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“Piazza Fontana, io c’ero e chiedo verità”

Tempo di lettura stimato: 9 min.

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La madre di tutte le stragi, l’inizio della “strategia della tensione”, la fine dell’innocenza della Repubblica. Così è stata definita la Strage di Piazza Fontana che il 12 dicembre 1969 provocò a Milano la morte di 17 persone il ferimento di 88 a causa dell’esplosione di una bomba piazzata all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Nel giorno del 50esimo anniversario di questo tremendo evento, Orizzonti Politici per capire cosa sia davvero successo e come questo avvenimento sia ancora oggi attuale intervista Fortunato Zinni sopravvissuto alla strage e autore del libro “Piazza Fontana: Nessuno è Stato”.

Lei è stato testimone in prima persona della tragedia di Piazza Fontana. Cosa ricorda di quel giorno?

La chiusura al pubblico degli sportelli bancari è fissata alle 15.45. Solo il salone centrale della Filiale di Milano, della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana, per una concessione  speciale della Banca d’Italia , rimane aperto  fino a sera inoltrata,  per consentire lo svolgimento del Mercato settimanale degli agricoltori.

È un venerdì, durante il Mercato, abbandono la mia postazione allo sportello “Riscontro” dietro il bancone e mi unisco agli agricoltori che stazionano nel salone per assisterli nelle contrattazioni. Discutono, contrattano e quando raggiungono l’accordo, si scambiano la classica stretta di mano; con la mia mano destra a taglio,  metto fine alla contrattazione e la registro sul modulo interno della banca.

Ho appena concluso questa operazione con due anziani agricoltori, quando dei colleghi della Commissione interna, di cui sono il Presidente, mi sollecitano a raggiungerli nella saletta dell’ammezzato che si affaccia sul salone.

Manca solo la mia firma, al comunicato sindacale, sull’ipotesi d’accordo per il rinnovo del contratto dei bancari, approvato dall’assemblea dei lavoratori della filiale, la sera precedente, dopo 72 ore di sciopero.

Sono appena arrivato, quando l’edificio viene scosso da un tremendo boato. Lo spostamento d’aria mi scaraventa a terra.

Mi rialzo a fatica; nel  buio avverto dapprima un silenzio opprimente, poi poco a poco, lamenti soffocati, ombre che si muovono e grida concitate.

Cerco di guadagnare l’uscita, ma giunto al piano terra la batteria dei telefoni sul ripiano di marmo della portineria suona all’impazzata; istintivamente alzo una cornetta.

E’ la Questura dove è scattato il segnale di allarme. L’agente mi chiede della caldaia.

Sono frastornato, mi lamento del buio. Ma poi alle insistenze del mio interlocutore all’altro capo del telefono rispondo che il locale della caldaia si trova in tutta altra parte dello stabile.

“Vicino a lei cosa vede?”

“un pezzo di braccio….”.

Non termino la frase, inorridito mi rendo conto che è successo qualcosa di terribile. Spaventato metto giù la cornetta. I miei colleghi dei piani superiori passandomi accanto mi strattonano e mi invitano a uscire insieme a loro.

Come un automa, convinto nel mio inconscio di dover consegnare la ricevuta ai due anziani agricoltori mi dirigo verso il salone.

Faccio pochi passi per accedere al corridoio d’ingresso, qualcuno da terra mi si aggrappa ai pantaloni, “Mi aiuti, la prego..”.

Mi inginocchio e cerco in qualche modo di prestargli soccorso.

Ha una brutta ferita alla gamba e si trascina in un lago di sangue, si aggrappa alle mie braccia, la paura mi assale, tremo e cerco di divincolarmi ma l’uomo mi dice cosa fare.

Non so quanto tempo è passato, uno dei primi soccorritori mi aiuta a rialzarmi, sono sporco di sangue.

”Al ferito ci pensiamo noi – guarda il sangue sui mie vestiti – fuori ci sono le ambulanze.”

Devo aver rimosso dalla memoria quei terribili momenti.

Un paio di mesi dopo, la stessa persona, con le stampelle e con una gamba amputata, entra in salone e mi consegna un pacchetto, dentro c’è la mia cinghia dei pantaloni, con la quale, a suo dire, avevo fermato l’emorragia.

Ancora oggi sono convinto di non essere stato io.

I due clienti…la ricevuta…

Entro in salone.

Sicuramente non ho rimosso il ricordo di quel fotogramma. Rimarrà per sempre impresso nei miei occhi e nella mia memoria: il buco dove c’era la bomba, una sedia miracolosamente intatta, le vetrate attorno all’emiciclo, andate in mille pezzi, le schegge del grande tavolo ottagonale distrutto, il bancone dov’erano le casse e gli sportelli sventrato, con la parte più consistente dei cadaveri e dei feriti nei pressi e…. l’odore acre della carne bruciata con l’ancestrale ricordo del sapore di mandorle amare della povere esplosiva dei bombardamenti sulle rive del Sangro.

“Una bomba.. Dio mio..”

Un sacerdote benedice informi fagotti, disseminati sul pavimento.

Un cassiere con la pistola in dotazione in pugno, continua a ripetere . “Non toccate niente.. devo quadrare”.

Anch’io… continuo a cercare i due clienti per la ricevuta.

Finalmente li trovo…uno è morto e l’altro muore tra le mie braccia.

Ora c’è tanta confusione, le sirene delle ambulanze, i flash dei fotografi, il cardinale Colombo, il sindaco Aniasi, le altre autorità, i vigili del vicino Comando e altri uomini in divisa. Il Direttore della Filiale mi abbraccia “Sta bene, e questo sangue?…” Lo rassicuro, imbarazzato mi chiede, di stilare un primo elenco dei morti e dei feriti. “Mi dispiace, ma lei è l’unico che li conosce tutti. Dobbiamo avvertire le famiglie”. Comincio a capire che la mia vita non sarà più quella di prima.

 

Lei ha intitolato il suo libro: sulla strage “Nessuno è Stato”. A chi crede sia da imputare questo insabbiamento? Lei personalmente che idea si è fatto sulle responsabilità?

 

Perché ho dato quel titolo al mio libro? Perché sono profondamente  convinto  che Piazza Fontana  è una Strage di Stato. A qualcuno questa espressione non piace. Io non ho alcuna remora ad usarla perché  ho seguito tutti i processi e ho letto le carte processuali per cercare di capire. Per volontà politica, con la sentenza della Cassazione del 1982 è stata espunta la parte essenziale: il ruolo dei Servizi Segreti e degli uomini politici.  Sono rimasti Freda e Ventura, colpevoli ma non più condannabili.

A cinquant’anni di distanza, dopo sei istruttorie, otto processi, più di cinquecento udienze dibattimentali, dobbiamo registrare il fallimento della giustizia, perché accanto alla verità storica sulla responsabilità di Ordine Nuovo e di Freda e Ventura non abbiamo la verità giudiziaria. La verità storica appare incontrovertibile ma finora non sono stati individuati i colpevoli. In tutti questi anni un’allucinante parodia della giustizia ha assicurato l’impunità ai “burattinai delle stragi” ed ha messo in evidenza la sconcertante connivenza di una parte della Magistratura con il potere politico ed il servilismo della stragrande maggioranza della stampa supina nei confronti dei potenti e delle loro verità ufficiali.

La Cassazione ha irriso il diritto dei familiari, delle vittime della strage a seguire i primi processi, spostandoli a Catanzaro, a più di mille chilometri di distanza dalle loro residenze.

Si può e si deve mettere in conto che la giustizia umana può fallire; ma per i processi sulle stragi, il fallimento è stato programmato dalle continue ed intollerabili ingerenze di settori importanti dello Stato.

Vede analogie fra quegli anni e i nostri giorni?

Sì, ne vedo tante.  Non è colpevole  solo lo Stato di cinquant’anni fa’.  Colpevole è anche lo Stato della decisione della Commissione Inquirente e del Parlamento degli anni ottanta di sostituire alla giustizia la politica. Colpevoli sono  anche  le Procure di Milano, Venezia Bologna  per la guerra  feroce  approdata davanti al CSM e alla Commissione Stragi, con l’ostracismo messo in atto  contro il giudice Salvini negli anni novanta

Lo Stato di oggi non c’entra solo per il principio di continuità: la rimozione del segreto politico militare è impantanata nella  melassa della burocrazia  ministeriale. Tutti possono constatare che le schegge delle bombe delle stragi non sono state affatto rimosse.

Fatte salve le lodevoli eccezioni la magistratura italiana non ha mai cercato il movente delle stragi. I burattinai fino ad oggi l’hanno fatta franca. Intanto i fascisti vecchi e nuovi rialzano la testa e avanza un revisionismo dilagante.

Ma se il sangue della storia asciuga in fretta la sete di verità, è inestinguibile.

 

Come giudica la decisione del Presidente Mattarella di essere il primo Presidente della Repubblica a venire di persona alla commemorazione di Piazza Fontana? 

Con mezzo secolo di ritardo la più alta carica istituzionale del Paese sarà presente a Milano, il 12 dicembre. Al Presidente Sergio Mattarella va dato atto della sua sensibilità. Un omaggio dovuto alle vittime, ai  feriti  e ai trecentomila milanesi per la loro presenza silenziosa e composta, sul sagrato del Duomo, il 15 dicembre 1969, il giorno dei funerali. All’arrivo delle bare e dopo la cerimonia funebre in Duomo, non ci furono applausi, allora non si usava spettacolarizzare il dolore. Nella mia memoria è ancora vivo il ricordo di quei volti, di quegli sguardi e del silenzio assordante della folla, diretto agli strateghi del terrore e ai palazzi del potere. Tanto più fragoroso e lacerante, perché…muto. Non comprendo, ma la rispetto, la decisione del Presidente, di non venire in Piazza Fontana. Parteciperà  al Coniglio Comunale aperto e .incontrerà i familiari delle vittime a Palazzo Marino.

Si è mai fatto un’idea sul perché gli altri Presidenti non siano venuti?

Mi verrebbe voglia di rispondere che nessuno torna sul luogo del delitto. Beninteso, il riferimento riguarda il ruolo e la responsabilità istituzionale.

In realtà  la mancanza fisica più vistosa  e politicamente rilevante è stata  quella dell’allora Presidente Giuseppe Saragat che,  solo due settimane prima, armato arbitrariamente, di tocco e toga,  con un telegramma  dai toni  arroganti, si era autoproclamato  giudice unico e insindacabile e,  in spregio alla Costituzione,  aveva  sentenziato  la colpevolezza degli studenti e degli operai  che manifestavano  per il diritto alla casa,  definendoli  “vili assassini”. Gli  altri Presidenti  si sono  quasi tutti dichiarati solidali con  i familiari delle vittime.

Pensa sia utile continuare questo genere di commemorazioni?

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo messaggio in occasione del quarantanovesimo anniversario della strage ha scritto “Una verità piena e conclusiva non ha ancora coronato le lunghe e travagliate vicende giudiziarie. Questo nonostante il lavoro encomiabile e coraggioso di magistrati e servitori dello Stato, che hanno svelato responsabilità e trame di matrice neofascista, occultate da intollerabili deviazioni”. “Se nessuno l’ha fatto, io lo faccio oggi con molta umiltà, vi chiedo scusa“, ha detto il Presidente della Camera Roberto Fico, che ha partecipato, lo scorso 12 dicembre, al corteo istituzionale a Milano nel quarantanovesimo anniversario della strage chiedendo scusa ai familiari delle vittime per i depistaggi. Il messaggio del Capo dello Stato, le parole del Presidente della Camera e la verità storica sulla responsabilità fascista della strage, sancita dalla Cassazione sono importanti e meritano rispetto, ma dopo cinquant’anni d’ingiusta giustizia, non bastano. Non possono bastare, occorrono fatti e impegni concreti.
Ogni anno, per un giorno, si commemora, ci si commuove e ci s’indigna.
Che cosa commemoriamo?
La fatalità di quelle morti come si fa per le vittime di sciagure “naturali”?
Possiamo concludere che non si è saputo niente?
Nessun colpevole, si continua a ripetere sempre più indignati.
I colpevoli ci sono eccome, basta cercarli, perché il reato di strage è imperscrittibile. Ci affidiamo all’immancabile evocazione della “strategia della tensione”, formula magica che tutto nasconde, efficace ma esposta a ogni tipo di manipolazione: chi fu lo stratega, non si sa, non si è visto, lo cerchiamo ancora?
A metterla così, finisce che sarebbe meglio il silenzio dignitoso e il rispetto vero per le vittime; a metterla così, è meglio che non se ne parli più.
Il problema è, però, che è francamente difficile metterla e lasciarla così.
Che cosa commemoriamo, dunque?
Questi scenari o la morte d’innocenti? E se è la morte d’innocenti che commemoriamo, vogliamo ricordare che innocenti non sono Stato, politica e pezzi importanti di magistratura?
Le commemorazioni, a volerle fare, non sempre consolano, più spesso inquietano.

 

 

Giunio Panarelli
Nato a Bologna, ma cresciuto salentino, frequento il corso di laurea magistrale in Politics and Policy Analysis in Bocconi. Da febbraio 2020 sono caporedattore di Oripo quindi se vi piace quello che leggete è merito mio se non vi piace è colpa degli autori. Nel 2018 è uscito per Edizioni Montag il mio primo libro "La notte degli indicibili". Un chiaro segno della crisi dell’editoria italiana.

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