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Verso la riforma del Patto di Stabilità e Crescita: a che punto siamo?

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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La Commissione Europea ha di recente presentato una proposta di riforma del Patto di stabilità e crescita. Non si tratta di un tema nuovo: è da anni, infatti, che se ne discuteva. Tuttavia, la proposta è arrivata ora in quanto le regole contenute nel Patto sono state sospese durante la pandemia, e dovranno essere reintrodotte a partire dal 2024. Questo ha fatto sì che queste regole venissero ora riviste, per poi essere negoziate e adottate da tutti gli Stati membri entro la fine di quest’anno. Per comprendere meglio quale sarà l’entità dei cambiamenti proposti, è necessario prima capire in che cosa consistesse il precedente Patto di stabilità e crescita, per poi analizzare quali sono le modifiche introdotte dalla Commissione e quali sono le attuali posizioni degli Stati membri.

 

Il Patto di stabilità e crescita dal 1997 ad oggi

Il Patto di stabilità e crescita è un accordo internazionale che è stato ratificato nel 1997 da tutti i Paesi facenti parte dell’Eurozona (ovvero i 12 Stati che utilizzano come moneta l’euro), e poi riformato nel 2005 con l’introduzione del Six pack, nel 2011 con il Two pack e nel 2012 con il Fiscal Compact. L’obiettivo era assicurarsi che tali Stati continuassero a rispettare i cosiddetti parametri di Maastricht, ovvero quei parametri che erano stati vincolanti per la loro ammissione all’interno dell’Unione e che erano stati richiesti proprio per evitare instabilità economica nell’area. In particolare, in base a questi parametri, gli Stati avrebbero dovuto mantenere un rapporto deficit/PIL pari al 3% e un rapporto debito/PIL pari al 60%. 

Con il Fiscal Compact, introdotto a seguito della crisi dell’Eurozona del 2011-12, è stata poi aggiunta la regola per cui uno Stato Membro con un rapporto debito/PIL superiore al 60% si sarebbe dovuto impegnare a ridurlo ogni anno di un ventesimo. Il Patto prevede due meccanismi per attuare ciò: un “braccio preventivo” e un “braccio correttivo”. Il primo richiede agli Stati membri di presentare le proprie leggi di bilancio alla Commissione europea in anticipo per darle modo di valutarle, mentre il secondo viene attivato quando uno Stato non rientra nei suddetti parametri. Dopo una prima fase in cui si raccomanda allo Stato di adottare delle misure correttive, se lo scostamento persiste, si passa a delle sanzioni monetarie (al massimo lo 0.5% del PIL del Paese in questione). Tuttavia, vale ricordare che questo strumento, ad oggi, non è mai stato attivato. 

Di fronte allo scoppio della pandemia da Covid-19, la Commissione ha chiesto per la prima volta che venisse attivata la cosiddetta “clausola di salvaguardia” presente all’interno del Patto, ovvero una deviazione temporanea dall’aggiustamento verso l’obiettivo di bilancio a medio termine, applicabile in caso di grave recessione economica. La sospensione è stata poi prolungata, visto anche lo scoppio della guerra russo-ucraina e la conseguente incertezza relativa al prezzo dell’energia, fino ad oggi. Il 31 dicembre 2023, però, la clausola di salvaguardia non sarà più operativa. Le opzioni sono quindi due: tornare ad applicare il Patto di stabilità o adottare delle nuove regole fiscali. È la seconda strada quella che è stata scelta dalla Commissione. 

  

La riforma del Patto di stabilità proposta dalla Commissione

La Commissione europea, dunque, ha presentato una proposta di riforma del Patto, tenendo conto di tutte le critiche ad esso mosse nel corso degli anni. Fra tutte, le più rilevanti sono state quelle di essere poco flessibile e trasparente, ma soprattutto poco credibile, dato che non tutti gli Stati membri sono riusciti a rispettare i parametri fiscali negli anni. Inoltre, la strategia che è stata maggiormente scelta dagli Stati membri per ridurre il debito pubblico nazionale è stata quella di ridurre gli investimenti pubblici, anziché aumentare le tasse o attuare riforme per migliorare la produttività. Questo è proprio ciò che la Commissione vuole ora evitare: l’obiettivo di questa riforma è infatti rendere il debito pubblico più sostenibile, ma al contempo stimolare una crescita economica inclusiva negli Stati membri attraverso riforme e investimenti. 

Per fare ciò, i parametri di Maastricht sul deficit e sul debito pubblico rimarranno, ma non ci sarà più la richiesta per gli Stati membri di ridurre quest’ultimo di un ventesimo l’anno in caso di disavanzo. Infatti, era difficile che tale regola potesse essere davvero rispettata da tutti gli Stati membri, che hanno sistemi economici molto diversi tra loro. Al contrario, l’approccio adottato dalla Commissione in questa riforma è più calibrato sulle specifiche situazioni economiche dei singoli Stati, che verranno suddivisi in Paesi ad alto, medio e basso livello di debito. In caso di sforamento della soglia prevista, saranno i Paesi stessi a dover proporre un proprio piano di aggiustamento quadriennale, con possibile prolungamento a sette anni. 

Inoltre, un’ulteriore novità è che la Commissione non si focalizzerà più sui valori assoluti, ovvero sull’effettivo raggiungimento dei parametri del 3% e del 60%, ma sarà richiesto ai Paesi, al termine dei quattro anni, di avere una traiettoria del debito calante “in maniera plausibile e continua per almeno dieci anni”. Gli Stati Membri, quindi, avranno modo di svolgere un ruolo più attivo rispetto a quello precedente, anche se il piano verrà sempre valutato in primis dalla Commissione e infine approvato dal Consiglio, incaricato di approvarlo o respingerlo. Ciò nonostante, nel caso in cui un Paese non rispetti il proprio impegno a diminuire il livello del debito, si attiverà comunque la procedura per i disavanzi eccessivi, accompagnata in ultima istanza da sanzioni finanziarie e reputazionali. 

 

Le posizioni degli Stati membri riguardo alla proposta 

Come già successo più volte nell’ambito di misure economiche (si pensi ad esempio alla pandemia Covid 19), di fronte alla proposta di riforma gli Stati membri si sono divisi in due gruppi, quello dei cosiddetti “falchi”, che vorrebbero una politica fiscale più restrittiva, ovvero i Paesi del Nord Europa, guidati dalla Germania, e le “colombe”, ovvero gli Stati del Sud, tra cui soprattutto Italia e Spagna, che vorrebbero al contrario una politica fiscale più flessibile. 

I primi, infatti, temono che la riforma non sia altro che un indebolimento del Patto stesso. La paura della Germania, in particolare, è che senza obiettivi numerici concreti e parametri uguali per tutti gli Stati membri, ma con una traiettoria di graduale riduzione del debito stabilita dai singoli Paesi, gli Stati più indebitati si impegneranno di meno a tornare a valori di deficit e debito inferiori al 3% e al 60%. Inoltre, la Germania vede con sospetto le negoziazioni bilaterali dei piani tra singoli Stati membri e la Commissione, che dal suo punto di vista ridurrebbero le regole fiscali ad un mero accordo politico e lascerebbero troppo margine di discrezione, e vorrebbe un trattamento uguale per tutti i Paesi. Ecco perché la Germania, nel corso della negoziazione della proposta in seno alla Commissione, ha chiesto fortemente che venisse introdotto anche l’obbligo per tutti gli Stati membri di introdurre un coefficiente numerico fisso per tutti di riduzione annua del debito (1% ogni anno). Questa richiesta alla fine è stata inclusa nella proposta della Commissione, anche se con un valore di 0.5% annuo per i Paesi con deficit superiore al 3%. Vicina alla Germania, anche se non così rigida, è anche la Danimarca, che nonostante sia a favore di un approccio più flessibile, vorrebbe un trattamento più uniforme tra Stati membri e delle riduzioni tangibili e annuali del debito. Contro la posizione tedesca, invece, si è schierata, oltre agli Stati del Sud, anche la Francia, che l’ha ritenuta contraria allo spirito della riforma – ovvero abolire regole uniformi per tutti i Paesi. Al lato opposto rispetto alla Germania, troviamo l’Italia, anch’essa in parte scontenta della riforma per l’assenza di una “golden rule”, ovvero una regola per cui dal calcolo del deficit vengano tolte le spese effettuate per investimenti (ad esempio, le spese per il Pnrr digitale e Green Deal). Tra i Paesi preoccupati troviamo anche Slovenia e Croazia, che temono che la suddivisione dei Paesi nelle tre fasce – a basso, medio ed alto rischio – in base al criterio della sostenibilità del debito possa penalizzare gli Stati più piccoli. Gli altri Stati, invece, tra cui anche l’Olanda, tradizionalmente considerato un Paese appartenente allo schieramento dei “falchi”, sono a favore della riforma.

Nonostante le posizioni degli Stati membri, vale la pena menzionare che alcuni studi, tra cui quello del ricercatore Andreas Eisl per l’Istituto Jacques Delors, stiano iniziando a far emergere che in realtà la differenziazione tra Paesi ad alto, medio e basso rischio potrebbe finire per rendere l’aggiustamento fiscale più gravoso rispetto a quello precedente proprio per i Paesi ad alto debito. Di conseguenza, la riforma di cui la Germania è forte oppositrice, beneficerebbe proprio Stati come il suo, a basso debito, che vedrebbero al contempo un’Eurozona più stabile (visto l’aggiustamento richiesto ai Paesi altamente indebitati), senza dover però subire politiche fiscali restrittive per loro non necessarie. In ultima istanza, paradossalmente un approccio più specifico per ogni Paese porterebbe a una convergenza macroeconomica di tutti gli Stati membri, e quindi a un’area economica più uniforme.

 

I prossimi sviluppi

 Nonostante lo scenario non sembri così favorevole al momento, le posizioni degli Stati membri dovranno comunque riconciliarsi entro la fine di quest’anno, termine in cui scadrà la clausola di salvaguardia, salvo ulteriori proroghe. Dato che l’atto in questione segue un iter legislativo ordinario, dopo la proposta della Commissione sarà ora il turno del Parlamento europeo e del Consiglio, che dovranno entrambi approvare il testo della proposta o concordare su un testo comune. Il testo sarà poi pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea ed entrerà in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione.



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