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La “trappola del debito” cinese esiste veramente?

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Se vi è capitato di leggere qualche articolo sui finanziamenti cinesi ai Paesi in via di sviluppo, vi sarete molto probabilmente imbattuti nella “trappola del debito”, un concetto spesso utilizzato per descrivere il comportamento della Cina. Si tratta di un approccio largamente dominante nelle analisi presenti nei media italiani relative alle crisi del debito in Africa, in Asia e a volte anche in EuropaÈ pertanto opportuno ricordare che le ricerche relative a questa problematica ne hanno smentito l’esistenza. Ciò non significa che i prestiti della Repubblica Popolare siano ”innocenti” ma che i problemi del debito nel Sud globale non sono né il risultato di una strategia cinese per il dominio del mondo, né sono solo colpa di Pechino. Nei prossimi paragrafi si cercherà di chiarire la vera natura della trappola del debito cinese ed anche il ruolo dell’Occidente, che non può ignorare i problemi finanziari che stanno colpendo molti Paesi in via di sviluppo.

Cos’è la “trappola del debito”?

Per trappola del debito si intende l’utilizzo predatorio di prestiti per estorcere da uno Stato mutuatario concessioni economiche e politiche. Anche se il termine è stato utilizzato da decenni per condannare le azioni della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale (FMI), esso è diventato particolarmente popolare negli ultimi anni per criticare l’approccio della Cina alla cooperazione per lo sviluppo e, in particolare, le politiche da essa intraprese nell’ambito della Belt and Road Initiative (BRI; nota anche come “Nuova via della seta”). La BRI è un’iniziativa volta a finanziare la costruzione di opere infrastrutturali a livello globale. Tra i suoi obiettivi vi sono quelli di collegare la Cina a mercati esteri, favorire la connettività e lo sviluppo internazionale e promuovere il ruolo globale di Pechino. Tuttavia, molti analisti e politici, specialmente statunitensi, percepiscono e descrivono la BRI come una strategia cinese per soppiantare Washington e acquisire l’egemonia globale. 

È in questo contesto che nel 2017 l’analista indiano Brahma Chellaney accusò la BRI di intrappolare volutamente i Paesi aderenti utilizzando il debito per fini geopolitici. Secondo Chellaney, i prestiti cinesi non favoriscono lo sviluppo locale, ma rendono gli stati beneficiari insolventi, anche perché sono poco trasparenti e finanziano opere infrastrutturali notoriamente inutili da un punto di vista commerciale. La Cina assoggetterebbe poi Paesi indebitati, obbligandoli a cedere beni strategici e garantendo a Pechino l’accesso a risorse, mercati e avamposti militari. Malgrado Chellaney sia notoriamente un promotore di fake news, questa narrativa è stata ripresa dal New York Times e dal Washington Post, nonché da esponenti delle amministrazione di Trump e di Biden e anche da politici europei

La realtà sui finanziamenti cinesi

Di fatto la vasta maggioranza delle ricerche condotte fino ad ora non ha trovato prove che dimostrino che la BRI sia una strategia che usa il debito per imporre gli interessi geopolitici di Pechino. Innanzitutto, la Cina non impone progetti e prestiti, ma essi sono il risultato di accordi bilaterali volontari. I progetti infrastrutturali sono infatti generalmente scelti dalle autorità locali sulla base dei loro interessi. Di fatto è proprio questa mancanza di condizionamenti uno dei motivi per cui i prestiti cinesi sono così popolari tra i Paesi in via di sviluppo, ma li rende anche più facilmente cooptati da governi corrotti.

Inoltre, il sistema cinese per il finanziamento allo sviluppo è troppo frammentato e scoordinato perché possa perseguire un qualche obiettivo strategico. Parlare di “Cina” come attore unico è spesso fuori luogo data la molteplicità di attori statali e privati che finanziano progetti sotto la bandiera della BRI. Per altro, l’obiettivo principale di questi attori non è l’interesse, ma il profitto. Infine, la Cina non ha mai sequestrato beni a nessuno stato. Anche l’esempio par excellence usato da Chellaney, la cessione del porto srilankese di Hambantota, è più una dimostrazione d’incompetenza che di malizia da parte di Pechino.

Il porto di Hambantota

Al contrario della narrazione comune, il porto di Hambantota era voluto dal governo srilankese. Questo progetto faceva parte del piano stilato dalla dinastia politica Rajapaksa per ricostruire e sviluppare lo Sri Lanka, in particolare il loro distretto natio di Hambantota. Il progetto inizialmente fu presentato all’India e agli Stati Uniti, che respinsero l’opportunità di investire nell’isola, che era ancora nel mezzo degli ultimi e più cruenti anni della sua lunga guerra civile. Dopo anni di stallo, nel 2007 la Cina si fece avanti per finanziare e costruire il porto (sei anni prima dell’annuncio della BRI). Tuttavia, il piano srilankese fu ostacolato da corruzione e mala gestione, in particolare da parte dei Rajapaksa. Per esempio, il presidente Mahinda Rajapaksa decise di aprire prematuramente il porto per festeggiare il suo compleanno, nonostante un masso bloccasse l’ingresso per le navi. Nel 2016, l’insostenibilità del piano, finanziato principalmente tramite prestiti, portò il paese sull’orlo di una crisi finanziaria. Tuttavia, solo il 16% del debito estero srilankese era cinese, la maggioranza era verso banche multilaterali di sviluppo e creditori internazionali. 

In seguito a un bailout del FMI, Colombo si trovò disperatamente in bisogno di valuta estera. Dopo vari tentativi falliti di affittare il porto di Hambantota ad aziende indiane e giapponesi, il primo ministro srilankese Ranil Wickremesinghe chiese direttamente al presidente cinese Xi Jinping di intervenire. Il risultato fu un accordo tra Colombo e il colosso portuario statale cinese CMPort che acquisì una partecipazione azionaria di maggioranza in due filiali dell’autorità portuale srilankese per gestire e sviluppare il porto. Il porto però rimase proprietà srilankese e non ci fu nessuno scambio di un bene strategico per la cancellazione di debiti. Dall’accordo il governo srilankese ottenne $1,12 miliardi che poteva usare per ripagare i suoi prestiti cinesi, ma che invece utilizzò per pagare i suoi debiti verso l’occidente dato che questi avevano tassi d’interesse notevolmente più alti. Inoltre, non c’è nessuna prova che il porto di Hambantota sia mai stato utilizzato per scopi militari, anche perché l’accordo proibisce esplicitamente attività militari nelle sue vicinanze.

Considerando questa divergenza dai fatti, è facile capire perché la professoressa Deborah Bräutigam, direttrice della China Africa Research Initiative all’Università John Hopkins e una della massime esperte del finanziamento cinese allo sviluppo, definisca la “trappola del debito” un “meme.” Tuttavia, questa trappola inesistente ha avuto un impatto notevole sulla realtà: ha galvanizzato la creazione di alternative occidentali alla BRI (come la Global Gateway dell’UE), ha diffuso scetticismo nei confronti dei finanziamenti cinesi nel Sud globale e ha spinto Pechino a riformare alcune delle sue politiche per la cooperazione allo sviluppo, a regolare maggiormente i suoi attori finanziari e a verificare maggiormente la fattibilità finanziaria e ambientale dei progetti BRI.

Dalle criticità dei prestiti cinesi alle responsabilità dell’Occidente

Anche se l’idea della trappola del debito non sta in piedi, non significa che i prestiti cinesi non abbiano delle criticità. Per esempio, sono spesso opachi o contengono clausole che ne impediscono la ristrutturazione. Tuttavia, quando si consideri che Pechino detiene solo il 20% del debito estero dello Sri Lanka e il 22% di quello dello Zambia sembra quantomeno esagerato incolpare solo la Cina per le crisi del debito che stanno colpendo questi Paesi. Gran parte del debito dei Paesi in via di sviluppo appartiene invece a Stati occidentali, istituti di credito privati (principalmente occidentali) e istituzioni multilaterali (guidati da governi occidentali). Ciononostante, nelle più recenti discussioni del G20, gli Stati Uniti, i Paesi europei, il Giappone e l’India hanno respinto la richiesta della Cina e di molti Paesi in via di sviluppo per un maggior coinvolgimento dei creditori privati e delle istituzioni multilaterali nei processi di ristrutturazione del debito. 

Anche se la Cina sta spingendo questa proposta per ridurre il proprio fardello, è comunque auspicabile una maggiore collaborazione con Pechino rispetto a questi problemi e un maggior impegno per aumentare la sostenibilità finanziaria del Sud globale, anche in considerazione del fatto che la l’UE sta facendo molta fatica a mobilitarne il sostegno contro l’invasione russa dell’Ucraina. Oltre a superare la narrativa della trappola del debito, l’Europa e l’Occidente in generale potrebbero perdonare più debito, migliorare la propria legge fiduciaria per obbligare i privati a partecipare alla ristrutturazione del debito e sostenere una riforma degli ordinamenti delle istituzioni multilaterali per rendere possibile un loro coinvolgimento.

Leonardo Bruni
Sino-bolognese, in giro per il mondo dal ‘99. Studente del Doppio Master Sciences Po-Università di Pechino in Relazioni Internazionali e laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna. Interessato nelle relazioni China-UE, la cooperazione per lo sviluppo e la regione del Mediterraneo allargato.

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