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Le nuove frontiere del conflitto: l’information warfare

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Negli ultimi decenni, l’aumento delle tecnologie di informazione e la loro crescente presenza nella società hanno rivoluzionato non solo la comunicazione umana, ma anche la guerra: il rapido sviluppo del cyberspazio e dei dati ha portato infatti anche alla nascita di un nuovo tipo di conflitto, la “guerra dell’informazione”, più comunemente riferita col termine anglosassone information warfare. Si tratta di un argomento di crescente interesse per i governi e i policymakers, in quanto il suo utilizzo sta diventando sempre più frequente e la protezione contro l’intrusione informatica e contro le fake news è ormai diventata materia di sicurezza internazionale. L’esempio principale di questo uso è la Russia, dove le campagne di disinformazione sono utilizzate come uno strumento abbastanza efficace nel suo confronto contro l’Occidente: incapace di competere sul piano militare, la guerra dell’informazione è un mezzo per compensare la propria debolezza nei confronti della NATO.

Definizione e sicurezza nazionale

L’information warfare è un approccio militare che implica l’uso e la gestione di tecnologie dell’informazione e della comunicazione per ottenere un vantaggio rispetto ad un avversario. La US Defense System Information Agency (DISA) include tre categorie nella definizione: l’approccio offensivo consiste nel distruggere, negare o alterare l’informazione dell’avversario; l’approccio difensivo invece consiste nel salvaguardare sé stessi e i propri alleati da simili azioni. L’ultima categoria invece riguarda l’approccio definito di “sfruttamento” in quanto utilizza tempestivamente le informazioni disponibili per migliorare il proprio ciclo di decisione/azione e danneggiare quello dell’avversario. Tuttavia, nonostante la sua sempre maggiore importanza e l’aumento del dibattito pubblico, la guerra dell’informazione rimane un concetto ambiguo e vago che è stato utilizzato in una varietà di contesti. Gran parte della discussione sulla guerra dell’informazione si è concentrata principalmente sui suoi mezzi, come problemi di organizzazione e risorse, più che sulla sua portata e significato. 

I cyber attacchi tramite le tecnologie di informazione possono causare danni sul piano psicologico e politico, attraverso l’uso della propaganda e di fake news per tentare di controllare la popolazione dell’obiettivo in questione e/o fargli perdere fiducia nel proprio governo, ma possono anche aumentare la divisione tra Stati creando localismo politico e maggiore competizione e vulnerabilità internazionale. Inoltre, i cyber attacchi possono anche avvenire sotto forma di spionaggio, con lo scopo di rubare informazioni sensibili del proprio avversario.

La Russia e l’information warfare in Serbia

La Serbia, alleata storica di Mosca, è uno dei principali obiettivi delle campagne di disinformazione del Cremlino per danneggiare l’Occidente, sfruttando gli atteggiamenti anti-NATO che persistono nella regione, e alimentando tensioni etniche con lo scopo finale di garantirsi un’area di influenza, minando al contempo l’integrazione euro-atlantica dell’area. Tramite la piattaforma Sputnik, un’agenzia di stampa statale russa disponibile in diversi altri Paesi, la Russia si innalza a grande potenza economica, militare, nucleare e come “il più grande alleato dei serbi”, mentre la NATO e l’UE sono descritte come organizzazioni frammentate, decadenti e aggressive. Inoltre, le narrazioni russe spesso sottolineano la presunta inclinazione dell’Occidente a difendere i musulmani nella regione a discapito dei cristiani ortodossi, anche accusando gli Stati Uniti di promuovere tensioni etniche per destabilizzare i Balcani. Un elemento chiave per il successo di questa strategia è anche il ruolo di Mosca come protettore degli interessi della Serbia in Kosovo, mentre l’Occidente viene presentato come promotore dell’indipendenza kosovara e intento a danneggiare la Serbia.

Il contenuto condiviso da Sputnik viene spesso replicato e distribuito da più di 40 agenzie di stampa serbe, spesso senza citare la fonte, per cui è difficile per il lettore stabilire se le notizie siano state attori russi o da agenzie serbe. In aggiunta, i notiziari locali sono incentivati a replicare contenuti filorussi in quanto sono per la maggior parte delle volte distribuiti gratuitamente. Inoltre, dall’elezione a presidente Aleksandar Vučić nel 2017, i media sono diventati uno strumento nelle mani del partito di maggioranza, il Partito progressista serbo (SNS), per influenzare l’opinione pubblica non solo sul governo serbo, ma anche sui più grandi partner esteri del paese. In questo contesto, viene esercitata pressione sui media locali per coprire favorevolmente la Russia e condividere contenuti filorussi, poiché vi è una convergenza di interessi tra il partito di governo e gli obiettivi della Russia in Serbia e nei Balcani, per cui le agenzie di stampa serbe propagano storie false e fuorvianti, in linea con le narrazioni russe, emulando anche le tecniche di disinformazione dei social media russi.

L’information warfare nel contesto della guerra in Ucraina

In seguito all’invasione russa in Ucraina, i social media hanno iniziato a servire come secondo campo di battaglia, per diffondere narrazioni concorrenti sulla guerra e ritrarre il conflitto in corso nei diversi termini di tutti gli attori coinvolti. Mentre la guerra avanza sul campo militare, gli sistemi digitali sono riempiti da campagne di disinformazione. Sia la Russia che l’Ucraina utilizzano ampiamente i social media per ritrarre le loro versioni degli eventi; ovviamente, gli argomenti presentati dalle due sono diametralmente opposti: la Russia inquadra la guerra come un’”operazione militare speciale“, una misura difensiva necessaria in risposta all’espansione della NATO nell’Europa orientale. Putin descrive anche la campagna militare come un metodo necessario per porre fine a un presunto genocidio condotto dal governo ucraino contro i russofoni. Al contrario, il racconto dell’Ucraina insiste sul fatto che si tratti di una guerra di aggressione e ritrae i suoi cittadini e le forze armate come eroi che si difendono da un’invasione ingiustificata.

Tuttavia, l’information warfare della Russia in Ucraina, denominato dal Cremlino “controllo riflessivo” è iniziato ben prima dell’invasione del febbraio del 2022: infatti, i primi passi di questo tipo di conflitto risalgono al 2014, in un tentativo di portare i suoi avversari a scegliere volontariamente le azioni più vantaggiose per gli obiettivi russi, plasmando la percezione dell’avversario della situazione in Ucraina a suo favore. Mosca ha usato questa tecnica abilmente per convincere gli Stati Uniti e i suoi alleati europei a rimanere in gran parte passivi di fronte agli sforzi della Russia per smantellare l’Ucraina attraverso mezzi militari e non. Tra gli elementi chiave delle tecniche di information warfare russe in Ucraina vi sono le operazioni di negazione e di inganno per nascondere o offuscare la presenza di forze russe in Ucraina ed  il tentativo di  nascondere i veri obiettivi nel conflitto, permettendo ad altri di convincersi che gli scopi del Cremlino fossero limitati. Infine, tra le tecniche di information warfare russe, vi è anche il  dispiegamento di un vasto e complesso sistema di informazioni per plasmare la narrazione sul conflitto in Ucraina a suo favore, attraverso i social media e le agenzie di stampa.

I risultati di questa strategia sono contrastanti: la Russia ha impedito all’Occidente di intervenire materialmente in Ucraina, concedendosi il tempo di costruire ed espandere il proprio coinvolgimento militare nel conflitto. Il Cremlino ha inoltre seminato disaccordo all’interno della NATO e creato tensioni sul come rispondere: non ha, tuttavia, cambiato radicalmente le opinioni popolari riguardo le azioni della Russia in Ucraina, né tantomeno ha creato un ambiente di informazione favorevole a Mosca al di fuori delle sue aree alleate.

Il futuro della guerra?

Tramite l’esempio della Russia, si evince che l’information warfare sta emergendo sempre di più come minaccia e potenziale sfida per la sicurezza globale, specialmente se il rapporto tra informazione e potere è molto forte. Viene dunque naturale chiedersi: negli anni a venire l’information warfare espanderà la sua portata e velocità a tal punto da trasformare radicalmente il futuro del conflitto, o rimarrà solo uno dei tanti metodi per “fare la guerra”?

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