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Europa o Regno Unito? Il bivio dell’Irlanda post Brexit

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Dopo quattro anni dal fatidico referendum che ha diviso l’opinione pubblica del Regno Unito, a ridosso della scadenza, l’Unione europea e Boris Johnson hanno trovato un accordo. È stata evitata così la temuta opzione hard Brexit, ovvero l’effettiva uscita dall’Unione senza accordo, che avrebbe avuto sull’economia britannica un impatto peggiore del Covid.

Sospiri di sollievo anche in Irlanda del Nord, dove la notizia è stata tiepidamente accolta in quanto scenario “meno peggio”. E intanto i partiti indipendentisti sperano che il cambiamento sia la spinta per una transizione verso un’Irlanda unita.

Brexit: una parola, mille controversie

I punti che rischiavano di mandare a repentaglio il rapporto tra Regno Unito e Ue erano pesca, concorrenza e governance. La pesca è stato uno dei nodi più difficile da sciogliere: nonostante i pescherecci comunitari nelle acque britanniche siano fonte di meno dell’1% del Pil dell’Ue, il tema è stato al centro del dibattito, politicizzato dai Brexiteers come affronto alla sovranità del Regno Unito.

Era nell’interesse di tutti evitare il no deal. Un’uscita senza accordo avrebbe influito su molti altri aspetti, tra cui la ricerca medico-scientifica (di cui abbiamo imparato l’importanza a nostre spese) e la sicurezza interna dei Paesi. Dal punto di vista commerciale, la scelta è stata diretta verso l’accesso al mercato unico per il Regno unito senza l’imposizione di quote né dazi, escluso il settore dei servizi, senza però arrecare danno alla concorrenza europea. Seguendo il principio del level playing field (partire allo stesso livello), le parti hanno stabilito uno standard minimo ambientale, di tutela dei lavoratori e sociale, anche per evitare che l’UK possa introdurre delle norme che sfavoriscano le aziende europee.

Per tutelarsi, se una tra l’Ue e la Gran Bretagna riterrà che l’altra abbia violato delle regole stipulate con l’accordo, potrà appellarsi al meccanismo di “arbitrato” della governance, con la possibilità di applicare sanzioni.

Gli abitanti del Regno Unito perderanno poi la cittadinanza europea, ad eccezione dell’Irlanda del Nord, per la sua particolare posizione. 

La questione irlandese

Un tema sensibile affrontato nella Brexit riguarda appunto l’Irlanda del Nord. Il timore di molti era che venisse reinstaurato un confine rigido tra le due parti dell’isola, che, secondo una ricerca dell’Unesco, avrebbe potuto innescare un ritorno alla violenza

La trattativa per l’uscita dall’Unione europea ha perciò fatto risalire a galla le tensioni (mai completamente risolte) tra la parte cattolica e protestante. Lo scontro tra Irlanda e Gran Bretagna risale a molti secoli fa. Con la conquista definitiva dell’Irlanda da parte della corona inglese nel 16esimo secolo, alla popolazione, prevalentemente cattolica, fu imposta la professione della religione anglicana. Fu quello l’inizio di una lunga serie di insurrezioni da parte degli irlandesi, costantemente represse. 

Secondo lo storico Theodore Allen ne “L’invenzione della razza bianca”, l’asimmetria nel rapporto tra Inghilterra e Irlanda culminò tra la fine del 17esimo e l’inizio del 18esimo secolo. La popolazione irlandese si vide sopraffare da un processo di razzializzazione paragonabile a quello contemporaneo nella colonia inglese della Virginia, basato su quattro nodi fondamentali: politiche di espropriazione, privazione dei diritti civili e politici, deprivazione culturale per raggiungere l’analfabetizzazione del popolo represso e decostruzione del nucleo familiare. 

La questione irlandese trovò voce nel Parlamento inglese solo verso la fine dell’Ottocento. Il continuo rifiuto delle proposte per migliorare le condizioni della popolazione convinse gli irlandesi ad organizzarsi nel partito indipendentista Sinn Fein nel 1906, che in seguito istituirà un proprio esercito, l’Irish Republican Army (IRA). La sovranità completa, escluse diverse regioni del Nord, verrà concessa solo nel 1949 dopo violente proteste. Gli ultimi decenni del ‘900 furono caratterizzati da una vera e propria guerra civile, attenuatasi con l’accordo del Venerdì Santo nel 1998.

Il pericolo scampato del No deal

L’accordo del Venerdì Santo di vent’anni fa tra UK e Irlanda aveva stabilito che il confine tra i due Paesi fosse invisibile, facilitato dalla comune appartenenza all’Unione europea. L’imminente uscita del Regno Unito dagli Stati membri con il referendum del 2016 aveva però messo a rischio la decisione. Si era quindi parlato del cosiddetto backstop, una “promessa” di non cambiare lo status quo irlandese, mantenuta poi con il protocollo ad hoc dello scorso ottobre. 

L’uscita del Regno Unito dall’Ue ha tutelato il libero movimento tra le due Irlande. Si faranno però alcuni controlli al confine, in particolare verso specifici cibi (come latte, pesce e uova). L’Irlanda da parte sua ha interessi nella transizione, in quanto intrattiene forti legami commerciali con l’UK.

Una hard Brexit, ovvero un’uscita dall’Unione europea del Regno Unito senza accordo, avrebbe avuto un forte effetto domino anche a livello economico. Il punto di partenza sarebbe stato l’imposizione di tariffe tra UK e Irlanda, con conseguenti ritardi di trasporto e un forzato adattamento infrastrutturale.

Come dichiarato dal primo ministro irlandese Martin, il no-deal “sarebbe stato una cattiva notizia per tutti noi”. Il Consiglio consultivo fiscale ha calcolato che la crescita economica della Repubblica irlandese in tal caso sarebbe diminuita tra il 5% e il 7% nei prossimi dieci anni, rispetto a uno scenario in cui il Regno Unito fosse rimasto nell’Ue. Il segno negativo avrebbe colpito anche la Gran Bretagna, importante partner commerciale irlandese. Solo nel 2018, infatti, l’11% (per un valore di 16 miliardi di euro) dei beni esportati dall’Irlanda sono stati venduti all’UK. Nello stesso anno, il Paese ha importato beni dal Regno Unito per un totale di 20 miliardi di euro. Con una linea dura di Brexit, i due Stati avrebbero dovuto far fronte a pesanti tariffe che avrebbero colpito sia le grandi che piccole aziende nazionali, con un conseguente aumento del prezzo e una riduzione del traffico commerciale.

Non va sottovalutato il land bridge, il tragitto che i beni irlandesi compiono ogni anno attraverso il Regno Unito per arrivare in Unione europea, pari a 18 miliardi di euro. Fruttuoso anche perché riduce il tratto percorso di esportazione.

Non è tutto oro quel che luccica

Complessivamente quella che si è venuta a creare sembrerebbe una situazione win-win per entrambi i Paesi. Ma non la pensa così Sinn Fein, il partito indipendentista irlandese. Va ricordato che in Irlanda del Nord, il referendum per l’uscita dall’Unione nel 2016 aveva visto come vincitore remain, con il 55,7% contro il 44,3% per il leave. La percentuale era aumentata in vista di un confine duro nell’isola: secondo un sondaggio della BBC Northern Ireland del 2018, il 61% degli intervistati avrebbe preferito rimanere nell’Unione europea, se l’uscita avesse significato un hard border, un confine duro

L’accordo e il protocollo si sono quindi fatti garanti della libera circolazione tra le due parti dell’Irlanda. La possibilità di un futuro distacco dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito sembrerebbe improbabile. Allo stesso tempo, però, Sinn Fein ha criticato l’attitudine di Boris Johnson durante le trattative, in quanto “pericoloso” e “incostante”. Il partito richiede un referendum per l’indipendenza irlandese e, attestandosi come primo partito nel Paese, potrebbe riscuotere un importante seguito.

Elena D'Acunto
Napoletana di nascita, milanese d’adozione, americana per 3 mesi. Dopo 5 anni di liceo scientifico, ora studio filosofia alla Statale di Milano. Ho tre passioni: la politica, la musica e le scarpette da arrampicata. Di giorno scrivo per OriPo, di notte mi trasformo in una bimba di Lilli Gruber.

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