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Un nuovo decennio perduto? L’America Latina e i prestiti del Fmi

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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La pandemia ha colpito l’America Latina più duramente di qualsiasi altra regione al mondo, sia a livello economico che sanitario. Nel 2020 il Pil della regione ha subito una contrazione del 7,0% e le disuguaglianze in aumento hanno aggravato una condizione preesistente di forte instabilità politica, economica e sociale. La recessione colpisce maggiormente le categorie più vulnerabili della popolazione, ossia le donne e lavoratori impiegati nel settore informale. Secondo alcuni analisti, i Paesi dell’America Latina si appresterebbero a entrare in una lunga fase di gravi e ripetute crisi finanziarie, destinata a durare fin oltre un decennio. Ciò rievoca, inevitabilmente, lo spettro di una nuova Década Perdida, come viene definito il decennio tra gli anni ‘80 e ‘90 che vide molti dei governi sudamericani cadere vittime di gravi crisi del debito. Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) sta dunque intervenendo con un sistema di prestiti per aiutare l’America Latina a non soccombere alla crisi.

L’America Latina e la Década Perdida

Negli anni ’70 l’America Latina visse un picco di crescita, favorita dai consumi e dagli investimenti stranieri, specialmente statunitensi, che andavano a finanziare la costruzione di nuove infrastrutture. Nel 1979, tuttavia, un improvviso aumento nei prezzi del petrolio spinse la Federal Reserve ad aumentare i tassi d’interesse, nel tentativo di controllare l’inflazione nazionale. Di conseguenza, per gli Stati sudamericani divenne improvvisamente molto costoso ripagare gli interessi sui prestiti ricevuti. Il rapporto debito-Pil ebbe un picco che raggiunse il 50% per gli Stati più grandi, e molti Stati dichiararono default una volta constatata l’impossibilità di restituire il denaro preso in prestito. Il decennio 1980-1990 fu dunque ribattezzato decennio perduto, data la gravità della situazione economica in cui si trovarono molti Paesi latini. Tutti quelli che ricevettero dei fondi dal Fmi subirono l’introduzione di misure di austerità e di riforme volte alla liberalizzazione e privatizzazione dei mercati nazionali.

Gli interventi del Fmi in Messico e Argentina

Il Messico fu il primo Stato a richiedere l’intervento del Fmi in America Latina. Il 12 agosto 1982, dopo una pesante svalutazione del peso che non riuscì a riportare le casse statali ai livelli pre-crisi, l’allora ministro delle finanze Jesus Silva-Herzog annunciò l’impossibilità di ripagare il debito di 80 miliardi di dollari. Nel mese di dicembre dello stesso anno, il Fmi approvò dunque un prestito di 3,8 miliardi di dollari, concesso al Messico in cambio di una serie di riforme del mercato nazionale. Il programma di prestito durò fino al 1985, e fu seguito da altri due nel 1986 e nel 1989. Il piano iniziale di prestiti infatti non riuscì a stabilizzare gli investimenti né a impedire all’inflazione di crescere senza controllo.

L’Argentina tentò di chiedere l’intervento del Fmi nell’agosto 1982, ma le negoziazioni fallirono ben due volte. Il Paese raggiunse un accordo col Fmi solo nel 1984, ma le riforme fiscali messe in campo risultarono inefficaci e il programma di prestiti collassò. Il Fmi propose un nuovo intervento nel 1987, ma senza successo, e decise di non concedere ulteriori prestiti a Buenos Aires, posizione che mantenne fino al 2000.

Anche gli anni ’90 furono costellati di crisi economiche. Prima la Bolivia, il Brasile, il Messico e il Venezuela nel 1994, poi l’Argentina e il Paraguay l’anno dopo e infine l’Ecuador nel 1996, dovettero procedere con ristrutturazioni delle banche e ricapitalizzazioni. Le riforme bancarie e quelle fiscali non ebbero successo in tutti gli Stati, tanto che l’Argentina e l’Ecuador dovettero affrontare anche una seconda crisi nell’arco di cinque anni. La fragilità delle banche dei Paesi in America Latina e la loro interdipendenza reciproca fecero sì che in quegli anni le difficoltà di un singolo Stato avessero serie ripercussioni anche sugli altri. 

L’America Latina tra Covid-19 e prestiti del Fmi 

Per far fronte alla difficile situazione socio-economica odierna, i governi dei singoli Paesi hanno reagito con misure di sostegno economico, tramite programmi di trasferimento di denaro (CTP, cash transfer programs), scontrandosi però con uno spazio di manovra fiscale limitato. Le politiche messe in atto dai Paesi coinvolti in risposta alla crisi pandemica hanno aumentato il bisogno di liquidità e hanno portato, allo stesso tempo, a un aumento dei livelli di debito pubblico, tanto che il rapporto tra debito pubblico e PIL nella regione è cresciuto dal 70% al 78,7% tra il 2019 e il 2020.

In questo contesto, il Fmi ricopre ancora un ruolo centrale nel concedere finanziamenti, pur se vincolati al rispetto di determinati parametri. Durante la pandemia, il Fmi ha messo a disposizione dei 21 Paesi dell’America Latina il 63% dei prestiti elargiti per fare fronte all’emergenza Covid, che a gennaio 2021 ammontavano a più di 66 miliardi di dollari. 

Gli strumenti finanziari utilizzati dal Fmi comprendono per il 75% la Rapid Credit Facility (RCF), un sistema di assistenza finanziaria condizionata destinato agli Stati meno sviluppati che si trovano in urgente necessità di liquidità. I termini del prestito prevedono zero interessi, e una maturità di dieci anni. Un secondo strumento è poi la Rapid Financing Instrument (RFI), che, a differenza del primo, è messo a disposizione di tutti gli Stati membri che necessitano finanziamenti; può inoltre essere destinato a interventi che comprendono una molteplicità di situazioni, tra cui disastri naturali, shock improvvisi di Borsa, guerre e conflitti. Stando ai dati disponibili, i prestiti concessi ai Paesi dell’America Latina dal Fmi tramite RFI e RCF coprono, rispettivamente, il 32,3% e il 23,1% del loro bisogno finanziario. Applicate in misura minore, vi sono poi le linee di credito flessibile (FCL), ad oggi concesse a quattro Paesi latinoamericani: Cile, Colombia, Perù e Messico. 

Stando al Fmi, i finanziamenti concessi durante la pandemia sono basati sull’aspettativa che i Paesi debbano concentrare le spese pubbliche nella sanità, nel supportare le categorie cittadini più vulnerabili e la lotta al cambiamento climatico. D’altro canto, guardando al passato e alla crisi finanziaria del 2008, il mancato allentamento dei programmi di austerità allora suggeriti ebbe un impatto negativo sulla disuguaglianza di reddito e sui livelli di povertà nei Paesi debitori. Anche per la crisi attuale, le preoccupazioni della comunità internazionale riguardano le conseguenze degli adeguamenti fiscali definiti dal Fmi per la concessioni dei prestiti. Secondo Oxfam, le condizioni sull’84% dei prestiti concessi dal Fmi incoraggerebbero la riduzione delle protezioni sociali messe in atto dall’inizio della pandemia e delle spese sanitarie per numerosi Paesi, tra cui Ecuador, El Salvador e Costa Rica. 

L’America Latina e il prossimo decennio

Il timore che per l’America Latina il prossimo decennio possa costituire un’altra Década Perdida ha portato la comunità internazionale a presentare possibili strategie per evitare il ripetersi di tale scenario. 

Ad esempio, a marzo 2021 la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Eclac) ha pubblicato un report in cui vengono suggerite diverse policies da implementare per fronteggiare l’impatto della crisi nei Paesi latinoamericani. Un primo intervento consiste nella redistribuzione della liquidità dai Paesi più sviluppati a quelli in via di sviluppo attraverso i Diritti Speciali di Prelievo (Special Drawing Rights, SDR), oppure tramite fondi multilaterali come il Face (Fund Against COVID-19 Economics) proposto dalla Costa Rica. I Diritti Speciali di Prelievo sono un tipo di valuta utilizzata come moneta dal Fmi; il loro valore è ricavato da un comune denominatore tra altre valute, ovvero il dollaro, l’euro, la sterlina, lo yen e il renmimbi.

Il report suggerisce poi di incrementare la cooperazione tra le banche di sviluppo dei Paesi latinoamericani, aumentando la loro capacità di prestito, di costruire a livello internazionale un meccanismo di ristrutturazione del debito e incentivare l’utilizzo di nuovi strumenti finanziari. La speranza è che gli aiuti ricevuti dall’estero siano sufficienti ad affrontare le difficoltà attuali e che i Paesi riescano a risollevarsi dalla crisi nell’arco di pochi anni, senza che le conseguenze ricadano unicamente sulle categorie più vulnerabili della popolazione. 

Testo a cura di Sofia Sacco e Maria Luisa Zucchini

*Distribuzione dei vaccini in Brasile, 5 febbraio 2021 [crediti foto: International Monetary Fund CC BY-NC-ND 2.0]

 

Redazione
Orizzonti Politici è un think tank di studenti e giovani professionisti che condividono la passione per la politica e l’economia. Il nostro desiderio è quello di trasmettere le conoscenze apprese sui banchi universitari e in ambito professionale, per contribuire al processo di costruzione dell’opinione pubblica e di policy-making nel nostro Paese.

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