Sono ormai quasi tre mesi che Alberto Trentini, cooperante italiano che lavora per la ONG “Humanity and Inclusion”, si trova nelle carceri venezuelane. Il 24 dicembre 2024, la commissione interamericana dei diritti umani (CIDH) ha ricevuto un sollecito per chiedere alla repubblica bolivariana garanzie del rispetto dei diritti umani del cooperante italiano, di cui ancora oggi non si conoscono né le accuse né l’ubicazione.
Sempre secondo il documento della CIDH, Trentini potrebbe essere detenuto nello stato di Apure, sud-ovest del Paese, riconosciuto come il luogo dove vengono detenuti tutti i cittadini stranieri che lavorano per organizzazioni non governative, con accuse di spionaggio, mercenarismo e di cospirazione contro il presidente Nicolás Maduro. In questo caso sembrerebbe che Trentini sia stato associato a un piano che il ministro degli Interni e della Giustizia venezuelano, Diosdado Cabello, avrebbe definito un piano di “assassinio contro il presidente Nicolás Maduro”. Proprio Diosdado Cabello recentemente ha confermato che ad oggi sono 120 gli stranieri detenuti nelle carceri Venezuelane con l’accusa di pianificare atti terroristici e attività destabilizzanti in Venezuela.
Le detenzioni arbitrarie per mano della polizia di controspionaggio del governo (DGCIM) contro oppositori politici, familiari di oppositori, dissidenti, ed operatori umanitari sono tra i principali meccanismi di repressione del governo chavista di Maduro. Dal 1 gennaio del 2025, l’organizzazione Foro Penal, ha registrato oltre 83 arresti politici, tra cui un cittadino francese. In particolare, infatti, la detenzione di cittadini stranieri è uno strumento di negoziazione importante per Nicolás Maduro, che inizia questo mese il suo nuovo mandato di sei anni senza l’appoggio delle potenze internazionali e una bassa popolarità interna.
Un tentativo democratico fallito in Venezuela
Il nuovo mandato di Maduro, al potere dal 2013, è la conseguenza di quelle che dovevano essere le elezioni democratiche richieste dalla comunità internazionale e dalla popolazione venezuelana, ma che come dichiara il Centro Carter, nota organizzazione tra gli osservatori delle elezioni presidenziali venezuelane, non hanno rispettato gli standard democratici.
Il 28 luglio 2024 in Venezuela si sono scontrate due realtà: il chavismo, che controlla il governo e l’apparato giudiziario, e ha affrontato le elezioni con la certezza di vincere ancora una volta e di rimanere al potere, come fa dal 1999; e l’opposizione rappresentata da Edmundo González Urrutia, scelto da Corina Machado, vera leader dell’opposizione ma inabilitata a presentarsi alle elezioni per 15 anni per il suo presunto sostegno alle sanzioni internazionali imposte dagli Stati Uniti e per il suo appoggio a Juan Guaidó come presidente ad interim.
Nonostante nei mesi precedenti tutti i sondaggi indipendenti davano González Urrutia in vantaggio di oltre 20 punti indicando un netto rifiuto della rielezione di Maduro, logorato dalla lunga crisi del Paese, il risultato annunciato dal CNE, il consiglio nazionale elettorale della repubblica, ha dato vincitore Maduro e il chavismo.
Nelle ore successive, l’opposizione ha denunciato il CNE di aver imposto un calendario molto stretto e una serie di restrizioni indebite per impedire ai venezuelani all’estero di votare. Infatti, degli oltre 7,7 milioni di venezuelani all’estero, di cui tra i 3,5 e i 5,5 milioni con età di voto, solo 69.189 sono registrati per votare.
Ancora oggi, molti non possono registrarsi poichè il consolato del Paese in cui si trovano è chiuso, altri non hanno potuto registrarsi o aggiornare la propria iscrizione nei consolati aperti a causa dei tempi ristretti imposti dal CNE o perché la legge elettorale approvata sotto il Chavismo richiede requisiti difficili da soddisfare per la recente diaspora venezuelana, come il possesso di un permesso di soggiorno o di un passaporto venezuelano valido.
Influenzando cosi pesantemente le elezioni del 2024, Maduro ha accentuato la sua deriva autoritaria e la caduta del Venezuela in una dittatura sempre più dura e repressiva.

Impopolarità internazionale e nazionale di Maduro
L’illusione delle elezioni democratiche che rappresentavano anche un motivo per la comunità internazionale, in particolare per gli Stati Uniti e i Paesi vicini, di riavvicinarsi alla Repubblica Bolivariana, è di fatto rimasta una illusione confermando invece l’isolamento politico e diplomatico di Maduro.
A livello regionale, alla cerimonia del 10 gennaio per il rinnovo del mandato di Maduro, oltre alla presenza di solo due capi di Stato latinoamericani, Miguel Díaz-Canel di Cuba e Daniel Ortega del Nicaragua, insieme al primo ministro di Antigua e Barbuda, Gaston Browne, A livello internazionale, nonostante il governo avesse dichiarato la presenza di oltre 120 rappresentanti di Paesi stranieri, sono stati registrati solo quelli di Russia, Iran, Algeria e Cina.
L’impopolarità di Maduro non è solo internazionale ma anche nazionale. Infatti, se alle elezioni del 2013 Maduro aveva vinto con il 50,61% dei voti alle elezioni del 2024 il suo consenso è crollato del 20%. Con la repressione e la violazione delle libertà civili, il collasso dei servizi pubblici, i livelli storici di disuguaglianza e povertà e il fatto che circa il 27% della popolazione è fuggita dal Paese, Maduro, dopo 12 anni di governo, ha perso la popolarità ereditata da Chávez.
Venezuela: il fronte degli sconfitti
“Il popolo venezuelano si è pronunciato con forza il 28 luglio e ha nominato Edmundo González come presidente eletto. La democrazia richiede rispetto per la volontà degli elettori”, ha scritto Antony Blinken, l’alto funzionario del governo uscente di Joe Biden, su X.

Edmundo González, riconosciuto come vincitore delle elezioni dalla maggioranza della popolazione e da diversi governi stranieri, nel frattempo è dovuto scappare in esilio in Spagna, dopo essere stato minacciato di essere arrestato per aver presumibilmente “usurpato” il ruolo del CNE. Nel Paese rimane invece Maria Corina Machado, riconosciuta come la vera leader dell’opposizione, che dopo essere stata arrestata e detenuta per qualche ora, ritorna sui social e nelle piazze per invitare i militari a ribellarsi al governo di Maduro e boicottare qualsiasi tipo di elezione finché i risultati delle ultime elezioni vengano rispettati.
Infatti, se molti alleati esterni dell’opposizione, tra cui parlamentari spagnoli e statunitensi, chiedono che González sia riconosciuto come presidente eletto, in Venezuela e all’estero in tanti sono riluttanti a ripetere la sfortunata esperienza del “governo provvisorio” di Juan Guaidó nel 2019.
Il prossimo futuro del Venezuela
Nonostante la scarsissima popolarità interna ed esterna e le tante sanzioni imposte da Stati Uniti, Europa e altri Paesi, il regime di Maduro sopravvive e vive. Ad oggi, questo è possibile grazie al sostegno dei militari, coloro che eseguono le dure politiche di repressione impostate dal dittatore sudamericano, ma anche tra i ranghi delle forze armate iniziano a sentirsi voci dissidenti. Machado e González, appoggiati anche dal nuovo governo statunitense di Trump, hanno già iniziato ad appellarsi ai militari perché si ribellino al regime e difendano la propria popolazione.
Con il supporto internazionale e nazionale, l’opposizione deve lavorare non solo per ricostruire un sistema democratico, ma anche un’economia e una società che negli ultimi 20 anni hanno visto solo corruzione e criminalizzazione sistematiche.
*Campagna elettorale dell’opposizione per le elezioni presidenziale del luglio 2024, Venezuela [foto: Confidencial, via Wikimedia commons, CC BY 3.0]





