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Afghanistan: a tre anni dal ritorno dei Talebani

Lo scorso 15 agosto, i Talebani hanno celebrato il terzo anniversario della presa di Kabul con una parata militare, omaggiando il proprio arsenale ed esibendo bombe artigianali, aerei da combattimento e forze di sicurezza che hanno marciato in perfetta sincronia su un’ex base aerea statunitense.  I Talebani avevano ripreso il controllo dell’Afghanistan nel 2021, due decenni dopo essere stati estromessi da una coalizione militare guidata dagli Stati Uniti. Il Paese, che continua ad essere una zona di alta instabilità, sembra essere scivolato in fondo all’agenda della comunità internazionale, complice lo scoppio di altre rilevanti crisi in Ucraina e Medio Oriente che hanno catalizzato l’attenzione globale. 

Tuttavia, molti sono gli sviluppi riguardanti la condizione dell’Afghanistan ed il suo posizionamento internazionale a tre anni dal ritorno dei Talebani, sui quali è fondamentale fare chiarezza.

L’Afghanistan in ginocchio a tre anni dal ritorno dei talebani: crisi economica e umanitaria

A tre anni da quel 15 agosto, la situazione in Afghanistan è sempre più complessa. I Talebani esercitano un’autorità illimitata nel Paese e, in assenza di una vera costituzione, governano per decreto. Della costituzione ad interim ereditata dal passato, vengono applicate solo alcune leggi, mentre altre sono state eliminate perché non conformi alla Shari’ah. Nel corso dell’ultimo anno infatti, il regime dei Talebani si è progressivamente irrigidito, divenendo più autoritario e repressivo. Il governo è diventato via via più esclusivo, privilegiando solo i talebani pashtun del sud ed eliminando tutte le forme di opposizione politica. Il leader supremo dell’Afghanistan, Haibatullah Akhundzada, ha infatti respinto più volte il contributo di altre fazioni talebane più pragmatiche ed interessate alla collaborazione con l’Occidente. Inoltre, il regime si rifiuta di integrare nelle proprie strutture i signori della guerra afghani, i politici e tutti quegli individui associati alla sconfitta islamica dell’Afghanistan. Con un’autorità quasi assoluta, Haibatullah sta quindi mantenendo il controllo dello Stato come nessun altro era riuscito negli ultimi decenniconcentrando il potere decisionale nelle proprie mani e in quelle di pochi altri ed attuando politiche che limitano gravemente i diritti della popolazione. Repressione e discriminazioni di genere dilagano, segnando profondamente la vita pubblica afghana: le donne, così come i gruppi religiosi ed etnici minoritari, subiscono le restrizioni più severe alle loro libertà. Anche la categoria dei giornalisti è stata duramente colpita da rigide limitazioni e violenze, a causa della vasta campagna di censura promossa dai talebani.

Tutto questo si inserisce in un contesto di profonda crisi economica e umanitaria. Nonostante alcuni aspetti siano migliorati dall’ascesa al potere dei Talebani nel 2021, come la resilienza della valuta, la riduzione della corruzione e il miglioramento della riscossione delle imposte, l’economia afghana resta stagnante. Il cambio di regime ha spinto i donatori internazionali a sospendere gran parte dei finanziamenti e a congelare miliardi di dollari in beni. In cambio del rilascio dei fondi, gli Stati Uniti hanno richiesto alla Banca Centrale afghana di dimostrare la propria indipendenza dai Talebani, istituendo misure adeguate contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo. Tuttavia ad oggi, la mancata possibilità di accettare le condizioni per lo sblocco delle riserve estere impedisce alla Banca Centrale di svolgere il proprio ruolo nella distribuzione del denaro. 

La disoccupazione si aggira intorno al 20% e la Banca Mondiale prevede una crescita pari a zero nei prossimi tre anni. A farne le spese è ovviamente la popolazione afghana, che sta subendo gli effetti devastanti del collasso economico. L’aumento vertiginoso dei prezzi alimentari e la significativa mancanza di opportunità di reddito per milioni di persone sono ulteriormente aggravati dagli effetti del cambiamento climatico, che hanno innescato un ciclo incessante di siccità e disastri naturali: secondo UNICEF, 23.7 milioni di persone necessitano urgentemente di supporto umanitario.

Afghanistan dal ritorno dei Talebani: a rimetterci sono i diritti delle donne

Il 21 agosto 2024, Hibatullah Akhundzada ha emanato una nuova legge liberticida. La “Legge sulla Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio” specifica una serie di atti e comportamenti che lo Stato ritiene obbligatori o proibiti per i cittadini afghani. Questa nuova normativa rafforza ulteriormente la già oppressiva presa dei Talebani sulla vita degli afghani, estendendo e consolidando politiche discriminatorie esistenti, come il codice di abbigliamento obbligatorio, l’obbligo per le donne di avere un tutore maschile (mahram) e la segregazione tra uomini e donne negli spazi pubblici. Inoltre, introduce misure ancora più repressive, ad esempio le donne non possono cantare o parlare fuori casa. La legge criminalizza e perseguita anche le persone LGBTQ+ e limita i diritti delle minoranze religiose, vietando cerimonie “non islamiche” e proibendo l’associazione o l’assistenza ai “non credenti”.

I controllori della morale dei Talebani, grazie a questa legge, hanno ora maggiore autorità per arrestare e punire arbitrariamente gli individui per i cosiddetti “crimini morali”, basandosi solo su sospetti, senza bisogno di prove o processi equi. Non solo: i cittadini comuni sono incoraggiati a denunciare le trasgressioni. La legge intensifica quindi il già diffuso clima di paura e sorveglianza nella società afghana.

Lo scorso 23 settembre, le Nazioni Unite hanno organizzato un evento in collaborazione con il Women’s Forum on Afghanistan, che lavora per garantire che le donne afghane siano incluse in qualsiasi dialogo e processo decisionale internazionale riguardante il futuro del proprio Paese, per esprimere la profonda preoccupazione sulla vicenda. All’evento ha partecipato anche l’attrice Meryl Streep, che ha evidenziato le dure restrizioni a cui sono sottoposte le donne afghane, affermando che persino gli animali godono di maggiore libertà: “un uccello può cantare a Kabul, ma una ragazza no”.

Non si è fatta attendere la reazione di Germania, Australia, Canada e Paesi Bassi che, nella stessa occasione, hanno accusato il gruppo islamista radicale di violare la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW), ratificata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1979 ed entrata in vigore nel 1981. Gli Stati hanno dichiarato di voler avviare procedimenti legali che potrebbero portare ad un’azione presso la Corte Internazionale di Giustizia contro l’Afghanistan. Questa sarebbe la prima volta che un processo viene avviato specificamente per discriminazione di genere. 

La divisa comunità internazionale: diritti umani al primo posto? 

Anche se nessun Paese al mondo ha ancora riconosciuto formalmente il governo talebano in Afghanistan, diversi sono gli approcci adottati dalla comunità internazionale, distinguibili lungo due macro linee principali. 

Il primo gruppo, formato da Stati come Francia, Regno Unito, Stati Uniti, sostiene che i Talebani debbano rispettare le norme imposte dagli altri stati se desiderano ottenere il riconoscimento internazionale, ricevere aiuti economici e contribuire allo sviluppo della comunità internazionale. I Paesi appartenenti a questo gruppo sono favorevoli a mantenere una certa pressione sui Talebani, soprattutto in risposta alle politiche e pratiche che violano i diritti di donne e minoranze. 

Il secondo gruppo, al contrario, composto da Paesi come Cina e Russia, ritiene che la comunità internazionale debba preferire il dialogo e la cooperazione nei confronti dell’Afghanistan, senza prendere necessariamente misure in risposta a questioni relative ai diritti umani. 

Lo scorso gennaio, dopo oltre due anni di negoziati, la Cina ha riconosciuto Bilal Karimi, ex portavoce dei Talebani, come inviato ufficiale a Pechino, diventando il primo governo al mondo a farlo dal 2021. La partnership tra i due Paesi ha dato nuovo slancio ad un progetto congiunto che, dopo 16 anni di ritardi, mira all’avviamento di estrazione del rame, una risorsa abbondante in Afghanistan. La Russia, dal canto suo, ha invitato i leader Talebani a partecipare al forum economico tenutosi lo scorso giugno a San Pietroburgo ed i Ministeri degli Esteri e della Giustizia russi hanno recentemente presentato una proposta formale al Presidente Vladimir Putin per rimuovere i Talebani dalla lista delle organizzazioni terroristiche designate della Russia.

È possibile convivere con i Talebani? 

A tre anni dal ritorno al potere dei Talebani, il destino dell’Afghanistan è sempre più saldo nelle loro mani. Non sarà facile cambiare la rotta del Paese, viste le diverse strategie internazionali e l’impossibilità di influenzare dall’esterno le politiche di Kabul. Tuttavia, gli Stati democratici del mondo riconoscono l’importanza di continuare a promuovere i diritti delle donne e delle minoranze e di ripristinare reti di assistenza locali. Per far ciò sarà necessario trovare soluzioni per colmare il vuoto creato dai tagli agli aiuti internazionali che, secondo un report dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari dello scorso giugno, ha lasciato le risposte umanitarie del Paese finanziate solo del 20%. Tuttavia, trovare una via di comunicazione che permetta l’invio di aiuti umanitari, pur opponendosi alle riforme repressive dei Talebani, non sarà facile. 

*Talebani durante la parata militare in onore del terzo anniversario della presa di potere in Afghanistan [crediti foto: Mohammad Faisal Naweed, via gettyimages]

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