultima volta che mi sono recata a Sinjar nel 2016 ho avuto modo di contare oltre sedici milizie presenti sul campo: ciò rende l’idea della complessità della situazione politica. 

Dal suo punto di vista, quale potrebbe essere la soluzione più plausibile in merito alla creazione di uno Stato curdo?

Al fine di comprendere quali potrebbero essere le soluzioni volte a risolvere la questione curda, è necessario specificare come la minoranza curda non rappresenti un blocco monolitico, dato che la popolazione è divisa su quattro stati diversi (Iran, Turchia, Siria, Iraq). 

Per quanto riguarda la parte più legata agli insegnamenti di Abdullah Öcalan (i curdo-siriani) che ruota intorno alla galassia del movimento curdo, questi ultimi non ambiscono più all’istituzione di uno Stato dal 1999. 

Vi è stato un cambio di paradigma che è possibile estrapolare dalla difesa di Abdullah Öcalan durante il suo processo in Turchia in cui si afferma chiaramente che l’obiettivo principale non è più la creazione di uno Stato indipendente, ma l’attuazione di un confederalismo democratico

Il confederalismo democratico è una piattaforma politico-sociale e viene pensato come un sistema designato non soltanto per i curdi ma per qualsiasi comunità. Si fonda su tre principi cardini: democrazia, ecologia, e rivoluzione delle donne

L’obiettivo consiste nel conferire un cospicuo potere alle amministrazioni locali che lavorano in autonomia.  Questa è una roadmap che potrebbe funzionare e che sta prendendo piede nella regione del Rojava (amministrazione autonoma del nord-est della Siria). E’ evidente che un progetto del genere non sia congeniale alle super potenze, le quali non apprezzerebbero la creazione di comunità autonome. Prima di poter vedere questi territori vivere in pace, ci vorranno molti anni. 

Una situazione difficile viene poi vissuta quotidianamente dalla comunità curdo-iraniana, vittima di persecuzione e continue condanne a morte. In Iraq le condizioni di vita della popolazione curda sono leggermente migliori, nonostante persistano problemi di natura politica e di convivenza con Baghdad legate all’autonomia dei territori. In Siria invece, la soluzione per cui spinge il movimento del Rojava è quella di creare un confederalismo democratico con delle zone autonome che funzionino, ma non uno Stato autonomo.

Quanto i valori marxisti-leninisti predicati dalle comunità curde stanno trovando effettiva realizzazione nella pratica? 

E’ vero che il Pkk viene fondato su basi marxiste-leniniste, come tantissimi movimenti di liberazione nati alla fine degli anni ‘70. Ad un certo punto tuttavia si assiste ad un cambio di paradigma e si comprende che chiedere la costituzione di uno Stato è diventato estemporaneo ed irrealizzabile. Questo porta il movimento ad abbandonare le proprie radici marxiste-leniniste, all’incirca nel 2003, in favore del confederalismo democratico, prendendo spunto da “The Ecology of Freedom” di Murray Bookchin.

Un aspetto estremamente interessante del movimento del Pkk è la sua flessibilità nel cambiare ed evolversi analizzando il contesto in cui è inserito: questo elemento rappresenta l’essenza stessa della sua sopravvivenza. 

Il movimento curdo è poi uno dei pochissimi movimenti di liberazione che può contare sul sostegno di migliaia di membri. Il fatto che non richieda l’istituzione di uno Stato ma un’autonomia, è spesso poco compreso ma rappresenta una variabile estremamente importante. Di fatto, la richiesta della creazione di uno Stato potrebbe ripercuotersi sulla loro condizione causando un effetto domino. Il confederalismo potrebbe invece rappresentare la soluzione chiave in grado di inglobare al proprio interno tutti gli attori in campo. 

Intervista scritta in collaborazione con Riccardo Gasco

Combattenti YPG e YPJ [crediti foto: Kurdishstruggle CC BY 2.0]
Anthea Favoriti
Nata nelle Marche, cresciuta in Toscana, adottata da Roma. Ho studiato Lingue Orientali (arabo e persiano) presso l’Università Sapienza di Roma e MENA Politics poi presso l’Università degli Studi di Torino. Amante dei viaggi in solitaria e dei soggiorni all’estero, passo il tempo libero a organizzare possibili itinerari e a collezionare mappe.

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