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Gli aiuti allo sviluppo sono davvero utili per l’Africa?

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Gli aiuti allo sviluppo sono una forma di aiuto fornita solitamente da governi, organizzazioni private come le Ong, o enti multilaterali come le banche per lo sviluppo, al fine di stimolare lo sviluppo economico, sociale e politico di un Paese nel lungo periodo, solitamente attraverso sovvenzioni, prestiti o cooperazione tecnica.

Questo tipo di assistenza è nato dopo il secondo conflitto mondiale, ma un passaggio fondamentale fu la creazione del Comitato per l’Assistenza allo Sviluppo (DAC, o Development Assistance Committee) nel 1960. Questo gruppo, che include la maggior parte delle economie avanzate del mondo, è centrale nel sistema degli aiuti, e fornisce tuttora la stragrande maggioranza dei fondi, oltre ad essere il principale produttore di dati statistici del campo. 

Verso la metà degli anni ‘70, i fondi dedicati allo sviluppo sono iniziati a crescere costantemente, passando da meno di $49 miliardi nel 1975, a $84 miliardi nel 1990, quando si è vista una temporanea diminuzione in concomitanza con la fine della Guerra Fredda. Nel nuovo millennio la crescita è ripresa, salvo un arresto negli anni immediatamente successivi alla crisi finanziaria, fino ad arrivare nel 2019 a oltre $152 miliardi annuali. 

Per molti decenni l’Africa, e in particolare i Paesi a sud del Sahara, sono stati una meta primaria degli aiuti allo sviluppo occidentali. Sin dal 1976, l’Africa sub-sahariana è la regione che riceve più fondi dai Paesi del DAC, anche se continua a essere il fanalino di coda in quasi tutti gli indicatori di sviluppo.

Questo paradosso ha portato gli aiuti allo sviluppo ad essere un argomento di feroci contese politiche, mentre il loro effetto da anni è oggetto di studi da parte di accademici da tutto il mondo. Cosa sappiamo quindi degli effetti che questi aiuti hanno avuto sull’Africa? 

Gli effetti economici

Le principali critiche mosse agli aiuti allo sviluppo in campo economico sono inerenti alle misure di povertà e di PIL pro capite, oltre che ai livelli di debito accumulati dagli Stati africani. 

L’elemento forse più sconvolgente è che, secondo i dati raccolti dall’economista Dambisa Moyo, nonostante nei decenni sia stato destinato all’Africa oltre $1000 miliardi di aiuti, tra gli anni ‘70, quando è iniziato il boom dell’assistenza, e il 2010 il reddito reale pro capite si sia abbassato. Questo dato sembrerebbe confermato da uno studio dei ricercatori del Cato Institute, in cui viene mostrato come il PIL pro capite a parità di potere d’acquisto in Africa sarebbe diminuito costantemente tra il 1975 e il 2000. 

Addirittura, secondo alcuni studi la povertà complessiva sarebbe aumentata in Africa tra il 1970 e il 1998, ossia quando i flussi di aiuti videro un notevole aumento. Questo sarebbe imputabile alle pratiche assistenzialiste spesso utilizzate dalle istituzioni di sviluppo, che porterebbero benefici solo nel breve periodo. Kingsley Chiedu Moghalu, economista nigeriano, si spinge ad argomentare che gli aiuti allo sviluppo sarebbero una delle principali cause dell’attuale sottosviluppo del continente africano, indicando lo sviluppo come un processo ottenuto tramite la riorganizzazione efficiente delle risorse produttive, e per questo necessariamente interno. 

Di contro, molti studiosi spiegano che è difficile determinare in maniera definitiva l’effetto degli aiuti, in quanto è impossibile sapere come si sarebbe sviluppato il reddito in assenza di questi ultimi. Per di più, mentre ci sono vari esempi di programmi fallimentari, esistono alcuni casi in cui gli aiuti hanno avuto effetti positivi. In particolare, viene spesso portato l’esempio del Botswana, un faro di stabilità e benessere in mezzo ad una regione instabile come l’Africa meridionale. Inoltre, esistono casi in cui l’effetto degli aiuti è variato enormemente nel tempo, come nel caso di Ghana e Burkina Faso negli anni ’90. 

Tale eterogeneità di visioni ha portato alcuni ad attribuire la buona riuscita o meno dei programmi di aiuti al contesto istituzionale, portando negli anni ’90 all’introduzione dei cosiddetti programmi di aggiustamento strutturale (Pas) da parte della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Questa misura rese gli aiuti condizionali all’implementazione di riforme strutturali interne, spesso spingendo verso la deregolamentazione dell’economia, la fine dei controlli sui capitali, la privatizzazione delle aziende statali e l’eliminazione delle barriere al libero mercato, con un’enorme influenza dello sviluppo istituzionale degli Stati che ne hanno beneficiato. 

Gli effetti istituzionali

I promotori di questa politica indicarono come ragione principale per l’introduzione dei Pas il fatto che in un ambiente legislativo favorevole gli aiuti allo sviluppo avrebbero finalmente potuto sprigionare tutto il loro potenziale. In particolare, si pensa che gli aiuti abbiano meno effetto durante una crisi, quando i livelli di investimento si abbassano a causa di minore sicurezza. Per questo, incoraggiare misure di bilancio responsabili potrebbe portare ad una maggiore crescita. Inoltre, si credeva che l’implementazione di buone pratiche governative trapiantate dall’occidente potesse chiudere il gap tra le risorse istituzionali e organizzative dei governi africani e quelle del resto del mondo in via di sviluppo. 

La condizionalità ha però finito per essere vista da molti sotto una luce negativa: oltre agli effetti economici non ottimali, come l’aumento del debito dovuto a politiche di austerità e la mancata tutela delle “industrie nascenti” nazionali dalla concorrenza internazionale, gli aiuti allo sviluppo ebbero risultati negativi proprio sulla struttura istituzionale dei Paesi, portando alcuni studiosi ad affermare che la condizionalità abbia fallito come strumento di sviluppo. 

Spesso gli aiuti sono stati associati all’indebolimento del legame di responsabilità dei politici verso il popolo e all’aumento della corruzione. La possibilità di ricevere risorse da altre fonti, oltre che dalle tasse, rende i leader meno incentivati a raccogliere imposte in maniera efficiente, portandoli a dipendere di meno dalla legittimazione popolare e potendosi quindi permettere di provvedere meno servizi pubblici ai cittadini. In tale prospettiva,  gli aiuti contribuirebbero dunque ai problemi dell’Africa, indebolendo la capacità amministrativa e la legittimità dei governi, rinforzandone la sindrome di dipendenza.

La dipendenza dagli aiuti 

La dipendenza economica degli Stati africani dagli aiuti allo sviluppo è un problema di lungo corso. Già negli anni ’90 si parlava di come la profonda asimmetria di risorse tra i donatori e i governi africani portasse a problemi di dipendenza da parte dell’Africa rispetto all’assistenza straniera. La sempre maggiore percentuale di entrate provenienti da aiuti ha preoccupato molti, ma questa proporzione è diminuita negli ultimi 20 anni, scendendo in media di un terzo tra i Paesi in via di sviluppo. In particolare, si è capito che l’assistenza fiscale non è necessariamente legata alla dipendenza economica, ma che ad avere questo effetto sono vari fattori, tra cui la lunghezza e l’intensità del periodo di donazione.

Affianco a quella economica, esiste anche un altro genere di dipendenza spesso causata dagli aiuti allo sviluppo: la dipendenza politica. Questa è quasi intrinsecamente legata alla natura stessa delle pratiche assistenzialiste. Infatti, tramite gli aiuti, i donatori possono determinare le politiche dei governi locali, che così rischiano di doversi ritrovare a seguire gli interessi dei Paesi stranieri. In tal modo, l’industria dell’assistenza potrebbe sfociare in un sistema di stampo colonialista, dove le idee occidentali di sviluppo e di progresso vengono imposte, spesso senza essere contestualizzate ai valori culturali, religiosi e sociali del luogo.

Quali scenari futuri?

In generale, gli aiuti allo sviluppo sono un argomento estremamente complicato da affrontare in campo accademico, data la enorme quantità di fattori che possono influenzare la buona riuscita di ogni progetto. La colpa dei risultati misti non può essere automaticamente imputata solamente ai donatori, e non è necessariamente vero che una diminuzione degli aiuti porterebbe a migliori risultati rispetto a quelli osservati, come dimostrato dal fatto che, quando negli anni ’90 gli aiuti furono tagliati, i conflitti nel continente aumentarono. 

Negli ultimi anni si sta assistendo a un processo di innovazione delle pratiche di sviluppo, con molti nuovi progetti che si sono affacciati sulla scena nel 2015, tra cui gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite e la Addis Abeba Action Agenda. Al contempo, a fronte di un’America sempre meno impegnata nel fornire aiuti allo sviluppo nel mondo, si starebbero imponendo nuovi donatori a livello globale, come Russia e Cina

Quest’ultima, in particolare, tramite il suo progetto di creazione di una nuova Via della Seta, si ritrova al centro di un aumento senza precedenti di prestiti per lo sviluppo ai paesi dell’Africa. Gli aiuti cinesi sembrerebbero meno intrusivi di quelli occidentali, data la mancanza di condizionalità e di processi di valutazione richiesta da quest’ultimi. Tuttavia, negli ultimi anni si sono palesate le prime complicazioni, con molti Paesi che si sono ritrovati intrappolati da livelli insostenibili di debito e costretti a sempre maggiori concessioni verso la Cina. 

 

*Preparazioni per una raccolta fondi per lo sviluppo dell’Africa a Dublino, Irlanda. [crediti foto: William Murphy, CC BY-SA 2.0]
Giovanni Simioni
Nato nel 1999 a Milano e da sempre interessato alla politica, studio Scienze Politiche all’Università Bocconi. Sono entrato in OriPo per avere una scusa per studiare in maniera approfondita ciò che prima era solo una passione da perseguire nel tempo libero.

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