Il 12 aprile 2026 si voterà in Ungheria per le elezioni parlamentari. Per la prima volta, il regime di Viktor Orbán potrebbe uscirne sconfitto: il partito TISZA, guidato dal nuovo leader dell’opposizione Péter Magyar, sembra destinato alla vittoria.
Ma chi è Magyar e quali sono le sue idee? E siamo veramente di fronte alla fine del sistema di potere di Orbán?
Péter Magyar, il nuovo volto dell’opposizione in Ungheria
Ex membro di primo piano del partito di Orbán, Fidesz, Magyar ha un passato da collaboratore del primo ministro. La sua fuoriuscita dal partito avviene in contemporanea con uno scandalo in cui fu coinvolta l’ex Presidente Katalin Novák. Quest’ultima fu poi costretta alle dimissioni e criticata per aver concesso la grazia ad un uomo che tentò di insabbiare un caso di pedofilia. Un evento che ebbe una grossa risonanza e di cui Magyar si servì per criticare il sistema di corruzione consolidatosi negli anni di governo di Fidesz.
La battaglia alla corruzione dilagante in Ungheria è il perno della campagna antigovernativa di Magyar. Ma lui stesso non si presenta come un attore “esterno” al sistema di potere. Il leader dell’opposizione ha fatto valere i suoi anni di appartenenza a Fidesz come una prova della sua conoscenza profonda dei metodi clientelari con cui oggi Orbán governa il Paese.
La critica al sistema clientelare – il cosiddetto NER (in italiano “Sistema di cooperazione nazionale”, chiaramente ironico) – è funzionale a raccogliere attorno a Magyar gli elettori dell’opposizione. Seppur esistente da tempo, l’opposizione è frammentata in numerose fazioni che hanno diversi orientamenti politici e diversi atteggiamenti nei confronti di Magyar.
Magyar rinunciò a fondare un proprio partito ed entrò in TISZA, formazione relativamente minore prima del suo ingresso e di centrodestra. Per evitare divisioni, il partito si è esposto poco su tematiche quali i diritti civili e sociali, concentrandosi sull’anticorruzione e sull’europeismo. TISZA occupa sette seggi dell’Europarlamento e fa parte del Partito Popolare Europeo (PPE). Quella di aprile sarà la sua prima partecipazione alle elezioni parlamentari.
Proprio l’europeismo rappresenta l’altra tematica chiave su cui Magyar ha scommesso per raccogliere i consensi dell’opposizione. In particolare, ha promesso di recuperare la fiducia dell’UE e di sbloccare i fondi – 20 miliardi di euro – attualmente congelati per violazioni dello Stato di diritto da parte dell’Ungheria.
I dubbi della “vecchia” opposizione
Un riavvicinamento all’UE in tema di politica estera e giuridica è meno scontato di quanto sembri. Nonostante Orbán abbia tentato di dipingere Magyar come un agente dell’Ucraina, le sue politiche in materia non sono poi così distanti da quelle di Fidesz. Magyar si è opposto ad una procedura accelerata per l’ingresso ucraino nell’UE, proponendo un referendum nazionale sul tema. Si è anche opposto all’invio di ulteriori armi a Kiev.
In materia giuridica, TISZA condivide le posizioni repressive di Fidesz in ambito migratorio. Si è tuttavia dichiarato favorevole all’ingresso nell’EPPO (la procura europea indipendente) e, in ambito economico, a adottare l’euro come moneta unica entro il 2030.
Per riformare la Costituzione e portare avanti le sue riforme, però, TISZA avrà bisogno di ottenere una maggioranza qualificata dei 2/3 dei seggi. Anche per questo, molti partiti della “vecchia” opposizione ad Orbán si sono ritirati dalla competizione elettorale per favorire Magyar. Tra questi, spiccano il movimento liberale Momentum e gli ecologisti dell’LMP: è una circostanza che ha pochi precedenti.
La defezione più simbolica è stata, per certi versi, quella dell’MSZP, il partito socialista ungherese. Un tempo leader dell’opposizione e a lungo alla guida del governo prima dell’era Orbán, l’MSZP ha partecipato alle elezioni europee in coalizione con DK, partito socialdemocratico. Il DK ha scelto di non ritirarsi dalle elezioni, proponendosi come “terza via” tra Orbán e Magyar. A seguirli, il partito satirico MKKP: potrebbero drenare voti decisivi da TISZA, restando peraltro sotto la soglia necessaria per entrare in Parlamento.
Infine, l’ago della bilancia potrebbe essere Mi Hazánk, partito di estrema destra nazionalista. Dopo uno storico 6,7% alle elezioni europee, la vicinanza ideologica ad Orbán potrebbe risultare decisiva in caso di maggioranza parlamentare incerta. Al momento, il leader László Toroczkai ha rimarcato di non voler far parte di alcun governo che non sia guidato da lui stesso. Ma non è escluso che possa negoziare un suo appoggio esterno.
L’ombra di Orbán sul sistema elettorale
Il Parlamento unicamerale ungherese è composto da 199 seggi, di cui 106 eletti con un sistema maggioritario uninominale e 93 con un proporzionale. La soglia di sbarramento per i partiti è del 5%: con le riforme dei governi Orbán, questa può salire fino al 15% per le coalizioni. Una quota molto alta che, di fatto, obbliga i partiti più piccoli a convergere per evitare di disperdere i voti.
Negli anni, è stato anche eliminato il ballottaggio al secondo turno ed è stato imposto l’obbligo di presentare almeno 71 candidati sui 106 seggi uninominali per poter partecipare alle elezioni, togliendo ulteriore potere ai partiti piccoli.
Il sistema è stato ulteriormente ritoccato poco dopo le elezioni europee, in cui TISZA debuttò con il 29%. Con una riforma dei collegi elettorali, sono stati ridotti i distretti della capitale Budapest, storicamente di orientamento progressista, da 18 a 16. In contemporanea, i distretti della contea di Pest sono aumentati da 12 a 14, zona in cui Fidesz ha più supporto.
Orbán ha anche riformato la legge sulla cittadinanza includendovi presunti “ungheresi etnici”. Questi sarebbero i discendenti di cittadini ungheresi che, dopo il ridimensionamento territoriale sancito dal trattato di Trianon (1920), oggi vivono negli stati confinanti. A differenza degli ungheresi che vivono temporaneamente all’estero per motivi lavorativi, gli “ungheresi etnici” possono votare alle elezioni per corrispondenza. Tramite concessioni economiche ed appelli nazionalistici, Orbán ha trasformato questo gruppo in una delle sue più fedeli basi elettorali.
Questi sono solo alcuni esempi di quella che è definita “autocratizzazione”: un processo di transizione verso forme politiche autocratiche, attraverso la progressiva erosione di istituzioni democratiche. Negli anni di governo di Orbán, l’Ungheria è diventata un caso emblematico di Stato autocratico.
L’erosione del potere giudiziario e della libertà di stampa in Ungheria
Orbán ha progressivamente trasformato l’Ungheria in un’autocrazia anche estendendo la sua influenza sul potere giudiziario. La Corte costituzionale si è ridotta in un organo che collabora col potere governativo. Questo è stato possibile poiché tutti i suoi 15 membri (più il Presidente) sono eletti solo dal Parlamento. L’elezione avviene mediante una maggioranza dei 2/3, che Orbán ha detenuto costantemente grazie alle riforme del sistema elettorale.
Lo stesso Orbán ha aumentato il numero di membri della Corte costituzionale e la durata del loro mandato, da 9 a 12 anni. I membri attuali sono stati eletti tutti sotto i governi guidati da Orbán: questo limita molto le possibilità di Magyar di riformare il sistema giudiziario, qualora non dovesse ottenere una maggioranza dei 2/3 dei seggi alle elezioni.
Anche il presidente della Repubblica potrebbe utilizzare i suoi poteri per tagliare le gambe ad una nuova maggioranza. Nonostante detenga perlopiù funzioni cerimoniali, ha anche alcuni poteri di veto specifici. Non sorprende che il Parlamento abbia approvato di recente una legge per aumentare la maggioranza necessaria a far decadere la sua carica, ora dei 2/3 dei seggi. Fidesz ha eletto l’attuale Presidente nel 2024 e, qualora dovesse ricevere l’appoggio di Mi Hazánk, potrebbe mantenere la posizione ancora a lungo.
Altro passaggio fondamentale verso l’autocratizzazione è la progressiva repressione della libertà di stampa. Orbán ha preso il controllo delle fonti di comunicazione più note del paese, come il tabloid più letto d’Ungheria, Blikk. Blikk ha un pubblico mensile di tre milioni di lettori, mentre la popolazione ungherese consta di 9,5 milioni di abitanti. Un dato che, da solo, restituisce l’idea dell’influenza che Orbán può esercitare sull’opinione pubblica.
La manipolazione dei sondaggi in Ungheria

Consapevole dell’influenza che oggi esercitano sul dibattito pubblico e sulle elezioni, Orbán ha esteso il suo controllo anche sugli istituti sondaggistici. È di fatto molto difficile parlare di sondaggi “indipendenti” in Ungheria: sia per i frequenti attacchi del governo nei confronti degli istituti indipendenti, sia per la rete di istituti filogovernativi che manipolano le rilevazioni.
Questo si traduce in un binomio tra sondaggisti indipendenti (o sostenuti in qualche modo dall’opposizione) e sondaggisti filogovernativi. Quando la libertà di chi fa le rilevazioni è compromessa il rischio è che i dati risultino manipolati o falsi.
Infatti, da un lato i sondaggisti indipendenti e/o vicini all’opposizione rilevano che TISZA è stabilmente avanti nelle intenzioni di voto. Un vantaggio che per alcuni è larghissimo e per alcuni più ristretto, ma solitamente, il margine è di almeno otto punti. I sondaggisti vicini al governo rilevano invece che Fidesz ha un vantaggio di almeno cinque punti, ma non hanno potuto fare a meno di notare il trend di crescita del partito di Magyar, che risulta in rialzo in entrambi gli scenari.
La campagna elettorale: i giovani e la disinformazione
Come si evince, il risultato delle elezioni parlamentari in Ungheria dipenderà molto dalla capacità di Magyar di unire l’opposizione e di ottenere la grande maggioranza dei seggi uninominali. Sono molte le difficoltà da affrontare, dallo scarso radicamento territoriale del suo partito rispetto a Fidesz ai continui attacchi di Orbán.
Ma Magyar potrebbe trovarsi minacciato anche da agenti esterni. I recenti casi di disinformazione russa e israeliana in Romania e Slovenia suscitano preoccupazioni per il corretto svolgimento delle elezioni. Anche il clima della campagna elettorale è stato particolarmente teso, con accuse incrociate ed usi impropri dell’intelligenza artificiale.
Anche stavolta, i voti più decisivi potrebbero essere quelli dei giovani: secondo le ultime analisi più del 60% degli elettori under 30 supporterà TISZA, stanchi del dominio di Orbán. Tuttavia, un’analisi più approfondita porta a comprendere come la strada verso una nuova democratizzazione dell’Ungheria sarà molto più lunga del previsto.
Ricostruire lo Stato di diritto e la democrazia sarà un processo graduale: il sistema di potere pervasivo e il NER non cadranno semplicemente con la sconfitta di Fidesz. Un governo Magyar potrebbe raffreddare i rapporti tesi con l’UE, ma è presto per affermare che sarebbe la fine dell’era Orbán.
*Immagine di copertina: [foto di boldogsag via Pixabay]





