Europa

L’UE nel conflitto del Nagorno Karabakh

Le relazioni della Russia con la Bielorussia e nel Caucaso, cruciali per la stabilità dei confini

Covata tra le valli del Caucaso meridionale, la miccia del conflitto nel Nagorno-Karabakh si è nuovamente accesa lo scorso settembre: nel corso di scontri a fuoco e ingenti bombardamenti, i militari armeni e azeri si sono confrontati per il controllo dell’isolata regione di confine, teatro di guerra per più di quarant’anni. La reazione europea e gli attori internazionali coinvolti nella conflitto dimostrano come gli interessi per il Nagorno-Karabakh siano mutati con l’evoluzione del quadro geopolitico mondiale, evidenziando il maggiore coinvolgimento dell’UE. 

Il contesto storico del conflitto

Le tensioni nel Nagorno-Karabakh sono da considerarsi come un corollario del crollo dell’Unione Sovietica: tra il 1988 e il 1994 infatti, le neonate Repubbliche di Armenia e dell’Azerbaigian combatterono una serie di estenuanti battaglie per la regione montuosa controllata fino a quel momento dal regime sovietico. La coesistenza dell’etnia azera e armena, non problematica fino a quel momento, divenne il motivo della guerra che si concluse con il controllo armeno di ampie porzioni di territorio e che costrinse all’esodo di massa gran parte della popolazione azera. Il conflitto si stabilizzò per una trentina d’anni con l’istituzione di uno Stato di fatto indipendente e sotto il controllo dell’etnia armena, fino a che l’Azerbaigian non promosse un’offensiva militare nel 2020 che ridusse notevolmente i territori controllati dall’Armenia. 

L’influenza russa nella regione è servita a garantire un contesto comune in cui poter gestire le fasi successive al conflitto: con l’accordo di cessate il fuoco mediato da Mosca e la sorveglianza da parte delle forze di pace russe dell’unica strada che collega l’Armenia alla sua exclave, tra il 2020 e il 2023 si raggiunse un pacifico equilibrio. Poiché la capacità russa di mantenere lo status quo si è ridotta notevolmente con lo scoppio della guerra in Ucraina, l’Azerbaigian si è mosso per assumere il controllo della regione tramite azioni di disturbo lungo la sola via, il Corridoio di Lachin. La situazione è precipitata il 18 settembre 2023, quando il governo di Baku ha annunciato che le sue forze armate sarebbero state impegnate in “attività antiterroristiche locali” all’interno del Nagorno-Karabakh. La ridotta presenza della Russia nel contesto del Caucaso meridionale ha provocato un’esacerbazione delle tensioni politiche e ha spinto altri attori internazionali a cercare di riempirne il vuoto: all’interno di questo contesto è bene porre attenzione sull’azione dell’Unione Europea, sempre più coinvolta nelle vicende del conflitto del Nagorno Karabakh. 

L’importanza strategica per l’UE del Nagorno Karabakh

Il coinvolgimento europeo nella regione non è successivo al rinnovamento delle tensioni, bensì, il contenimento del conflitto promosso dall’UE è da leggere all’interno della rilevanza strategica del Caucaso meridionale. Il 18 luglio 2022, infatti, l’Unione Europea e l’Azerbaigian hanno firmato un Memorandum d’intesa su un partenariato strategico nel campo dell’energia, che include l’impegno a raddoppiare la capacità del gasdotto del Corridoio meridionale, portandola a oltre 20 miliardi di metri cubi all’anno verso l’UE entro il 2027. L’Azerbaigian ha già aumentato le forniture all’UE, passando dagli 8,1 miliardi di metri cubi nel 2021 a 12 miliardi di metri cubi nel 2022, nell’ambito del progressivo decoupling dagli approvvigionamenti russi. Contemporaneamente, l’Unione Europea ha approfondito i legami con l’Armenia a seguito della sigla dell’Accordo di Partenariato Globale e Rafforzato (CEPA), firmato nel novembre 2017 e revisionato nel 2021. Il Partenariato riflette il crescente peso del commercio tra i due Paesi: l’UE è infatti il secondo mercato di esportazione dell’Armenia, e rappresenta circa il 16% del commercio totale dell’Armenia nel 2022.

La necessità di un contesto pacifico non è solo auspicabile da un punto di vista umanitario, ma anche in vista degli investimenti economici intrapresi dall’UE: proprio per evitare un’escalation, l’Unione Europea si è impegnata per rafforzare gli sforzi diplomatici, riempiendo lo spazio fino a questo momento occupato dalla Russia. 

La posizione dell’UE nel conflitto

A seguito della guerra nel 2020, la mediazione dell’UE, integrata dai colloqui con gli Stati Uniti, aveva portato ad un piano di negoziati a lungo termine concordato nel maggio del 2023, dove il ruolo di Mosca come mediatore principale nel conflitto è stato gradualmente assunto dall’UE. Nell’ottobre 2022, ai margini della prima riunione della Comunità politica europea (CPE) tenutasi a Praga, il Presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, il Primo Ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, Charles Michel (Presidente del Consiglio europeo) ed Emmanuel Macron (Presidente della Repubblica francese), avevano confermato il loro impegno nella risoluzione diplomatica delle tensioni nel Caucaso meridionale. L’UE si è proposta come mediatrice anche tramite l’istituzione di una missione civile europea lungo il confine dell’Azerbaigian, che si è concretizzata nella Missione civile dell’UE in Armenia (EUMA Armenia) dispiegata a febbraio 2023. Il Cremlino ha reagito a questo cambiamento sulla scena diplomatica con un’aperta critica, ponendo di fatto fine alla sua partecipazione al Gruppo di Minsk dell’OSCE. 

L’attività diplomatica dell’Unione Europea è stata tuttavia insufficiente per garantire una prospettiva pacifica di lungo termine alla vigilia delle violenze dello scorso settembre, ed il motivo del fallimento dell’iniziativa europea può essere imputato a diversi fattori. In primo luogo, le complesse questioni regionali e l’influenza di numerosi attori esterni quali Turchia, Iran e Russia hanno certamente limitato la manovra di azione europea, riducendone la possibilità di influenzarne gli attori. Contemporaneamente però, la politica energetica europea progressivamente più dipendente dalle esportazioni azere, ha compromesso il ruolo di mediatrice dell’UE e gli obiettivi politici contrastanti hanno limitato la formulazione di una strategia complessivamente coerente. Infine, l’opacità istituzionale delle figure che dirigono l’Unione Europea nella stesura della sua politica estera, ha contribuito alla mancanza di unità che ha reso l’attività europea poco efficace.  

Futuri sviluppi per l’UE

Nonostante il coinvolgimento dell’UE non abbia portato all’interruzione del conflitto nel Caucaso meridionale, l’iniziativa nel Nagorno-Karabakh dimostra il nuovo fronte della diplomazia europea, impegnata attivamente per la promozione della pace anche all’interno dell’area storicamente di influenza russa. L’incapacità di garantire una prospettiva pacifica a lungo termine sottolinea le lacune istituzionali e politiche che l’UE dovrà colmare per potersi presentare come un attore geopolitico attivo e convincente. E, a tal fine, un costante impegno nel mantenimento del confronto diplomatico e nel suo sostegno in qualità di mediatrice, potrà favorire il futuro della politica estera europea. 

Condividi:

Post correlati