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Gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso: effetti e reazioni

Tempo di lettura stimato: 8 min.

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Lo scontro che prosegue da mesi tra Israele e Hamas non è limitato all’ormai devastata Gaza, ma coinvolge attori regionali quali gli Houthi dello Yemen. Il recente attacco contro una nave britannica è solo l’ultimo di una serie di azioni da parte degli Houthi nel Mar Rosso che hanno inficiato negativamente sul commercio e sull’economia globali.

Chi sono gli Houthi?

Gli Houthi sono un gruppo politico e militare sciita zaydita (una variante dell’islam sciita) formatosi negli Novanta nel nord dello Yemen. Nati  come risposta alla crescente influenza dell’Arabia Saudita sullo Yemen, le loro motivazioni ideologiche spaziano dall’opposizione agli Stati Uniti alla lotta contro la corruzione governativa. Il gruppo ufficialmente si chiama Ansar Allah (Difensori di Dio), il nome Houthi proviene dal loro fondatore, Hussein al-Houthi. 

Hanno partecipato alla rivolta yemenita del 2011, espandendo successivamente la loro influenza fino a conquistare la capitale Sanaa nel 2015. Durante questo periodo il gruppo ha ingaggiato, con il sostegno dell’Iran, un conflitto contro l’Arabia Saudita. Le ostilità hanno causato una gravissima crisi nel paese dove quasi 20 milioni di persone hanno ancora  bisogno di aiuti umanitari.

Gli Houthi attualmente controllano il nord, la costa ovest e i principali centri abitati dello Yemen. Il Paese rimane frammentato tra Houthi, il governo ufficiale riconosciuto a livello internazionale, movimenti estremisti islamici e il Consiglio di Transizione del Sud. 

La situazione attuale in Yemen, con il territorio controllato dagli Houthi in verde e quello controllato dal governo riconosciuto internazionalmente in rosso [crediti foto Ali Zifan, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0 DEED]

Da chi sono supportati?

Gli Houthi possono essere considerati affiliati all’Iran, come Hezbollah in Libano o il governo siriano, ma sembrano essere più autonomi. Il gruppo yemenita, infatti, è economicamente autonomo dalla Repubblica Islamica, oltre a perseguire una propria agenda politica e con un’organizzazione gerarchica distinta. 

Gli Houthi agiscono come un proxy iraniano, ma la relazione sembra talvolta essere di convenienza per contrastare Israele e Arabia Saudita, oltre che per mantenere un punto di entrata per le armi che dall’Iran raggiungono le milizie sotto il suo diretto controllo. Gli Houthi danno la possibilità all’Iran di essere direttamente a ridosso del territorio saudita e di controllare lo stretto di Bab-el-Mandeb tra Mar Rosso e Oceano Indiano, un corridoio fondamentale per il trasporto degli idrocarburi mediorientali e per il commercio marittimo dall’Asia. 

L’Iran nega di fornire armi o altri equipaggiamenti agli Houthi e di sostenerli solo politicamente. Ciononostante vi sono prove di un diretto coinvolgimento iraniano nella fornitura di missili e droni.

Cosa stanno facendo gli Houthi nel Mar Rosso?

In risposta alla guerra nella Striscia di Gaza scaturita dagli attacchi del 7 ottobre 2023 contro Israele da parte di Hamas, gli Houthi si sono schierati a supporto di quest’ultimo. La strategia degli Houthi prevede di colpire direttamente Israele, oltre a voler impedire la normale navigazione nel Mar Rosso fino alla cessazione da parte israeliana delle ostilità a Gaza.

Il 19 novembre 2023 hanno dirottato la nave Galaxy Leader, di proprietà della Nippon Yusen e della Ray Shipping, compagnia in parte controllata dall’imprenditore israeliano Abraham Ungar. Proprio la parziale proprietà israeliana della nave ha portato gli Houthi a dirottarla e a tenere i 25 membri dell’equipaggio tuttora in ostaggio.

Oltre alla Galaxy Leader gli Houthi hanno attaccato finora altre 29 navi, impiegando droni e missili, affermando di avere come obiettivi navi di proprietà israeliana o dirette verso porti israeliani. Tuttavia diverse navi oggetto di attacchi non avevano alcun legame con Israele. Sono state prese di mira navi di oltre dodici Paesi. Una di queste, la MV Star Iris, era di proprietà greca e diretta verso l’Iran con un carico di mais dal Brasile. 

Che impatto hanno questi attacchi sul commercio marittimo?

Transitare per lo stretto di Bab-el-Mandeb, la via più veloce per raggiungere l’Europa dall’Asia passando per il Canale di Suez, risulta attualmente molto pericoloso. Centinaia di navi hanno deciso di evitare la rotta e di circumnavigare l’Africa, allungando il viaggio e facendo aumentare i costi.

I costi del trasporto marittimo sono aumentati da metà dicembre 2023, triplicando per la rotta tra Asia ed Europa e raddoppiando per quella tra l’Asia e la costa est degli Stati Uniti. Gli armatori che usano ancora la rotta del Mar Rosso hanno visto un forte aumento del costo delle assicurazioni. Compagnie quali Maersk, Hapag-Lloyd ed Evergreen hanno deciso di sospendere momentaneamente la navigazione nel Mar Rosso. 

La nave Laust della compagnia danese Maersk, tra le più importanti al mondo, la quale deciso di sospendere la navigazione delle sue navi nel Mar Rosso [crediti foto Bernard Spragg, via Flickr, CC0 1.0 DEED]

L’aumento di costi e i ritardi nelle spedizioni causati dagli Houthi rischiano di produrre non tanto rincari per i consumatori, ma di inficiare profondamente sulle recenti dinamiche deflazioniste. Finora l’Europa risulta essere il continente più colpito, ma anche l’Egitto ha visto diminuire gli introiti dei pedaggi raccolti dal transito per il Canale di Suez. 

La posizione della Cina, fortemente dipendente dal commercio marittimo, rimane una questione importante. Quest’ultima ha fatto pressione sull’Iran, ma finora solo per proteggere le proprie navi. 

La risposta offensiva statunitense

Le risposte occidentali alla minaccia Houthi si sono dimostrate finora contrastanti negli intenti e poco efficaci. Gli Stati Uniti, con l’obiettivo di proteggere il commercio nel Mar Rosso dagli Houthi e forti del loro storico coinvolgimento nell’area, hanno costituito sotto la loro egida l’Operazione Prosperity Guardian. Annunciata il 18 dicembre dal segretario alla difesa Lloyd Austin, si propone di intensificare la presenza (già ampia) degli Stati Uniti nell’area con il dispiegamento di forze alleate da più di 20 paesi, tra i quali 10 hanno scelto di restare anonimi.

Coerentemente con l’operato degli Stati Uniti nella regione, la missione vuole non solo difendere il libero commercio attraverso lo stretto di Bab-el-Mandeb, ma si riserva di poter intervenire militarmente via terra con ritorsioni contro gli Houthi nel conflitto civile in corso in Yemen da oltre nove anni. Se gli Stati Uniti avevano già colpito con attacchi aerei milizie alleate dell’esercito iraniano in Siria a partire dal 17 ottobre dello scorso anno, fino alla firma dell’accordo Biden aveva preferito non optare per soluzioni simili in Yemen, dati i progressi verso la pace nelle trattative con la coalizione Saudita nei mesi precedenti al 7 ottobre. Tuttavia, l’esplosione del conflitto israelo-palestinese ha rappresentato l’ennesimo passo indietro verso la pace in una delle proxy wars più sanguinose al mondo, a seguito di una serie di progressi istituzionali come il Presidential Leadership Council istituito dai sauditi nel 2022.  

Sul fronte diplomatico, gli stati coinvolti in Prosperity Guardian sono riusciti a far approvare il 10 gennaio una mozione del Consiglio di Sicurezza ONU in tutela del libero commercio, a cui è seguito il più violento attacco Houthi degli ultimi mesi e una seguente rappresaglia a guida USA-UK contro contro 28 obiettivi di terra in Yemen. È chiaro come l’operazione Prosperity Guardian abbia spinto i due schieramenti a radicalizzare le loro posizioni: gli Stati Uniti hanno interpretato le azioni degli Houthi come la dimostrazione di un coinvolgimento iraniano in chiave anti-occidentale negli attacchi, mentre i ribelli yemeniti vedono l’operazione come l’ennesimo tentativo di interferire nel conflitto locale. 

L’approccio difensivo dei paesi europei a trazione italiana

L’inefficacia di Prosperity Guardian ha portato le nazioni europee a distaccarsi gradualmente e ad adottare un approccio differente: in un primo momento, l’UE ha optato per la solidificazione dell’Operazione Atalanta, prima storica missione navale comunitaria con l’obiettivo di contrastare la minaccia della pirateria nel corno d’Africa in tutela del libero commercio. Recentemente, il 19 febbraio è arrivata l’approvazione del Consiglio agli Affari Esteri UE dell’operazione Aspides sotto il comando operativo dell’aeronautica italiana e del contrammiraglio Costantino, mentre le decisioni strategiche rimarranno in ultima analisi a Bruxelles. 

Si conosce ancora poco relativamente ai dettagli della missione: il quartier generale si troverà nella città greca di Larissa e l’operazione potrà contare sull’immediata partecipazione del cacciatorpediniere Caio Duilio, oltre che di una fregata tedesca e di navi belghe e francesi. L’approccio appare chiaro: l’operazione coprirà un’ampia area geografica che va dal corno d’Africa allo stretto di Bab-el-Mandeb e sarà completamente dissociata dal conflitto di terra in corso in Yemen. Al contrario di Prosperity Guardian, Aspides verterà alla difesa degli interessi dei consumatori e delle navi europee, piuttosto che all’istituzione di un’area di influenza comunitaria nella regione. Si escludono dunque interventi di terra, anche per incentivare una futura partecipazione di paesi arabi moderati nel progetto. 

Il cacciatorpediniere italiano Caio Duilio, alla guida della missione Aspides. [crediti foto Causa83, CC BY-SA 3.0 DEED, via Wikimedia Commons]

Le risposte degli Houthi e i possibili scenari futuri 

L’operazione Prosperity Guardian ha suscitato la preoccupazione della maggior parte degli analisti regionali e degli economisti. L’approccio degli Stati Uniti e del Regno Unito ha messo in luce la debolezza degli Houthi nella gestione interna dei territori controllati in Yemen, alimentando il loro principale meccanismo di difesa, ovverosia gli attacchi al di fuori dai confini nazionali. La minaccia di espansione del conflitto da scontro civile a guerra regionale diventa, così, sempre più pressante. 

Gli effetti sugli equilibri mondiali e il commercio internazionale sarebbero di portata inimmaginabile, dato il coinvolgimento di Arabia Saudita ed Iran, il volume delle importazioni che passano dallo stretto di Bab-el-Mandeb ed i rincari nel prezzo del greggio, che riporterebbero l’inflazione occidentale vicina alla doppia cifra. Biden, consapevole che questi rischi potrebbero costargli la rielezione, ha optato fino ad ora per una strategia assertiva ma accondiscendente, mostrandosi disponibile a discutere la legittimità degli Houthi come forza governativa in Yemen, ma condannando fermamente il loro operato nello stretto. Ciò, tuttavia, ha ottenuto un effetto contrario, legittimando ancor più gli attacchi dei ribelli. 

La scappatoia da questa dinamica intricata potrebbe essere rappresentata dalla stessa operazione Aspides: un suo eventuale successo, garantito dalla partecipazione delle potenze regionali (Arabia Saudita in primis), potrebbe spingere gli Stati Uniti ad accodarsi al progetto e a perseguire una politica di influenza nell’area tornando a dirigere le discussioni di pace tra la coalizione Saudita e gli Houthi, piuttosto che attraverso interventi di terra. In ogni scenario futuro, la stabilizzazione dell’area passa attraverso il destino non solo del conflitto israelo-palestinese, ma anche e soprattutto dalla guerra civile in Yemen.

*Un marinaio americano a bordo della USS Jason Dunham nello stretto di Bab-el-Mandeb nel 2018 [crediti foto U.S. Department of Defense Current Photos, via Flickr, PDM 1.0 DEED]

Analisi a cura di Lorenzo Pellegrini e Matteo Bertasio

 

Redazione
Orizzonti Politici è un think tank di studenti e giovani professionisti che condividono la passione per la politica e l’economia. Il nostro desiderio è quello di trasmettere le conoscenze apprese sui banchi universitari e in ambito professionale, per contribuire al processo di costruzione dell’opinione pubblica e di policy-making nel nostro Paese.

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