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Le proteste in Perù e la crisi sistemica della democrazia in Sudamerica

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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A dicembre dello scorso anno sono scoppiate proteste in tutto il Perù rivelando la crisi sistemica della democrazia non solo nel Paese andino ma in tutto il Sudamerica.

A un anno e mezzo dalla sua elezione il Presidente peruviano, Pedro Castillo, del partito di sinistra “Perú libre” ha gettato il Paese in una grave crisi politica. Castillo era stato eletto con un discorso incentrato sulla pericolosa eredità della dittatura di Alberto Fujimori, battendo di 44.058 voti la figlia Keiko Fujimori del partito di destra “Forza Popolare”. Il 17 dicembre del 2022, per evitare il rischio di impeachment per corruzione, il presidente ha annunciato lo scioglimento del parlamento e l’inizio di un governo di emergenza nazionale per riorganizzare il sistema giudiziario e scrivere una nuova costituzione, ma il suo disegno non ha trovato appoggio né tra i ministri del suo governo, che si sono dimessi poco dopo, né tra le varie istituzioni, che hanno hanno condannato il colpo di stato, e, soprattutto, tra le forze armate, che non lo hanno seguito. Nei giorni successivi Castillo è stato arrestato per reati contro la costituzione e la vicepresidente Dina Boluarte ha assunto la guida del Paese. 

Nel frattempo, le proteste della popolazione in sostegno di Castillo si sono diffuse in tutto il Paese così che Boluarte ha dapprima dichiarato lo stato d’emergenza nelle regioni di Apurímac, Arequipa e Ica, dove almeno sette manifestanti sono stati uccisi dalle forze dell’ordine, fino a estenderlo in tutto il Paese. Comunque, nonostante la vicepresidente abbia annunciato che convocherà nuove elezioni nell’aprile 2024 o addirittura nel 2023, senza aspettare la scadenza del suo mandato nel 2026, le proteste divampano in tutto il Paese per chiedere lo scioglimento del parlamento. 

Secondo Boluarte, il malcontento è fomentato da alcuni gruppi estremisti vicini al narcotraffico, all’attività mineraria illegale e al contrabbando, ma questo non ha fatto altro che provocare ulteriormente la rabbia dei manifestanti che reclamano le sue  dimissioni.  Il 10 gennaio, infatti, la procura del Perù ha aperto un’indagine preliminare contro Boluarte, il premier Otárola, ritenuto il principale responsabile della politica repressiva contro i manifestanti, e i ministri della difesa e della giustizia con l’accusa di genocidio, omicidio e lesioni gravi. Dall’inizio della crisi sociale, infatti, più di cinquanta persone sono morte a causa della violenza della polizia.

Democrazia, Perù, Proteste
Cerimonia di giuramento del Presidente Pedro Castillo e vicepresidente Dina Boluarte a luglio 2021 [crediti foto:Presidencia de la República del Perú, via Wikimedia, CC BY 3.0]

A sostegno di Castillo, i leader progressisti della sub regione,  il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, il leader colombiano Gustavo Petro, il boliviano Luis Arce e il presidente dell’Argentina Alberto Fernández, considerano il governo di Boluarte illegittimo. 

“Esta democracia ya no es democracia”: il fallimento della democrazia in Perù 

Il Perù non ha mai avuto una buona relazione con il sistema democratico, che non si è mai veramente consolidato negli anni. Tra i regimi autoritari di Manuel Odría nel 1948, di Velasco Alvarado che sospese la Costituzione fino al 1978, e l’ultimo di Alberto Fujimori del 1990, il Perù ha conosciuto il primo presidente appartenente alle popolazione Quechua ed eletto democraticamente soltanto nel 2001. 

Petro Castillo, spesso descritto come un maestro rurale senza esperienza politica con un forte appoggio soprattutto da parte delle popolazioni delle zone più povere e non urbane del Perù, ha appena concluso un anno di governo con cinque denunce di corruzione contro di lui, cambiando quattro gabinetti e sette ministri degli interni, e superando due tentati processi di destituzione. Già prima di Castillo, due presidenti peruviani sono stati destituiti con un impeachment per incapacità morale (un meccanismo di impeachment che dovrebbe essere usato per rimuovere i presidenti affetti da problemi psichiatrici) in un  Paese che ha visto alternarsi dieci diversi primi ministri negli ultimi tre anni, e sei Presidenti in appena sei anni. 

Nonostante ciò le proteste sono state guidate da cittadini indigeni, rurali e poveri, stanchi di quello che viene descritto come come un sistema politico disfunzionale  caratterizzato da una radicata discriminazione. Se all’inizio, la maggior parte di questi  manifestanti chiedeva di riportare Castillo al potere o di organizzare nuove elezioni il prima possibile, adesso la richiesta è più profonda: la stesura di nuova costituzione e persino la “rifondazione di una patria nuova”. L’attuale Costituzione politica del Perù, chiamata anche “Carta Magna”, infatti, è stata redatta nel 1993 dal Congresso costituente convocato dopo lo scioglimento delle due camere nell’auto-colpo di Stato del 1992,  all’inizio del governo di Alberto Fujimori per  legittimare e consolidare il governo non democratico, come avvenuto per la stesura della costituzione di Pinochet nel caso cileno. 

La democrazia in America latina non funziona

Oggi è comune affermare che l’America latina è la regione più diseguale del mondo. Nonostante la regione abbia registrato una singolare crescita economica, si tende continuamente a  riprodurre situazioni avverse per la maggior parte dei suoi abitanti e per l’insieme delle società latinoamericane. Le vicende politiche degli ultimi anni nella regione ci dimostrano che le disuguaglianze economiche si riflettono nella forte polarizzazione politica della popolazione.

Spesso il malcontento popolare ha portato a cambiamenti positivi e ha vinto nonostante la repressione dell’élite e dei militari. Un esempio sono le proteste violente in Cile nel 2019, che chiedevano maggior democrazia e una nuova costituzione, sono durate più di un anno e hanno portato all’elezione di un’assemblea costituente e un presidente molto rivoluzionario. In Colombia, l’anno scorso il malcontento e le sofferenze dei familiari delle vittime del conflitto armato, in corso da più di sessant’anni,  hanno dato il potere al primo presidente di sinistra che ha promesso la pace al Paese. Altri casi, invece, hanno dimostrato che la strada è ancora lunga, come in Brasile, dove, i primi giorni di gennaio 2023, i sostenitori dell’ex Presidente Jair Bolsonaro hanno assaltato le istituzioni democratiche. 

Democrazia, Perù, proteste

La debolezza di queste democrazie deriva da alcune caratteristiche fondamentali che le accomuna. La prima caratteristica è l’origine dei governi democratici che si sono creati in un breve lasso di tempo sotto l’influenza europea e, soprattutto, degli Stati Uniti per la fine della guerra fredda e il crollo del comunismo. Il secondo aspetto, in linea con quello precedente, è delineato dall’ufficiosa offerta di collaborazione internazionale – quindi in totale indipendenza dalle condizioni economico-sociali locali – che ha spinto la nascita delle democrazie. La terza peculiarità comune alle democrazie del Sud America è rappresentata dal fatto che queste transizioni democratiche siano iniziate con elezioni per assemblee costituenti e/o presidenziali, soddisfacendo solamente le minime condizioni discrete della formula della democrazia elettorale. Infatti, l’introduzione dello scrutinio elettorale trasparente e corretto  attraverso tecniche importate da altre democrazie (statunitense ed europee) è stato il compiacimento di una formalità che qualifica di per sé le elezioni come democratiche.  Infine, il quarto tratto comune riguarda il ruolo dei militari.  Il ritorno dei politici civili ai vertici del potere, infatti, ha spesso implicato l’uscita forzata dei militari dal gioco politico, che dopo  aver ricoperto incarichi politici elevati  sono stati obbligati a rientrare in caserma, mal tollerando le teorie sul nuovo ruolo dell’esercito e attendendo la chiamata civile per un loro intervento.

Inoltre, è importante sottolineare che molte democrazie latinoamericane si sono instaurate grazie al buon funzionamento del modello economico neoliberale. Ciò ha rafforzato il mercato come nucleo costitutivo della società civile, del privato,  indebolendo il ruolo dello Stato come attore fondamentale del pubblico, e trasformando la governance in risposte tecniche e non politiche, economiche e non sociali. La conseguenza di questo fenomeno è una forbice che si allarga: la elite che segue le regole del neoliberalismo si arricchisce sempre di più e il cittadino si impoverisce, allontanandosi dalla partecipazione politica in una democrazia che così non si espande più. 

Queste democrazie deboli, come quelle più consolidate d’Europa e Stati Uniti, stanno affrontando l’emergere di nuovi attori e forze politiche che, lontani dal modello democratico, cercano di passare a sistemi di taglio autoritario, personalista, con poteri legislativi e giudiziari senza autonomia di controllo sul governo e con spazi sempre più ristretti per l’opposizione e la libertà di espressione. L’esempio più noto è quello di Nicolas Maduro in Venezuela, così come Daniel Ortega in Nicaragua o il giovane Nayib Bukele in El Salvador

Il futuro del Perù e della democrazia della regione

Mentre lotta per controllare il paese, Boluarte ha assunto una posizione sempre più aggressiva trattando la crisi non come sfida politica, ma come minaccia alla sicurezza. Se negli ultimi anni il Perù era stato considerato la stella nascente della regione – considerando la crescita economica -, oggi l’economia all’indomani della pandemia non mantiene più i ritmi di prima e il Paese si trova in un vicolo cieco

Il 24 gennaio, mentre si svolgeva una delle più grandi manifestazioni nella capitale peruviana, Lima,  a Buenos Aires si sono riuniti tutti i Presidenti della Comunità dei Paesi Latinoamericani e Caraibici (CELAC). Il summit di quest’anno arriva in un momento in cui l’integrazione regionale è un obiettivo cruciale per molti dei leader dell’emisfero, tra cui il neoeletto presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva (Lula). L’incontro si è concluso con la “Dichiarazione di Buenos Aires” in cui i leader si impegnano a rafforzare l’integrazione regionale. La dichiarazione ha anche sottolineato l’importanza della democrazia in tutta la regione, esprimendo sostegno per i negoziati tra il governo venezuelano e la sua opposizione e chiedendo agli Stati Uniti di togliere l’embargo contro Cuba. 


*Proteste nel centro di Lima, Perù, del 12 Dicembre 2022 [crediti foto: Mayimbú, via Wikimedia, CC BY-SA 4.0]

Maddalena Fabbi
Nata a Genova nel ’98. Laureata in triennale alla statale di Milano, oggi sono studentessa double degree presso l’Università di Belgrano a Buenos Aires, Argentina. La mia ricerca di nuove esperienze mi ha portato più volte in America Latina di cui mi sono appassionata.

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