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India: la più grande democrazia al mondo è sempre più autoritaria

India democrazia

A Luglio, nel pieno della stagione dei monsoni, uno scandalo senza precedenti ha travolto l’India, accendendo i riflettori su una regione dimenticata dai media mainstream. Sui principali canali social indiani è circolato un video di due donne assediate da un’orda di uomini (tra le 800 e le 1000 persone). Secondo alcuni testimoni, sarebbe stata la polizia stessa ad aver consegnato le donne al gruppo. Il video proviene dal Manipur, una regione del nord-est tra Bangladesh e Myanmar, dove da almeno cinque mesi è in corso il più violento conflitto civile che l’India ricordi negli ultimi decenni. Le due donne appartengono alla minoranza cattolica dei kuki, mentre gli uomini alla maggioranza hindu dei meiteis. 

Gli episodi di tensione tra gruppi etnici e religiosi sono sempre più diffusi e violenti in molte regioni dell’India. Ciò sembra seguire un pattern preciso, cristallizzato e perfezionato negli anni, sia da parte degli alti ranghi del Bharatiya Janata Party a Nuova Delhi sia nel complesso apparato burocratico di partito che governa gli stati. L’India è la nazione (e la democrazia) più popolosa al mondo e dal 2014 è governata dal BJP, il partito nazionalista Hindu del Presidente Narendra Modi. L’uomo è costantemente etichettato come “il leader più popolare al mondo” con approval ratings che sfiorano il 70% ed è in corsa verso una terza storica rielezione nel 2024. 

Il sistema mediatico in India e il controllo del BJP

Gran parte del successo di Modi è dovuto al controllo serrato dei media e dell’informazione che è riuscito ad imporre negli anni. Il Primo Ministro viene descritto come il “padre degli indiani” e il “messia dei poveri” e controlla un apparato strabiliante e diversificato di media: dai dibattiti su Twitter e Facebook (su cui ha un totale di quasi 300 milioni di follower) ai principali canali televisivi nazionali e le stazioni radio, dove gestisce un podcast in prima persona, chiamato Mann Ki Baat, che ricorda le fireside chats di Franklin D.Roosevelt, e in cui parla, con una linea telefonica aperta, di temi cari all’elettore medio induista. La radio, in quanto mezzo di comunicazione, porta con sé la credibilità e l’autenticità del passato, ma la diffusione effettiva del suo messaggio avviene attraverso i social media.

C’è anche un lato più oscuro, tuttavia, nella strategia implementata dal BJP per controllare la comunicazione. Il panorama mediatico nazionale si concentra spesso su casi sensazionali e scandalistici, studiati appositamente per incrementare gli indici di ascolto. Le periferie sono così intenzionalmente dimenticate e raramente vengono rese note al pubblico storie che provengono da aree rurali al di fuori delle principali metropoli di Mumbai e Nuova Delhi. È proprio in queste zone dimenticate, tuttavia, che nascono e si sviluppano le tensioni etniche e religiose e dove lo stato è maggiormente assente. Temi di fondamentale importanza politica, quali lo scarso accesso all’acqua potabile e al sistema sanitario in centinaia di villaggi del nord-ovest o l’aumento drastico del lavoro e della prostituzione minorile nelle caste più basse nel periodo post-COVID non sono noti agli elettori delle città

Modi non parla delle periferie anche e soprattutto perché lì è dove si concentrano i suoi oppositori politici, principalmente di religione non induista. Secondo l’ultimo censimento nazionale, circa il 14% della popolazione indiana è di religione musulmana e il 2% di religione cristiana; i primi vivono principalmente nelle regioni del nord-ovest (Jammu e Kashmir, Uttar Pradesh) mentre i secondi costituiscono quasi il 50% della popolazione del Manipur che, come già analizzato, è diviso tra kukis e meiteis. 

Gli episodi del Manipur hanno suscitato grande scandalo e il silenzio di Modi a riguardo è risultato assordante a molti. A tre mesi di distanza dall’accaduto il primo ministro è stato forzato ad esprimersi a riguardo, attraverso brevissime dichiarazioni parlamentari di solidarietà alle vittime, non menzionando, tuttavia, l’ampio contesto del conflitto etnico nella regione che ha già mietuto 180 vittime e costretto più di 60 mila kukis ad emigrare. Dall’inizio degli scontri, infatti, per ragioni di sicurezza l’amministrazione locale guidata dal BJP ha imposto un internet shutdown sull’intera regione che ha soppresso ogni copertura mediatica degli accaduti, spingendo di conseguenza giovani freelancer, specialmente donne, a documentare attraverso mezzi alternativi le violenze.

La repressione mediatica in India: in che modo gli scontri religiosi avvantaggiano Modi

La limitazione all’accesso ad internet negli stati periferici è lo strumento più oppressivo di controllo della comunicazione del BJP e viene utilizzato sempre più frequentemente dai governi locali. L’ondata di censura ha avuto inizio il 5 agosto 2019, quando il parlamento indiano ha revocato con la maggioranza di due terzi dell’assemblea l’Articolo 370 della Costituzione. La norma garantiva un governo de facto autonomo alle regioni confinanti con la Cina del Kashmir e Jammu ed era resistita persino alla guerra sino-indiana combattuta nel 1972 per il controllo dell’area che ne ha ridefinito i confini. 

Le due regioni, con il Reorganization act, sono state accorpate in un unico stato federato e separate dal Ladakh, un territorio più a nord conteso tra India, Cina e Pakistan. La riorganizzazione segue chiari fini politici di assoggettare la minoranza islamica ad un miglior controllo delle autorità locali ed ha suscitato l’ira dei residenti musulmani, che sono scesi in piazza in protesta contro il BJP.

Secondo Human Rights Watch, tra il 2020 e il 2022 sono stati imposti 127 shutdown in India, incluso un blackout del 4G nel Jammu e Kashmir durato un anno e mezzo. I filmati trapelati dalla regione, tuttavia, mostrano scene sempre più violente di scontri tra militanti musulmani e induisti, che si sono radicalizzati in concomitanza del picco dell’ondata di COVID. 

Tra i temi più ricercati su Youtube India sono emersi video di rapimenti e linciaggi di gruppo di credenti musulmani da parte dei cosiddetti Hindu vigilantes, discorsi di monaci induisti che condannavano alla dannazione i credenti che si fossero macchiati di sposare uomini o donne di religione islamica, e un discorso del segretario del partito di estrema destra, Hindu Mahasabha, che inneggiava apertamente al genocidio dei musulmani nel nord-ovest: “Se noi [hindu] diventeremo soldati e uccideremo due milioni di musulmani, allora saremo vittoriosi”. 

La frangia estremista del movimento politico induista – seguace dell’ideologia Hindutva, che professa la superiorità degli Hindu su territorio indiano – è diventata sempre più popolare da quando i media hanno iniziato a diffondere ossessivamente la teoria del complotto Love Jihad, secondo la quale sarebbe in atto da tempo un processo di conversione occulto da parte dei musulmani residenti in India con l’obiettivo di abbattere la maggioranza induista nel paese e costituire un califfato indiano negli anni avvenire. 

Nonostante Modi e il BJP si siano più volte dissociati dalle violenze dei militanti, la carriera politica del Primo Ministro è segnata dall’attivismo Hindutva dai tempi del suo primo incarico come Ministro capo del Gujarat durante gli scontri del 2002, che hanno causato la morte di quasi 800 musulmani. Anche in quel frangente il primo Ministro mantenne un profilo basso, sminuendo gli accaduti nonostante emersero negli anni successivi molteplici prove riguardo il coinvolgimento dell’esercito nel massacro. 

Il futuro dell’India: tra il deterioramento della democrazia e un’economia sempre più specializzata

La strategia coloniale del divide et impera persiste ad oggi nella politica di Modi, anche se indirettamente. Il suo avversario politico, Rahul Gandhi – che lo affronterà per la terza volta nel 2024 a capo della coalizione elettorale INDIA – sta costruendo la propria campagna sull’apparente complicità del BJP nel conflitto etnico del Manipur. I suoi sforzi hanno portato alla creazione della più grande alleanza partitica nella storia della democrazia indiana: 28 formazioni unite affronteranno il messia delle folle nell’improbabile impresa di detronarlo. La sigla della coalizione è un acronimo per Indian National Developmental Inclusive Alliance, con un chiaro riferimento al nome della nazione. Sia in ottica induista che in chiave elettorale, dunque, può essere letto il tentativo di Modi di cambiare il nome dell’India in Bharat sui documenti ufficiali del G20. 

Gli analisti regionali e i sondaggi concordano nell’indicare Modi come grande favorito per la vittoria il prossimo anno. Il primo ministro, nel suo discorso al 77esimo anniversario dell’Indipendenza dagli inglesi, ha dichiarato che il paese è in rotta per diventare la terza economia mondiale nei prossimi cinque anni. Le statistiche aggregate sulle performance indiane confermano un’ottima ripresa del Paese post-COVID e un trend macroeconomico diverso da quello delle altre nazioni “in via di sviluppo” dell’est asiatico. Piuttosto che scommettere sull’abbondanza di forza-lavoro per competere con i mercati occidentali e mantenere una politica di cambio stabile con euro e dollaro, l’India predilige una produzione orientata al mercato domestico, grandi investimenti nel settore tecnologico e una progressiva facilitazione del Foreign Direct Investment.  

L’obiettivo del governo è quello di crescere grazie l’accumulazione di capitale piuttosto che attraverso gli export, sintomo di un’economia ormai matura e pronta al “grande balzo”. 

Stati Uniti e Cina osservano con attenzione le dinamiche interne alla politica indiana. Modi mantiene un approccio amichevole con entrambe le potenze, rafforzando l’alleanza con il blocco atlantico da un lato e normalizzando le tensioni sul confine sino-indiano dall’altro. L’avvicinamento delle due più grandi economie al leader rinforza l’immagine che egli raffigura di sé ai media nazionali, contribuendo ad aumentare la sua popolarità. In un’apparente tensione tra democrazia e svolta autoritaria, la nazione più popolosa del mondo potrebbe diventare il partner più importante nel lungo termine non solo in chiave economica, ma anche geopolitica. 

*Crediti foto: Mikhail Mamontov da Pixabay.

 

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