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Piani di aiuto europei: stampelle o trampolini?

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Oggi le economie di molti Paesi sono in recessione a causa della pandemia, e in Europa è in atto da mesi una trattativa per ottenere piani di aiuto economico a favore degli Stati più colpiti. Così è nato il Recovery Fund. Partorito dalle menti di Ursula von der Leyen e della sua Commissione, questo accordo, molto più grande dei precedenti piani europei, ricalca la scia del primo piano di aiuti mai ricevuto dall’Europa: il Piano Marshall.

Sono in molti a domandarsi fino a che punto questi piani di aiuti siano convenienti per gli Stati coinvolti. Guardando indietro nella storia ai vari piani politico-economici che sono stati messi in atto, a partire proprio dal Piano Marshall, è difficile trovarne uno che non sia stato in minima parte criticato, che sia a causa di interessi terzi celati dietro una maschera di generosità o per lo scarso raggiungimento degli obiettivi prefissati. 

Un salto nel passato: il Piano Marshall

Nell’aprile del 1948 fu varato lo European Recovery Program (ERP), conosciuto come Piano Marshall dal nome del suo promotore. Il Piano Marshall è ricordato come il primo tra i piani di aiuto economico da parte di uno Stato nei confronti di Paesi amici. Grazie a un investimento quadriennale di quasi tredici miliardi di dollari, gli Usa hanno permesso agli Stati europei di ricostruire la propria economia dopo la devastazione causata dalla Seconda guerra mondiale, permettendo il ristabilirsi di un florido libero mercato. Ma al di là della generosità, questo piano di aiuti consentiva agli Stati Uniti di curare anche i propri interessi economici e strategici. 

Innanzitutto, gli Stati europei usciti dalla guerra avevano governi deboli. Sarebbero stati una facile preda del regime comunista dell’Unione Sovietica, che avrebbe potuto tentare di estendere la propria influenza anche sui territori occidentali. Aiutare gli Stati europei a ristabilire dei governi solidi ha permesso alla nazione a stelle e strisce di rafforzare la propria sfera di influenza sul continente europeo e allo stesso tempo di impedire una diffusione del comunismo. 

In secondo luogo, l’economia americana si trovava in una fase di stagnazione a causa dell’eccesso di produzione che il solo mercato interno non riusciva ad assorbire. Investendo in Europa gli Stati Uniti si sarebbero assicurati l’accesso al mercato europeo, che avrebbe garantito di esportare l’eccedenza di produzione.

Infine, il denaro fu messo a disposizione degli Stati con rigide condizioni. Gli Stati Uniti si riservavano il diritto di interrompere il flusso di denaro versato ad uno Stato se questo non avesse rispettato gli accordi. Per questo crearono la Economic Cooperation Administration (ECA) che aveva il compito di vigilare sulla distribuzione dei fondi e sul loro uso: essa valutava se i governi locali seguissero le direttive americane sulle politiche interne e distribuiva il denaro sulla base di queste valutazioni. Una delle condizioni imposte, ad esempio, fu l’obbligo di acquistare certe materie prime esclusivamente dagli Stati Uniti.

Nel presente: la Grande recessione e i piani di aiuto europei

Con la crisi dei mutui subprime del 2007-2008, le economie degli Stati europei hanno subito uno shock. Benché la maggior parte dei Paesi sia riuscita a superarlo, alcuni di loro hanno avuto bisogno di un sostegno economico europeo. Vediamo quali sono.

Irlanda. L’economia irlandese precipitò dal 2008, con un tasso di disoccupazione in impennata che non accennava a smettere di crescere. La crisi economica fu accelerata dagli scandali delle banche irlandesi che divennero pubblici in quell’anno e che portarono alla nazionalizzazione di Anglo Irish Bank. Fu prevista una contrazione del 14% dell’economia entro il 2010.

Il salvataggio ebbe inizio a novembre del 2010. Con 67 miliardi di euro l’Unione europea evitò il fallimento del Paese e nel 2013 l’Irlanda poté dirsi “salva”: il Pil ricominciava a crescere segnando un +0,4% e la disoccupazione era tornata al livello precedente la crisi (13%). Facendo un confronto “prima e dopo” delle condizioni del Paese, è certo che il fallimento evitato grazie ai soldi europei abbia consentito alla Tigre celtica di riprendersi e di continuare ad attrarre capitali stranieri mantenendo invariata la tassa sugli utili delle imprese.Tuttavia, i tre anni di austerity hanno anche comportato un grosso taglio alla spesa pubblica, pari a 30 miliardi (il 20% del Pil), e sono state introdotte nuove tasse come la tassa sull’acqua e la tassa sulla casa. 

Foto di protestanti irlandesi contro i piani di aiuto europei durante la crisi economica
Proteste contro la richiesta di salvataggio economico fatta dal primo ministro irlandese, Brian Cowen [crediti foto: William Murphy CC BY-SA 2.0]
Portogallo. In Portogallo la paura di un arresto della crescita interna, unita ai dubbi sulla liquidità dei Paesi dell’Eurozona, comportò un’impennata dei tassi di interesse, per cui il governo di Lisbona nel 2011 richiese un’assistenza finanziaria che fu concessa dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dall’Ue nella quota di 78 miliardi di euro. Come condizione il Fmi e l’Ue domandarono che fossero imposte misure di austerity. Perciò fu ridotto il budget di spesa per un valore pari al 7% del Pil. Ciò comportò il blocco degli aumenti e delle promozioni dei dipendenti pubblici, furono imposte nuove tasse sui beni di consumo, il reddito spendibile precipitò, così come il tasso di occupazione. Ci fu una riduzione delle pensioni più ricche e del reddito di disoccupazione, e la compagnia aerea nazionale TAP Air Portugal fu venduta.

Quando il Paese uscì finalmente dal bailout nel 2014 non furono cancellate le rigide misure imposte ante crisi.Tuttavia il Portogallo aveva finalmente un’economia in crescita – benché lenta. Lisbona finirà di ripagare questo debito nel 2042.

Grecia. Dopo la crisi finanziaria del 2008, il premier Georges Papandreou alzò la previsione di deficit per il 2009 a circa il 12% del Pil. Il Paese si trovava bloccato in una spirale di debito, che nel 2010 raggiunse i 350 miliardi di euro (il 148,3% del Pil). Ma a causa della sfiducia dei mercati finanziari nei confronti della Grecia, Atene rimase senza la possibilità di prendere in prestito denaro per rifinanziare i propri debiti.

Ad aprile 2010 fu varato un piano di salvataggio e la Grecia ricevette nei successivi cinque anni un totale di 289 miliardi di euro di bailout.

Tra il 2010 e il 2015, c’è stato un drastico taglio delle pensioni e dei salari, le tasse sono aumentate, il budget per la sanità è stato dimezzato e quello per l’istruzione è stato ridotto del 20%. Queste misure sono state richieste come garanzia dagli Stati creditori, specialmente dalla Germania che è il Paese a detenere il maggior credito. 

Oggi che il Paese è uscito (formalmente) dalla crisi, alcuni problemi sussistono ancora. Innanzitutto, durante gli anni degli aiuti la popolazione greca ha assistito all’incremento della disoccupazione, che si è attestata in media al 27%, con la disoccupazione giovanile che ha toccato per un momento il 60%. Inoltre, dopo il 2015 il rapporto debito-Pil si aggirava ancora intorno al 180%. Dato l’elevato debito, l’eurozona ha concordato con Atene delle misure per permettere alla Grecia di restituirlo in modo agevolato: potrà cominciare a pagare dal 2032, e quell’anno l’Ue farà ulteriori valutazioni per decidere se ridurre ulteriormente l’ammontare delle somme da restituire.

L’ultimo piano di aiuti: il Recovery Fund

Per far fronte alla crisi causata dall’emergenza sanitaria, sono stati stanziati 750 miliardi di euro che saranno così divisi: 390 di contributi a fondo perduto e 360 di prestiti. I fondi potranno essere sbloccati solo previo controllo da parte della Commissione europea del piano di riforme presentato dal singolo Stato, e ci sarà un meccanismo di stop degli investimenti previsto nel caso in cui le riforme non siano ritenute adeguate. Apparentemente l’ingerenza dell’Ue nelle politiche statali si limiterà a queste valutazioni a priori: vedremo nei prossimi mesi come si evolverà la situazione.

* I promotori del Piano Marshall: il presidente Harry S. Truman, George Marshall, Paul Hoffman e Averell Harriman [crediti foto: U.S. Embassy the Hague CC BY-ND 2.0]
Sofia Sacco
Nata a Milano, classe 1999, studio economia in Bocconi. Sono campionessa di sogni ad occhi aperti. Oltre a questa dote ho una grande passione per i cavalli e per i libri gialli, e seguo con interesse le vicende economiche globali.

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