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Autarchia e hi-tech: da dove parte la nuova economia duale della Cina

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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In un momento storico di crescente interdipendenza economica come quello della globalizzazione, la Cina visse una stagione di grande sviluppo e crescita del PIL a doppia cifra. Approfittando della tendenza globale a intensificare i rapporti commerciali e a delocalizzare la produzione manifatturiera, il Paese sfruttò l’export come forza trainante della propria economia tra i primi anni ‘80 e i primi anni 2000. Politiche fiscali favorevoli e disponibilità di manodopera a basso costo attirarono immensi capitali dall’estero, che contribuirono a trasformare il Paese in “fabbrica del mondo” – ovvero luogo di produzione massiccia di merci di scarsa qualità destinate all’esportazione a prezzi modesti. Questo trend appare oggi invertito: come preannunciato dal discorso di Xi Jinping tenuto il 14 ottobre a Shenzhen in occasione del 40° anniversario della Zona Economica Speciale, la Cina abbraccerà l’economia duale, avviando un “nuovo corso” nell’era post-Covid che sarà caratterizzato da un ritrovato focus sul mercato interno.

In realtà, sin da quando salì al potere nel 2013, Xi Jinping rese nota la volontà di ristrutturare l’economia cinese, nel timore che una strategia di crescita guidata dalle esportazioni non fosse sostenibile per la Cina nel lungo periodo. Effettivamente, già dalla crisi del 2008 il processo di globalizzazione si stava arrestando, a favore di una progressiva riduzione dell’interdipendenza economica tra Paesi: nel decennio successivo al crac finanziario, il valore di import ed export sul PIL mondiale smise di crescere e, talvolta, diminuì. Un’ulteriore svolta si ebbe nel 2016, con l’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump, che nel nome dell’America First si oppose apertamente alla globalizzazione e al Paese che da essa stava traendo i benefici maggiori: la Cina. 

Pechino segue il trend della “deglobalizzazione”

Appare dunque evidente come sia la guerra dei dazi tra le due potenze, sia l’avvento della pandemia vadano interpretati più come catalizzatori che come cause di un processo già in atto da tempo – la “deglobalizzazione”

Il coronavirus, che ha imposto la chiusura delle frontiere e il blocco dei traffici, non ha solamente fatto saltare l’accordo commerciale sino-americano stipulato nel gennaio 2020, deteriorando ulteriormente i rapporti tra i due governi, ma ha anche e soprattutto risvegliato in Cina (e in molti altri paesi) quel sentimento autarchico di derivazione maoista, mai realmente sopito nemmeno nell’era di Deng.

La ricerca dell’indipendenza economica – o quantomeno della riduzione dell’interdipendenza – sta alla base del nuovo corso dell’economia cinese nell’era post-Covid. Già in occasione delle “Due sessioni” (liǎnghuì – 两会) dello scorso maggio, il Partito Comunista Cinese (PCC) aveva reso nota l’intenzione di cambiare rotta, spostando il focus politico sulle questioni domestiche anziché estere. L’intenzione si è poi concretizzata nel 14° Piano quinquennale (delineato durante il quinto Plenum del XIX Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese), che detterà le linee guida dello sviluppo economico cinese nel periodo 2021 – 2025.

Il Piano dovrebbe definire (il testo ufficiale sarà disponibile solo nei primi mesi del 2021) il nuovo corso dell’economia cinese, incentrato sulla “doppia circolazione” (dual circulation strategy o DCS), ovvero l’integrazione tra circolazione economica esterna e domestica – che in termini cinesi si traduce in un’enfasi maggiore sul mercato e sui consumi interni. Tale riorientamento aumenterebbe il rischio di decoupling, vale a dire il “disaccoppiamento” dell’economia cinese da quella americana: nel concreto, la tendenza sarebbe quella di una rilocalizzazione delle aziende americane strategiche al di fuori della Cina, in paesi terzi (es. produzione di iPhone spostata in India) o negli Stati Uniti stessi (reshoring). 

Anche se è ancora presto per conoscere i dettagli sulla DCS, la strategia di Pechino è evidente. Essa consisterebbe nell’innescare un circolo virtuoso in cui viene stimolata la domanda di un mercato interno potenzialmente immenso per sostenere l’economia del Paese, alzando il livello di reddito medio e il tasso di urbanizzazione, promuovendo lo sviluppo nelle aree continentali e riducendo dipendenza dalla domanda estera e vulnerabilità agli shock esterni (come accadde nel 2008). 

L’hi-tech come perno della svolta autarchica

L’innovazione tecnologica sarà il mezzo principale attraverso cui Pechino tenterà la virata autarchica. Sono previste riforme strutturali che dovranno risolvere i gravi problemi di inefficienza del settore hi-tech, verosimilmente dovuti agli eccessivi sussidi da parte del governo centrale all’industria dei chip. Tali investimenti da parte del PCC infatti, pur avendo contribuito allo sviluppo del settore, hanno anche attirato svariati investitori privi delle conoscenze tecniche richieste per promuovere l’innovazione, risultando in progetti falliti e sperpero di risorse pubbliche.

Ad ogni modo, il grande progetto destinato a raggiungere l’autarchia tecnologica e portare a termine il “disaccoppiamento” dall’industria hi-tech americana prende il nome di China Standards 2035. Considerato come l’evoluzione del piano manifatturiero Made in China 2025, tramite  il nuovo piano la Cina mira a fissare gli standard internazionali per le tecnologie di prossima generazione. 

Gli standard tecnici definiscono l’interoperabilità dei dispositivi elettronici e digitali nel mondo. Il fatto che i nostri smartphone siano in grado di funzionare in qualunque parte del globo, che diversi apparecchi come televisori, computer, consolle siano dotati di bluetooth e ingressi USB e siano in grado di connettersi a una stessa rete WiFi, è frutto dell’impostazione di standard tecnici internazionalmente riconosciuti. 

Ma se fino a questo momento tali standard sono stati stabiliti da comitati tecnico-scientifici o a livello privato, la Cina intende per la prima volta promuovere un modello statale di definizione degli standard, e così settare le “regole del gioco” su 5G, Intelligenza Artificiale, Cloud Computing, Internet of Things e così via. I massicci investimenti nella ricerca e sviluppo in ambito hi-tech alimenteranno dunque il già crescente trend che vede la Cina staccare pesantemente tutte le altre potenze mondiali per numero di brevetti presentati alla World Intellectual Property Organization (WIPO). Se già gran parte dei brevetti per il 5G è detenuta dalla cinese Huawei, nei piani di Pechino ciò potrebbe ripetersi anche per quanto riguarda l’intero settore tecnologico. 

Risvolti geopolitici della definizione degli standard tecnologici globali

Qualora fosse dunque un’economia statale pianificata a dettare gli standard tecnici, si assisterebbe a una politicizzazione di tali standard, che dall’essere criteri globali di interconnessione e di unione, diverrebbero strumenti divisivi per perpetrare politica di potenza. In effetti, a parte gli inevitabili benefici finanziari derivanti da un eventuale monopolio degli standard tecnologici, tramite questa strategia il Dragone mira a impostare le “regole del gioco” di una grande fetta di sviluppo economico futuro, raggiungendo il fine ultimo di espandere la propria sfera d’influenza.

I primi paesi cui nell’immediato futuro Pechino potrebbe estendere i propri standard domestici nell’hi-tech sono quelli in via di sviluppo già interessati dagli investimenti della Belt and Road Initiative (BRI). Potenzialmente, questi sarebbero infatti i primi a sviluppare una sorta di dipendenza dalla tecnologia cinese – se già non l’hanno sviluppata. In effetti, la Cina è già riuscita a imporre alcuni standard relativi a diversi settori dell’economia in svariati paesi BRI, ad esempio tramite l’Action Plan for Harmonisation of Standards along the Belt and Road (2015 – 2017). Non ci sarebbe quindi motivo di dubitare che la stessa sorte possa presto toccare all’ambito hi-tech.

Ad ogni modo, questa prima espansione verso gli Stati centro- e sud-asiatici e in parte africani sarebbe da vedere non come un progetto fine a se stesso, ma come una “palestra” per effettuare le prove generali prima di imbracciare la più ardua sfida europea. Anche se le potenze del Vecchio Continente, decisamente meno dipendenti (al massimo più interdipendenti) dalla Cina, si sono già divise sulla questione 5G, a oggi esse rimangono comunque  prevalentemente sotto l’ombrello di influenza americano, dunque più difficilmente condizionabili. 

Il carattere globale del progetto cinese rimane dunque evidente. Pechino intreccia i piani di sviluppo economico domestico con quelli di proiezione di potenza all’estero. Il China Standard 2035 ne è solamente un esempio: in ambito tecnologico la Cina detiene un vantaggio considerevole sul resto della concorrenza mondiale, vantaggio che se mantenuto rappresenterebbe un fulcro ideale su cui far leva in futuro per estendere soft power. L’altro esempio, forse il più lampante, rimane la Belt and Road Initiative, lanciata nel 2013 con il doppio intento di favorire gli interscambi tra Regno del Centro e il blocco Eurasiatico e Africano, ma anche di promuovere sviluppo nell’altrimenti isolata Cina occidentale.

 

*Foto in evidenza [crediti foto: Alexandre Debiève da Unsplash]

Questo articolo è parte di una raccolta sullo sviluppo sociale, economico e politico in Cina. Articolo precedente: Capitalismo o comunismo? Lo storico enigma cinese. Articolo successivo: La dimensione globale della Cina: la Belt and Road e la Digital Silk Road.

Stefano Grandi
Milanese classe 1997. Quando non seguo lo sport mi occupo di geopolitica. I miei studi mi hanno portato a scoprire l'Estremo Oriente, che mi sforzo tuttora di capire e analizzare con occhio critico, ma senza filtri occidentali. Frequento al momento un Master in Economia Politica presso la University of Essex. I miei articoli? "Con 30.000 lire il mio falegname li faceva meglio".

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