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La Serbia sempre più lontana dall’UE?

Manifestanti in strada con bandiere della Serbia. Fonte: Il Sole 24 Ore (5 aprile 2025)

Da mesi, la Serbia è attraversata da massicce proteste antigovernative. Guidati dagli studenti, i cittadini serbi denunciano la corruzione e la svolta autoritaria del Paese sotto il governo del Presidente Aleksandar Vučić. In questo momento di instabilità politica, il futuro del paese balcanico sembra essere in dubbio, e con esso il ruolo in Europa.

Nonostante la Serbia abbia avviato il percorso di adesione all’Unione Europea più di vent’anni fa, i rapporti con Bruxelles sono ancora complicati. Le diverse traiettorie sulla politica estera unite alle derive autoritarie del governo di Vučić e agli interessi di altri attori internazionali, sembrano rallentare ulteriormente il processo d’integrazione.

Contro corruzione e un regime autoritario

Il crollo di una tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad, la seconda città del paese, avvenuto il 1° novembre, ha dato il via a un lungo ciclo di proteste. Le manifestazioni sono cominciate dopo il crollo improvviso della tettoia, che ha causato 16 vittime. La stazione era stata ristrutturata due volte negli ultimi anni, con costosi lavori affidati ad aziende cinesi.

Da quel momento, gli studenti hanno guidato proteste quotidiane. Al grido di “un crimine, non una tragedia”, migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere l’arresto dei funzionari responsabili e maggiore trasparenza sull’accaduto. La mobilitazione contro il governo e la corruzione sono proseguite per mesi, culminando il 15 marzo con oltre 325mila persone riunite a Belgrado, nella più grande manifestazione della storia recente del paese

I manifestanti criticano il governo autoritario del presidente nazionalista Aleksandar Vučić. In risposta, Vučić ha attaccato i manifestanti (arrivando persino ad utilizzare un’arma sonica), accusandoli di essere parte di un piano dell’Occidente per far crollare il paese.

Leader del Partito Progressista Serbo, Vučić è al potere da 11 anni, prima come primo ministro e poi come presidente, indebolendo progressivamente la democrazia. I principali media sono sotto controllo governativo: le notizie nei canali televisivi vengono censurate e filtrate. Lo scorso anno, il Parlamento Europeo ha dichiarato irregolari le elezioni parlamentari e locali del dicembre 2023, condannando i brogli, la mancata segretezza e voti di gruppo.

La reazione dell’UE alla mobilitazione è stata contenuta. Dopo un lungo silenzio, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha incontrato Vučić. L’incontro si è concluso con un tweet ribadendo che il paese balcanico deve realizzare le riforme europee, in particolare riguardo libertà dei media, lotta alla corruzione e riforma elettorale.

Un percorso europeo accidentato

Il percorso di integrazione europea della Serbia è stato travagliato. Dopo le guerre jugoslave, culminate con i bombardamenti NATO su Belgrado e la caduta del regime di Milošević, i paesi dei Balcani occidentali hanno avviato un processso di riforme economiche, istituzionali e politiche per avvicinarsi all’Europa centrale e occidentale. La giovane UE, da tempo interessata ad allargarsi verso est, al termine dei conflitti alla fine degli anni ‘90 ha avviato un dialogo con i paesi balcanici con l’obiettivo di stabilizzare la regione ed evitare nuovi conflitti.

I negoziati con la Serbia per un Accordo di Stabilizzazione e Associazione (ASA) iniziano nel 2005, quando il paese era ancora confederato con il Montenegro, che diventerà indipendente in seguito a un referendum nel 2006. La Serbia ha poi proseguito da sola le trattative con Bruxelles, firmando l’Accordo nel 2008. Nel 2009 ha presentato la domanda di adesione e nel 2012 ha ottenuto lo status ufficiale di paese candidato.

Per diventare Stato membro, il paese candidato deve soddisfare i “criteri di Copenhagen”, requisiti politici, economici e istituzionali, ed adottare l’acquis communautaire, ossia l’insieme di diritti e obblighi comuni che costituiscono il corpo del diritto europeo. I negoziati d’adesione con la Serbia iniziano nel 2014, e ad oggi, 22 dei 35 Capitoli negoziali dell’acquis sono stati aperti, e due di questi sono stati chiusi.

Questioni irrisolte e alleanze ambigue

Il processo d’integrazione è ostacolato da diversi fattori, primo tra tutti la questione del Kosovo.  Belgrado non riconosce la secessione del Kosovo, che nel 2008 si è dichiarato indipendente. L’UE svolge un ruolo di mediazione, anche attraverso la missione EULEX, ma cinque Stati membri non riconoscono il Kosovo, indebolendo l’efficacia dell’azione europea. 

Il gioco di influenze in Europa tocca anche la Bosnia Erzegovina. La situazione nel paese si è deteriorata negli ultimi mesi con la condanna a un anno di carcere di Milorad Dodik, il leader dei nazionalisti serbo-bosniaci. Dodik sostiene la secessione della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba, e, mentre il presidente serbo Vučić supporta apertamente il movimento secessionista, l’UE fatica ancora una volta a posizionarsi in maniera decisa. Sarajevo vorrebbe il supporto dell’EUFOR, la missione militare dell’UE nel paese balcanico, la quale ha inviato più soldati. La politica estera europeo è frammentata a causa degli interessi dei singoli Stati membri, in questo caso soprattutto dall’Ungheria, e anche dalla Croazia, vicina al leader serbo-bosniaco.

Con lo scoppio della guerra in Ucraina, il paese balcanico si è ulteriormente allontanato dalla linea di Bruxelles. Vučić continua a sostenere la neutralità del paese, cercando di portare avanti la tradizione jugoslava di paese “non-allineato”. Pur avendo condannato l’invasione russa all’ONU, non ha imposto sanzioni a Mosca, continuando a non allinearsi alla politica estera e di sicurezza comune dell’UE.

Russia e Cina: nuovi partner strategici

Mentre si allargano le differenze con l’UE, la Serbia si è avvicinata alla Russia, con cui condivide legami storici, culturali e religiosi. Putin ha rafforzato la cooperazione economica e militare con Belgrado, che conta sul suo supporto diplomatico per impedire il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo in sede ONU.

Nel frattempo, i rapporti con la Cina si sono intensificati, usando un mix di soft power ed investimenti economici, tanto da diventare il maggior investitore in Serbia. La partnership sino-serba, sancita dal sostegno serbo alla posizione cinese nei confronti di Taiwan e viceversa riguardo al Kosovo, è stata riaffermata l’anno scorso con la visita di Xi Jinping a Belgrado. L’ “amicizia d’acciaio”, così definita da Vučić, si concretizza in investimenti infrastrutturali, soprattutto la Belt and Road Initiative, la “nuova via della seta” che passa per i Balcani, e minerari, con l’acquisto di miniere di rame e oro.

Gli interessi europei

La guerra in Ucraina e le crescenti tensioni geopolitiche  hanno spinto l’UE a guardare di nuovo a riconsiderare la propria politica di allargamento ad est. Per raggiungere l’autonomia strategica, l’UE deve rafforzare i rapporti con i suoi vicini, evitando che questi si avvicinino troppo a Cina e Russia. In quest’ottica, l’accessione dei paesi dei Balcani occidentali è ora “più che mai un investimento geostrategico in un’Europa stabile, forte e unita”. 

L’UE ha interessi economici concreti in Serbia, come le riserve di litio, fondamentali per la transizione energetica. Non a caso, Bruxelles ha siglato una controversa “partnership strategica su materie prime sostenibili”.

Il futuro della Serbia è in UE?

Nonostante la rilevanza strategica, l’adesione della Serbia all’UE appare ancora remota. Bruxelles sembra puntare più sui propri interessi economici che sul rispetto dei valori democratici, come dimostrato dalla concessione dello status di candidato a Ucraina e Moldova, percepita da Belgrado come un segno di “doppi standard”.

La fiducia dei cittadini serbi nel progetto europeo è in calo: oltre la metà non crede più nell’adesione. La risposta debole dell’UE alle violazioni democratiche nel paese viene vista come un’ulteriore prova del disinteresse europeo.

Eppure, ci sono segnali di speranza. Un gruppo di studenti serbi ha pedalato fino a Strasburgo per richiamare l’attenzione del Parlamento Europeo e del Consiglio d’Europa sulla situazione in Serbia, e altri  stanno correndo verso Bruxelles, chiedendo all’UE una presa di posizione decisa nei confronti del regime illiberale di Vučić.

Bruxelles deve impegnarsi per riguadagnare il consenso del popolo serbo. Ascoltare gli studenti e le loro richieste potrebbe essere il primo passo per realizzare le riforme democratiche che Vučić ha smantellato.

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