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Guerra civile libica: un palcoscenico sempre meno europeo

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Una situazione in continua evoluzione

Gli ultimi sviluppi

La guerra civile libica è entrata ormai nel suo settimo anno di combattimenti. Nelle scorse settimane gli scontri si sono intensificati e gli equilibri di forza sono stati drasticamente modificati. Tripoli, la capitale, dove ha sede il Governo di accordo nazionale, è riuscita a rompere l’assedio sostenuto dall’Esercito nazionale libico comandato dal maresciallo di campo Khalifa Haftar. A marzo, il Governo di accordo nazionale ha lanciato l’Operazione Tempesta di Pace, la contro-offensiva volta ad alleggerire la pressione sulla capitale e recuperare il territorio perduto dall’inizio della campagna haftariana nell’aprile 2019. Le truppe tripoline hanno ripreso il controllo di importanti cittadine costiere tra la capitale e la Tunisia, e conquistato la base aerea di al-Watija, avamposto militare fondamentale da cui Haftar lanciava gli attacchi a Tripoli.   

Libia e interferenze esterne

Dato il rilievo strategico, la Libia è al centro dell’agenda di politica estera di importanti attori internazionali. Questi paesi utilizzano il conflitto per affermare la propria forza geopolitica, e le dinamiche locali lasciano spazio sempre più a equilibri internazionali. Di conseguenza, le sorti della guerra sembrano dipendere dal sostegno che i diversi alleati intendono dare ai due schieramenti. Un tempo protagonisti della crisi libica, gli stati europei sembrano ora lasciare il passo a paesi più dinamici e meglio disposti ad assumere un ruolo di primo piano nel conflitto. In uno scacchiere geopolitico sempre più articolato, più di dieci paesi sono attivamente coinvolti nella guerra civile, e Turchia e Russia mirano a prenderne definitivamente le redini.

Le due coalizioni 

L’asse turco-tripolino

Dal 2014, la Libia è spaccata in due. Il Governo di accordo nazionale, guidato dal premier Fayez al-Serraj e riconosciuto dalle Nazioni Unite, mantiene il controllo di ampie aree della Tripolitania – nell’Ovest del Paese. Il Governo è sostenuto dal Qatar e, principalmente, dalla Turchia. Nel gennaio di quest’anno, Ankara ha iniziato a inviare truppe militari in Libia. L’Operazione Tempesta di Pace, mirata ad arrestare l’avanzata di Haftar in Tripolitania, è stata possibile solamente grazie all’appoggio di Erdogan. Il suo intervento è stato fondamentale per ribaltare le sorti di un conflitto che sembrava ormai segnato. Ankara ha molto in gioco nella guerra civile: i suoi interessi spaziano da appalti multimiliardari bloccati dalla primavera araba nel 2011 a un memorandum d’intesa sui confini delle zone economiche esclusive libiche e turche. L’accordo, firmato nel novembre 2019, rimodella i confini delle acque territoriali dei due paesi, e permette alla Turchia di estendere le sue mire su acque ricche di gas e petrolio al largo del Mediterraneo. In caso di vittoria di Haftar, il maresciallo di campo straccerebbe l’accordo e impedirebbe alla Turchia di reclamare i suoi investimenti congelati.

Haftar e i suoi alleati

Al Governo di accordo nazionale si oppone la Camera dei rappresentati – con sede a Tobruk – di cui Haftar e il suo Esercito nazionale libico sono il braccio armato. Haftar mantiene il controllo della Cirenaica – a Est del Paese – e di gran parte del Fezzan – a Sud-Ovest – ed è sostenuto da Russia, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Arabia Saudita. Mosca, con la prospettiva di lucrosi accordi in materia di energia e infrastrutture, ha inviato in Libia 1200 mercenari del Wagner Group, una compagnia militare privata filogovernativa. Abu Dhabi, Il Cairo e Riad, preoccupati principalmente del sostegno di Tripoli – e di Ankara – alla Fratellanza Musulmana, un’organizzazione ritenuta terroristica dai tre paesi, appoggiano Tobruk finanziariamente e militarmente. Nelle scorse settimane, Russia ed Emirati Arabi Uniti hanno trasferito nel paese 14 aerei da caccia che secondo il capo dell’aeronautica di Haftar serviranno a lanciare la “più grande campagna aerea nella storia libica”.

Inoltre, Sudan, Tunisia, Algeria, Siria e Ciad hanno diversi gradi di coinvolgimento ed esposizione nel conflitto, e diversi gruppi armati e milizie locali sono inquadrati nell’una o nell’altra parte dello schieramento.

Il ruolo dell’Europa 

Europa divisa tra Tripoli e Haftar 

In uno scenario sempre più complicato e caratterizzato da interventi esterni, i diplomatici europei hanno insistito sulla necessità di un’azione comunitaria. Tuttavia, l’Unione Europea (UE) si è mostrata più volte disunita. Italia e Francia, per esempio, hanno seguito politiche opposte. Roma ha sostenuto Tripoli – anche se a inizio anno ha tentato di instaurare un dialogo con Haftar, indispettendo Serraj – mentre Parigi ha sempre appoggiato Haftar. L’UE non è riuscita a ottenere risultati tangibili e altri attori hanno guadagnato terreno. A gennaio, nel tentativo di riacquisire unità ed influenza, la Germania ha convocato una conferenza internazionale sulla guerra civile libica. Berlino ha avuto il merito di aver riunito tutti i principali paesi coinvolti nel conflitto, ma le disposizioni proposte durante il vertice sono state disattese, e il cessate il fuoco indetto non è stato rispettato. Di conseguenza, la conferenza ha sollevato scetticismo sulle capacità delle iniziative europee di avere successo.

Operazione Irini

Recentemente, il Consiglio dell’UE ha lanciato l’Operazione Irini, una missione navale ideata per applicare l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite. Tuttavia, l’intera manovra ha finito per emarginare ulteriormente la posizione europea in Libia. L’operazione è stata condannata dal Governo di accordo nazionale, che l’ha considerata un endorsement ad Haftar. Tripoli, infatti, è l’unica fazione ad essere potenzialmente penalizzata da un embargo marittimo in quanto unica a ricevere armi via mare. Inoltre, la missione potrebbe aver danneggiato la credibilità dell’UE come mediatore onesto, poiché potrebbe essere vista come una rappresaglia contro l’accordo marittimo turco-libico, considerato illegittimo da Cipro e della Grecia.

I possibili sviluppi futuri 

Sebbene nelle scorse settimane il Governo di accordo nazionale abbia inanellato una serie di vittorie decisive, è presto per decretare la sconfitta del maresciallo di campo. I caccia russi ed emiratini potrebbero aiutare Haftar ad arrestare l’avanzata dell’Operazione Tempesta di pace. La Turchia, tra difficoltà economiche e covid-19, potrebbe essere costretta a ridurre il suo appoggio a Tripoli. I prossimi mesi, dunque, potrebbero essere decisivi per la guerra civile libica. La momentanea posizione di forza del Governo di accordo nazionale è sicuramente un incentivo per Tripoli a sedersi al tavolo delle trattative. Analogamente, ora che la possibilità di conquistare la capitale sembra essere sfumata, Haftar potrebbe valutare la via diplomatica. Infine, non è da escludere che, delusi dalle recenti sconfitte, gli alleati internazionali provino a sostituire Haftar con una nuova figura.

Nel mezzo delle discussioni sulle misure per contrastare la crisi creata dal Covid-19, non è scontato che l’UE troverà il tempo, e la volontà, di organizzare e coordinare i suoi sforzi in Libia. Il momento per l’azione potrebbe arrivare presto, e l’Europa si troverà di fronte ad un bivio. Gli stati europei dovranno scegliere se tornare ad essere attori protagonisti nel teatro libico e sostenere i loro interessi nel Mediterraneo o sedersi in platea e assistere da spettatori.

Dario Romano Fenili
Laureato in International Relations alla London School of Economics, sono appassionato di geopolitica, politica estera e sicurezza internazionale. Vivo a Londra da due anni, ma ho lasciato il cuore sulle Orobie.

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