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Tra Cina ed India la tensione è alta

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È la sera del 15 giugno. Lontano dall’orizzonte dei nostri eventi, in luoghi di cui non abbiamo probabilmente mai sentito il nome, accade qualcosa che scuote fortemente l’equilibrio fra due giganti asiatici confinanti. Nei pressi della valle del fiume Galwan, striscia di territorio che divide la regione del Ladakh e la regione dell’Akshai Chin, si scontrano due contingenti militari. Da una parte un’unità dell’India, dall’altre un reggimento della Cina.

 

Golia contro Golia, Cina contro India

Le due regioni, Ladakh e Aksai Chin, sono sotto il controllo rispettivamente di India e Cina. Ma non si tratta di delimitazioni territoriali definite, frutto di radicamenti storici secolari. Il confine fra le due regioni è indefinito, poco chiaro, ed entrambi gli Stati ne reclamano il possesso. Nella notte del 15 giugno, proprio nel bel mezzo di queste due regioni, i soldati di entrambi gli schieramenti si sono scontrati brutalmente. Il risultato sono stati 17 morti e 3 feriti gravi per l’India – secondo le fonti ufficiali del Governo Indiano – e 5 morti e 11 feriti per la Cina – secondo il Ministero degli Esteri Cinese.

 

L’aspetto incredibile di questa vicenda è che i soldati non si sono scontrati con armi convenzionali. Un accordo tra Cina ed India del 1996 stabilisce infatti che nessuno dei due schieramenti può detenere armi da fuoco. Lo scontro è avvenuto con mazze e pietre, a più di 5mila metri di altitudine, con una temperatura sotto lo zero ed un bassissimo livello di ossigeno. La maggior parte dei soldati indiani, secondo una ricostruzione del Governo di Nuova Delhi, sarebbe morta nelle acque gelide del fiume Galwan, dopo esserci cascata in seguito alle pressioni dei soldati cinesi. Una vicenda rocambolesca che è più facile da immaginare in un fumetto, piuttosto che in un teatro internazionale.

La versione di Pechino

Come ci ha abituati a vederla, la Repubblica Popolare di Cina ha mantenuto un profilo basso, evitando eccessivi clamori in patria. La paura di alimentare forti nazionalismi in casa ha portato il Governo Cinese ad una sotto-copertura mediatica della vicenda. Ufficialmente, le versione del Ministero degli Esteri Cinese è che l’India abbia deliberatamente oltrepassato la Line of Actual Control (Lac), il confine ufficiale fra i due Paesi, lungo oltre 3400 km. Secondo Pechino, i soldati indiani hanno provocato le truppe cinesi stazionate al confine, innescando un confronto che è poi sfociato in conflitto corpo a corpo tra i due schieramenti. La Cina invita l’India ad indagare su condotte irregolari all’interno delle proprie forze armate, e nel comunicato fa sapere che Nuova Delhi “non deve ignorare la situazione attuale e non deve sottovalutare la ferma determinazione della Cina a salvaguardare la sovranità territoriale”.

La versione di Nuova Delhi

La reazione del popolo indiano è stata molto forte. In tutto il Paese si è scatenato un forte sentimento nazionalistico, carico di rabbia. Il Governo di Modi, che in questi anni ha basato la propria comunicazione su toni machisti e nazionalisti, si è trovato nel difficile compito di dover placare l’ondata di risentimento nazionale, consapevole di non avere alcuna possibilità contro la Cina, che militarmente la surclasserebbe. Lo scontro è sicuramente da evitare, ma non si poteva nemmeno ignorare completamente la vicenda. In un videomessaggio rivolto alla popolazione, Modi si è limitato a dire che “le vite dei soldati caduti non verranno dimenticate”, invitando la popolazione a restare unita.

 

È servita a poco anche la notizia ufficiale, riportata dai media nazionali, secondo cui la Cina avrebbe perso 43 uomini, rispetto ai 17 indiani, in un conflitto che ha visto darsi battaglia 300 soldati cinesi contro poco più di 100 soldati indiani. La narrazione ha voluto così celebrare l’eroismo dei propri soldati, colti di sorpresa ed in inferiorità numerica, nel rispondere ad un’ingiusta aggressione cinese. Secondo la versione ufficiale di Nuova Delhi, si è trattata di una “spedizione punitiva” dell’esercito cinese per umiliare l’esercito indiano, totalmente ingiustificata e fondata unicamente su una volontà di prevaricazione. In questi giorni il Governo ha bandito più di 50 app cinesi dal mercato, tra cui Tik Tok – molto popolare tra i giovani indiani, che costituiscono un terzo degli utenti globali – WeChat e Weibo, come rappresaglia nei confronti di Pechino. Il produttore di telefoni Xiaomi è stato costretto a nascondere le proprie insegne sotto quelle dei prodotti made in India.

Gli equilibri geopolitici

Gli Stati Uniti hanno subito cercato di sfruttare l’occasione per incorporare l’India nella propria sfera d’influenza. Dall’indipendenza ottenuta nel 1947, il Paese si è sempre mantenuto su posizioni non allineate – nel 1961 il Paese entrò nel Movimento dei paesi non allineati – cercando di ritagliarsi uno spazio indipendente a livello mondiale. Tuttavia, i legami con l’ex madrepatria del Regno Unito e gli scontri con la stessa Cina negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso l’hanno sempre avvicinata silenziosamente agli Stati Uniti e alla NATO. Trump si è offerto di fare da mediatore nella vicenda fra i due Paesi, ipotesi per ora respinta da entrambi i Governi. L’India rimane comunque molto vicina all’America, e ad altri grandi rivali della Cina: Australia e Giappone. Le spine nel fianco della Cina in Asia sono quindi molteplici, e gli Stati Uniti mirano ad accerchiare strategicamente la Cina con un cordone di alleanze nel Pacifico, che rischia di trovarsi diversi ostacoli alla realizzazione della Nuova Via della Seta. Il dominio dei mari, in questo senso, è la chiave fondamentale dei rapporti di forza fra Cina e Stati Uniti. L’India può quindi tornare utile agli States, ma fin adesso sembra voler mantenere una certa distanza.

Storia del conflitto

La regione del Ladakh, dove è avvenuto lo scontro, è un’area formalmente amministrata dall’India, ma che in passato è stata teatro di intense dispute fra i Paesi. L’originario confine che separava i due Paesi, la linea Mcmahon, non era altro che una riga immaginaria tracciata dalle superpotenze europee dell’epoca (Russia, Francia, Germania e Regno Unito) nel 1826. Originariamente, infatti, la regione dell’Aksai Chin, che ora è sotto il controllo cinese, apparteneva all’India, ed il Tibet – in quel momento indipendente – fungeva da delimitazione naturale tra le due nazioni.

Dopo la vittoria delle forze comuniste e la successiva proclamazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, la Cina riprese velocemente il controllo del Tibet. L’India, che condivideva con la Cina un movimento nazionale anti-imperialista – il Congresso Nazionale in India, il Partito Comunista in Cina – cercò di allacciare subito forti relazioni diplomatiche con il Dragone, e invitò il Paese ad entrare nel Movimento dei Paesi Non Allineati.

 

Il Deserto Rosso della Cina e il Kashmir dell’India

Il tentativo si mostrò subito vano: la Cina reclamava i territori sotto il controllo dell’India nelle regioni del Ladakh e dell’Aksai Chin – che in cinese significa “deserto rosso della Cina” – e per questo iniziò a costruire delle strade nel Tibet per poterle raggiungere meglio. La Cina stava inviando segnali chiari all’India, si stava preparando a riprenderli. Entrambi gli Stati erano consapevoli che si sarebbe presto arrivati al conflitto armato, e iniziarono a potenziare militarmente il confine. Nel 1962, l’ordine dato ai soldati indiani fu di sloggiare gli occupanti cinesi dall’Aksai Chin. Per tutta risposta, il 10 ottobre dello stesso anno, l’Esercito Popolare di Liberazione superò i confini nord-orientali dell’India, penetrando velocemente nel territorio.

Fu una guerra lampo che vide grandi perdite in entrambi gli schieramenti; ma soprattutto nell’India, che fu colta totalmente impreparata. Non si ebbe alcun accordo di pace, ma solo un armistizio; Cina e India, formalmente, sono ancora in guerra. I risultati del conflitto sino-indiano furono la ritirata cinese dai territori occupati nella parte sud-orientale dell’India – anche se Pechino continua a rivendicare quei territori, nello stato indiano dell’Arunachal Pradesh – e la perdita definitiva da parte indiana dell’Aksai Chin. Viceversa, Nuova Delhi mantiene ancora aperte le trattative sul controllo di quest’area.

Cosa aspettarsi

La gravità degli scontri della notte del 15 giugno sta proprio nel fatto che, nonostante ci siano state forti tensioni tra i due Paesi dalla guerra al confine del 1962, non si era mai arrivati ad un vero e proprio scontro violento. La diplomazia aveva sempre agito da freno ad un potenziale conflitto armato, con Cina ed India che avevano disteso i propri rapporti in questi ultimi tre anni. Entrambi i giganti asiatici hanno tutto l’interesse a mantenere la pace: i rispettivi ministri degli esteri, in un colloquio telefonico, hanno riaffermato l’impegno bilaterale nel gestire la questione «responsabilmente» e a procedere alla de-escalation pattuita il 6 giugno.

 

Se è vero che l’India non avrebbe speranze in un conflitto armato con la Cina, e che la sua dipendenza economica da Pechino è troppo forte, è anche vero che la Repubblica Popolare non si può permettere di lasciare l’India nelle grinfie degli Stati Uniti, creandosi un altro scomodo nemico in Asia. La Russia per ora sta a guardare, in attesa dello sviluppo degli eventi. Il Coronavirus obbliga i Paesi a curare maggiormente gli affari interni, rispetto ad inutili sforzi in politica estera. Il Covid-19 ha messo l’India alle strette, e la sua economia è in grave difficoltà. La Cina affronta grandi problemi interni, come la rivolta ancora accesa di Honk Hong. Vincerà chi saprà difendersi prima dentro le mura di casa.

 

 

Massimiliano Garavallihttps://orizzontipolitici.it
Classe ’97, ma con le occhiaie da quarantenne. Fondatore del blog culturale Sistema Critico, scrivo di politica e filosofia, e nel mezzo qualche poesia. Mi sono laureato con double degree in Economia e Management ad Urbino ed in European Economic Studies a Bamberg, Germania. Mi piace pensare che ogni nostro piccolo pensiero sia una spinta per qualcuno a cambiare.

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