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Sahara occidentale: il conflitto che preoccupa il Marocco

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Lo scorso 8 ottobre si è riacceso il conflitto a El Guerguerat, un piccolo villaggio nell’estremo Sud-Ovest del Sahara occidentale e lungo la zona di confine con la Mauritania, al di fuori del “berm” (lett. il “muro”), ossia lo sbarramento costruito dal Marocco a partire dal 1980 che divide gli abitanti del Sahara dai campi profughi abitati dai saharawi che, con l’inizio dell’occupazione marocchina nel 1974, fuggirono nel deserto.

Numerosi attivisti saharawi si sono infiltrati nella zona di confine di El Guerguerat, impedendo la circolazione di merci e persone, per manifestare il proprio malcontento rispetto al rinvio del referendum sull’indipendenza che il popolo saharawi rivendica da anni. 

Dopo un mese dall’inizio della mobilitazione saharawi, il 13 novembre le autorità marocchine hanno deciso di intervenire istituendo un cordone sanitario a El Guerguerat, per rispondere alle provocazioni del Fronte Polisario, il legittimo rappresentante del popolo saharawi. Il Marocco, secondo fonti interne al governo, ha concesso il tempo necessario al Fronte Polisario a porre fine alle proprie azioni  e ad abbandonare la zona di El Guerguerat. Tuttavia, l’appello non ha ricevuto alcuna risposta, spingendo le Forze armate reali (Far) del Marocco a intervenire militarmente. 

L’intera vicenda minaccia la stabilità di un’area già critica, interessata da oltre quarant’anni da quella che viene definita comunemente come “la questione del Sahara occidentale”. Questo “conflitto congelato” vede contrapposti il governo di Rabat che rivendica la propria sovranità sul Sahara occidentale e il Fronte Polisario che, di contro, continua a battersi affinché venga indetto un referendum per l’autodeterminazione del proprio territorio.

Un conflitto che si protrae da oltre 40 anni

Il Sahara occidentale è una regione del Nord Africa, oggi abitata in prevalenza dal popolo saharawi, il cui territorio è attualmente conteso fra il Marocco e il Fronte Polisario. Nel 1958 la zona meridionale del Sahara occidentale (Río de Oro) insieme alla parte settentrionale (Saguia el-Hamra) furono costituite in una provincia unitaria con il nome di Sahara spagnolo. 

Cartina del Sahara occidentale [crediti foto: Wikimedia Commons, CC BY 2.5]
Malgrado negli anni ‘60 le Nazioni Unite e la Corte internazionale di giustizia avessero riconosciuto il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi, nel novembre 1975 la Spagna concluse un accordo (Patti di Madrid) con il Marocco e la Mauritania per la spartizione del Sahara occidentale fra i due Stati. 

Alle pretese del Marocco e della Mauritania si oppose da subito il Fronte Polisario (dallo spagnolo, Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro), movimento di resistenza anti-colonialista di ispirazione socialista, già attivo nella regione dai primi anni Settanta, quando si era distinto nella resistenza contro la presenza coloniale spagnola. 

Nonostante gli sforzi della popolazione saharawi, nel 1975 il Re marocchino Hassan II annunciò l’organizzazione di una grande marcia pacifica, la “Marcia verde”, composta da trecentocinquantamila persone verso il Sahara occidentale, per rivendicarne il possesso. La decisione del Marocco di annettere la maggior parte dell’ex Sahara spagnolo fu vissuta come un’invasione e una nuova colonizzazione da parte della popolazione saharawi. Il 26 febbraio 1976, la Spagna si ritirò dal territorio e il 27 il Polisario dichiarò l’indipendenza della Repubblica democratica del Sahara arabo (Rasd), che rimase di fatto un governo in esilio.

L’esercito marocchino continuò per anni l’azione di invasione occupando gli spazi abbandonati dall’esercito spagnolo e gran parte della popolazione saharawi fu costretta a fuggire in Algeria, la quale costituì a Tindouf cinque campi profughi, chiamati come le vecchie città che erano stati costretti ad abbandonare (Aousserd, El-Ayoun, Boujdour, Smara e Dakhla).

Uno dei momenti più critici del conflitto tra Marocco e Fronte Polisario si rinviene nel 1982, anno in cui il Marocco, allo scopo di consolidare il possesso dei territori conquistati e di sfruttarne le risorse minerarie, inizia la costruzione del cosiddetto “muro marocchino”, un muro lungo quasi 2.700 km. La popolazione saharawi oggi vive in una striscia di deserto tra l’oasi di Tindouf ed il muro stesso, chiamato nei documenti internazionali semplicemente “berm”

La libertà di movimento è profondamente ostacolata da questa barriera che divide oggi i due fronti, protetta da cinque milioni di mine antiuomo e controllata da centomila soldati marocchini. Il muro è costituito da terrapieni di pietrame, dotati di radar, batterie di artiglieria, sistemi elettronici di sorveglianza e intercettazione. 

L’obiettivo primario della sua costruzione risiede nella volontà di frenare l’invasione del Fronte Polisario nel territorio marocchino e impedire l’acquisizione del controllo delle risorse di minerali anche preziosi, dei giacimenti di petrolio e delle aree di pesca nell’Atlantico considerate fra le più ricche dell’intera costa africana. A pagare il prezzo del muro sono soprattutto i civili, che rappresentano l’80% delle vittime, perlopiù minori. I dati pubblicati dal Rapporto di monitoraggio delle mine terrestri rivelano che, a partire dal 1975, sono più di 2.500 le persone rimaste ferite, mutilate o uccise in territorio saharawi

Gli interventi della Comunità internazionale

Negli anni gli interventi delle Nazioni Unite sono stati principalmente volti a garantire la pace nei territori e a favorire lo svolgimento di un referendum per l’autodeterminazione del popolo saharawi. Il coinvolgimento dell’Onu ebbe inizio nel 1965, quando l’Assemblea Generale adottò la prima risoluzione in tema di decolonizzazione del Sahara spagnolo: da allora le Nazioni Unite si sono sempre impegnate per istituire un referendum e hanno più volte ribadito la necessità di un atto di autodeterminazione da parte del popolo saharawi, coerentemente con la Declaration on the Granting of Independence to Colonial Countries and Peoples (Risoluzione dell’Assemblea Generale n° 1514/1960). 

Sin dall’inizio incluso nella lista dei territori non autonomi, nel 1972 l’Onu riconobbe al popolo saharawi il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza. Tuttavia, l’intervento di maggior importanza ed incisività si ebbe solamente nel 1991, quando con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza n° 690 venne istituita la Missione delle Nazioni Unite per l’Organizzazione di un Referendum nel Sahara Occidentale (Minurso), con il compito di sorvegliare il rispetto del cessate il fuoco, di facilitare il rientro dei profughi e di supervisionare un referendum di autodeterminazione, previsto per il 1992.

Negli anni furono numerosi i piani attuati dall’Onu nel tentativo di sbloccare la situazione. James Baker (ex-Segretario di Stato americano e inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sahara occidentale) formulò, infatti, ben due proposte nel tentativo di arrivare al referendum: il Baker Plan I e il Baker Plan II , ma entrambi furono riutati da Rabat. 

Nonostante i tentativi di mediazione, le ostilità non sono mai cessate e non si è giunti a una risoluzione effettiva, tant’è che tra il 1999 e il 2005 si assistette a due intifade e a numerose manifestazioni pacifiche nei territori occupati per protestare contro la violazione dei diritti umani subite dalla popolazione saharawi. L’attività di negoziazione delle Nazioni Unite rimase pressoché bloccata dal giugno 2004, in seguito alle dimissioni di Baker, fino a novembre 2018, anno in cui venne finalmente presentata al Consiglio di Sicurezza la Risoluzione n° 2440

Tale documento autorizzava da un lato un prolungamento della Minurso di ulteriori 6 mesi, fino ad aprile 2019, e dall’altro faceva pressione affiché il Fronte Polisario e il Marocco intraprendessero negoziati diretti. Nonostante gli sforzi dell’inviato speciale per le Nazioni Unite Horst Kohler, non è stato possibile traghettare i negoziati verso l’auspicata “svolta diplomatica”.

Violazioni dei diritti umani e migrazioni forzate

L’incertezza e la forte ambiguità circa l’applicazione del diritto di autodeterminazione dei popoli nel territorio del Sahara occidentale e dei campi profughi si riflette nella più generale tutela dei diritti umani. Se infatti formalmente il governo marocchino sembrerebbe aver fatto dei passi avanti nell’applicazione dei diritti universali, recenti studi dimostrano che arresti arbitrari, torture e sparizioni a danno di oppositori politici saharawi siano continuati ben oltre gli anni ’80. 

Al contempo, l’ambiguo status del Rasd, considerato uno Stato da taluni, un non-stato da altri, ha portato la Commissione dei diritti umani dell’Onu a non ritenerlo vincolato al rispetto del diritto internazionaleIn tale contesto, diversi report indicano una reiterata condizione di violazione dei diritti umani in Sahara occidentale, prevalentemente a danno di saharawi che vengono arbitrariamente arrestati e talvolta torturati. Non diversamente, nel campo profughi si registrano casi di repressione politica e sembrerebbe essere ancora presente il fenomeno della schiavitù.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) stima che il numero dei rifugiati nei campi vada dalle 90.000 alle 125.000 persone, mentre sin dagli anni ‘80 sono stati rilevati costanti flussi migratori in uscita dalla regione. Fra le questioni della migrazione figura principalmente la questione ambientale, legata ai cambiamenti climatici e alle problematiche igienico-sanitarie che ne derivano. A oggi, la pandemia di Covid-19 ha esacerbato le condizioni in cui versa la fragile economia della zona, basata sull’allevamento, ma soprattutto sulla fornitura di aiuti umanitari inviati principalmente dall’Unhcr e da numerose organizzazioni non governative, fondamentali per la sopravvivenza in un territorio così inospitale.

Il conflitto oggi

Il 2019 doveva costituire l’anno della speranza per il popolo saharawi di risolvere il conflitto. Dopo un’intensa mediazione che ha riacceso la speranza di pace nel Sahara occidentale, il processo di insediamento delle Nazioni Unite è stato bloccato nel 2019 dalle dimissioni di Horst Koehler.

Benché il mandato della missione Minurso sia stato esteso di un ulteriore anno, secondo quanto dichiarato dall’Onu lo scorso 31 ottobre, non vi è ancora stata alcuna sostanziale svolta diplomatica e la situazione di instabilità continua a perdurare 

Nelle ultime tre settimane infatti, la regione è stata testimone di nuove tensioni dopo che, il 21 ottobre, gruppi armati fedeli al Fronte Polisario hanno chiuso il valico di frontiera tra Marocco e Mauritania e si sono infiltrati nell’area di El Guerguerat, ostacolando la circolazione di persone e merci. Per Rabat, tali azioni costituiscono una minaccia alla stabilità dell’area. Dopo anni di cessate il fuoco, il 13 novembre l’esercito marocchino ha lanciato un’operazione militare nell’area penetrando nella zona cuscinetto di El Guerguerat, per interrompere il blocco al traffico che da quasi tre settimane è stato imposto dai manifestanti saharawi

L’opinione pubblica spesso si riferisce alla questione del popolo saharawi come ad un conflitto “dimenticato”, evidenziando come questo non sia un tema di particolare interesse internazionale. Di contro, la questione del Sahara occidentale rimane da più di quarant’anni una ferita aperta che rischia sempre più di dimostrare l’incapacità del sistema internazionale di trovare soluzioni praticabili e disinnescare così la crisi. Nel breve periodo, le recenti tensioni potrebbero provocare nel Fronte Polisario e nel popolo saharawi un nuovo moto di ribellione (non si esclude un ritorno alla lotta armata), minando gli sforzi profusi, fino a questo momento, a livello internazionale. 

* Carri armati del Fronte Polisario impiegati nel conflitto del Sahara occidentale [crediti foto: SODiwane/CC BY-SA 4.0]
Anthea Favoriti
Nata nelle Marche, cresciuta in Toscana, adottata da Roma. Ho studiato Lingue Orientali (arabo e persiano) presso l’Università Sapienza di Roma e MENA Politics poi presso l’Università degli Studi di Torino. Amante dei viaggi in solitaria e dei soggiorni all’estero, passo il tempo libero a organizzare possibili itinerari e a collezionare mappe.

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