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Come l’economia spagnola sta cambiando il proprio peso specifico nell’Unione Europea

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La Spagna indica la strada verso un modello di crescita equilibrata grazie a un mercato del lavoro riformato e a un’immigrazione pianificata. E l’Italia?

Italia e Spagna sono Paesi uniti da clima mediterraneo e fascino turistico, ma in passato erano meglio noti come PIIGS – insieme a Portogallo, Grecia e Irlanda -, ovvero il lato opaco della medaglia Ue, che dall’altra risplendeva grazie a Germania, Benelux e Francia. Ebbene, complice un periodo buio innescato da crisi di governo e guerre commerciali, oggi sono proprio gli spagnoli a trainare un’economia europea che fatica sempre di più a tenere il passo dei competitors.

Questa analisi si sofferma principalmente sul recente buon operato del governo spagnolo a partire dal post Covid-19 e cerca di spiegare le differenze strutturali e operative tra Spagna e Italia, con il fine di comprendere perché questa tendenza positiva non sia stata replicata dal Bel Paese. Per prima cosa, è utile partire dai dati e dalla spiegazione del semplice modello macroeconomico di base.

Il Pil in parole semplici

Parlando di Pil, stiamo implicitamente considerando una serie di componenti: nel più semplice dei modelli macroeconomici troviamo consumo privato, spesa pubblica, investimenti ed esportazioni nette, tendenzialmente in questo ordine decrescente di magnitudine. Allo stesso modo è possibile ragionare in termini di variazione percentuale, così da avere una crescita o decrescita totale di Pil composta dalle variazioni di ogni singola componente.

Un esempio potrebbe rendere tutto ancora più chiaro: ipotizzando una spesa privata e un livello di investimenti costanti, se nel corso dell’anno corrente sono stati registrati una maggiore spesa del governo per la fornitura di servizi pubblici e un boom di esportazioni di alcuni beni a seguito di un incremento della domanda dall’estero, allora la variazione di Pil rispetto all’anno precedente sarà positiva.

I dati sulla crescita annua del Pil Spagnolo

Analizzando i dati, si può osservare la crescita percentuale annua registrata dall’economia spagnola dal post Covid-19 ad oggi, oltre alla previsione dei medesimi dati fino al 2027. Questi dati mostrano come la crescita si stia attenuando dopo il forte rialzo a seguito della pandemia. Nello specifico, la crescita reale del PIL è prevista al 2,9% nel 2025 (ben più alta rispetto alla media Ue dello 0,9%), per poi moderarsi gradualmente attorno al 2% nel prossimo biennio.

L’espansione economica sarà trainata soprattutto dai consumi privati, in aumento grazie all’incremento del potere d’acquisto, dalla solidità del mercato del lavoro e dai flussi migratori che sostengono l’occupazione, e dagli investimenti, che beneficeranno della buona salute finanziaria delle imprese e dell’attuazione del programma europeo Next Generation Eu.

Una prima ipotesi sulle motivazioni di quest’over performance è dettata dalla teoria del Catching-up, che sostiene che le economie meno sviluppate crescano più rapidamente rispetto a quelle più ricche, riducendo progressivamente il divario. Come descritto nell’introduzione, i Paesi mediterranei partivano da livelli inferiori di produttività rispetto ai membri core. Questo, se accompagnato da una buona gestione interna, permette di beneficiare maggiormente dagli shock esogeni positivi, come un miglioramento nelle tecnologie di produzione o un incremento degli investimenti esteri.

L’altro grande dettaglio che fa la differenza è che questa crescita così rapida è avvenuta dopo il Covid-19, ed in questo contesto si inserisce perfettamente la teoria sull’Hysteresis, secondo cui crisi profonde possono lasciare cicatrici permanenti, ma anche creare incentivi a riforme strutturali. A tal proposito, è utile approfondire il ruolo del governo spagnolo e di come ha reagito alla pandemia, attraverso una serie di misure efficaci e alla giusta attuazione del piano di investimenti dell’Unione Europea.

I fattori chiave della crescita spagnola e le sfide future

Il primo fattore degno di nota è la riforma del mercato del lavoro, implementata a partire dal 2022, la quale ha ridotto drasticamente la precarietà, limitando le causali per i contratti a termine, oltre ad introdurre un sistema di incentivi alle assunzioni focalizzato su categorie specifiche (disoccupati di lunga durata, donne, under 30).

Per entrare ancor più nel dettaglio, serve far riferimento al 2025 Country Report – Spain della Commissione Europea, il quale riporta il costante miglioramento del mercato del lavoro, trainato da una dinamica creazione di posti di lavoro e da una robusta crescita economica. Sebbene rimanga al di sotto della media UE, il tasso di occupazione è in aumento, mantenendo alla portata l’obiettivo nazionale del 76% entro il 2030. Tuttavia, nonostante i progressi compiuti, nel contesto dell’occupazione giovanile persistono alcune problematiche strutturali che si intrecciano con quelle del settore dell’istruzione: l’offerta formativa spesso non soddisfa pienamente le esigenze del mercato, causando disallineamenti tra competenze richieste e offerte, e quindi una farraginosa la transizione dalla scuola al mondo del lavoro.

Nel mercato del lavoro ricoprono un ruolo rilevante i cittadini di Paesi terzi, i quali hanno contribuito in modo significativo alla crescita dell’occupazione, anche se ancora sono impiegati prevalentemente in settori precari e a bassa produttività, faticando ad accedere a posti di lavoro altamente qualificati. Nell’ottica di migliorare la regolamentazione dell’immigrazione e le condizioni di lavoro dei migranti, il governo spagnolo ha adottato alcune riforme sulle politiche migratorie. Nello specifico, è stata introdotta nel maggio 2025 una riforma che istituisce nuovi percorsi di integrazione, volta alla formalizzazione dei diritti degli irregolari e l’apertura di canali legali per la migrazione lavorativa a diversi livelli di qualificazione. La loro efficacia dovrà essere valutata nel tempo, ma negli ultimi cinque anni gli immigrati in Spagna hanno già tratto importanti benefici da questa serie di provvedimenti a favore della loro inclusione.

Il confronto con l’Italia

Nonostante l’aumento del tasso di occupazione, il mercato del lavoro italiano deve far fronte a una crescita stagnante della produttività, la quale deriva da vari fattori strutturali che si autoalimentano. I problemi dell’istruzione ostacolano lo sviluppo dei talenti, lasciano insoddisfatta la domanda di lavoro qualificato e scoraggiano gli investimenti in imprese innovative. A sua volta, la prevalenza di posti di lavoro low-tech e la scarsa qualità dell’occupazione non riescono a garantire un ritorno adeguato rispetto al livello di istruzione, deprimendo la partecipazione alla forza lavoro e spingendo i giovani di talento ad emigrare. Sono queste le criticità di fondo, che in realtà riguardano l’Europa in generale.

In modo da avere un confronto con il contesto spagnolo, serve focalizzarsi sulla segmentazione del mercato del lavoro e sul contributo dell’immigrazione. Come visto, la riforma del 2022 ha dato una svolta verso la stabilizzazione dei contratti lavorativi in Spagna. Parallelamente, il 2025 Country Report – Italy della Commissione Europea, riporta come le forme contrattuali atipiche rimangono diffuse, compromettendo la sicurezza occupazionale, la stabilità dei redditi e gli investimenti da parte delle imprese nello sviluppo delle competenze dei dipendenti.

Stando ai dati, la quota di lavoratori a tempo determinato è scesa dal 16,0% nel 2023 al 14,7% nel 2024, pur rimanendo tra le più elevate nell’Unione Europea. Inoltre, i contratti a termine risultano più frequenti tra le donne, i giovani e le persone di origine straniera. A tal proposito, le persone nate in Italia con uno o entrambi i genitori nati all’estero presentano livelli di partecipazione al mercato del lavoro inferiori, con un tasso di occupazione relativamente basso e in diminuzione, pari al 56,3%. Tale dato evidenzia un divario di 11,2 punti percentuali rispetto agli autoctoni, un valore significativamente superiore alla media UE, dove lo scarto medio si attesta sui 2 punti percentuali.

Cosa può insegnare il modello spagnolo all’Italia?

La crescita spagnola trova molto probabilmente la propria forza motrice nella crisi pandemica del Covid-19 che, come sostenuto dalla teoria economica, ha creato i presupposti all’implementazione di riforme strutturali necessarie. In tal senso, il governo spagnolo ha saputo reagire prontamente con una serie di misure che stanno mostrando un effetto positivo prolungato, confermato dai dati.

Invece, in confronto all’Italia, sono stati individuati diversi possibili fattori che hanno causato la differenza tra i trend delle due economie. Potremmo parlare di hysteresis negativo? Forse la reazione alla crisi non è stata adeguatamente pianificata, ma gran parte della colpa ricade sulla lentezza della burocrazia italiana, la quale non favorisce riforme strutturali celeri.

*Immagine di copertina: [Foto di Towfiqu barbhuiya su Unsplash]
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