Dopo decenni di stabilità garantita dalla protezione statunitense, l’Europa si trova oggi a fronteggiare una nuova realtà geopolitica: la difesa europea e l’innovazione militare non sono più scelte strategiche, ma necessità impellenti per garantire la sicurezza del continente.
Nonostante i toni allarmistici dei leader europei nel sollecitare una rapida corsa al riarmo, però, le avvisaglie di questa situazione erano già evidenti negli eventi degli ultimi anni.
Campanelli d’Allarme.
L’invasione russa dell’Ucraina ha reso evidente che la difesa europea e l’innovazione militare devono essere ripensate in un contesto in cui la superiorità tecnologica e la capacità di produzione rapida fanno la differenza sul campo di battaglia. L’allora amministrazione statunitense, presieduta da Joe Biden, ha risposto al rinato conflitto ucraino in continuità con quella che è stata la linea di politica estera americana sin dal secondo dopoguerra, ovvero garantendo la sua protezione all’Europa minacciata e offrendo il suo sostegno militare e strategico all’Ucraina.
L’Unione Europea, dal canto suo, ha contribuito massicciamente allo sforzo bellico ucraino, con una somma totale che si aggira intorno ai 145 miliardi di dollari tra aiuti militari, finanziari e umanitari, contro i circa 120 miliardi offerti dagli americani (di cui ben 69 miliardi in contributi militari).
L’arrivo dell’amministrazione Trump, però, ha decisamente cambiato le carte in tavola, e non è stata certo una sorpresa. Il tycoon di New York ha infatti basato una parte sostanziale della propria campagna presidenziale sulla promessa di interrompere i contributi americani all’Ucraina e di arrivare in fretta a un accordo di Pace, per – a detta sua – gravare il meno possibile sulle tasche dei cittadini statunitensi.
Al contempo, Trump continua a minacciare l’uscita degli USA dalla NATO, e l’inizio della guerra commerciale combattuta contro l’UE a forza di dazi sulle merci certo non aiuta a immaginare che gli USA correrebbero entusiasticamente in aiuto dell’Europa, qualora questa si trovasse coinvolta più direttamente in un nuovo conflitto. Venuta meno la rassicurante certezza della protezione militare statunitense, incluso il suo ombrello nucleare, l’Europa si affretta a correre ai ripari.
ReArm Europe.
“We are in an era of rearmament.” Così il 4 marzo 2025 la Presidente della Commissione Europea ha presentato in un comunicato stampa il piano denominato ReArm Europe. Si tratta di un piano quadriennale dal valore complessivo stimato in circa 800 miliardi di euro, studiato per incentivare il riarmo e l’aumento della spesa militare nei paesi membri. Prevede una clausola di salvaguardia che permetterà agli Stati di indebitarsi per la difesa senza violare il Patto di stabilità, con un tetto massimo di 650 miliardi di euro in quattro anni, e un fondo da 150 miliardi di euro per finanziare spese militari, con risorse ancora da definire. Dopo l’approvazione non vincolante del Parlamento europeo del 12 marzo, il piano ReArm Europe, contenuto all’interno del cosiddetto Libro bianco della difesa, sarà discusso dal Consiglio Europeo del 19 marzo.
Non si sono fatte aspettare le reazioni di certe fazioni della politica italiana ed europea, che hanno criticato il piano di von der Leyen tacciandolo di militarismo. Uno degli argomenti utilizzati dai detrattori si basa su un confronto tra le spese militari europee e quelle del nemico più prossimo dell’UE, la Russia. Molti esponenti politici hanno infatti fatto notare come l’Unione Europea spenda in termini assoluti molto di più in difesa rispetto alla Russia, suggerendo implicitamente che, in caso di uno scontro diretto, questi maggiori investimenti porterebbero anche a un vantaggio tattico sul campo di battaglia. Ma è veramente così?
La Guerra del Futuro.
Questa serie di articoli, dal titolo “La Guerra del Futuro”, nasce proprio con l’obiettivo di fare chiarezza su cosa significhi, nel 2025 e nel prossimo futuro, essere realmente pronti a un conflitto moderno, soprattutto dal punto di vista degli armamenti.
Droni economici, intelligenza artificiale e sistemi di guerra elettronica stanno ridefinendo il concetto stesso di difesa ed innovazione militare. Non è più solo una questione di quantità di truppe o di carri armati, ma di chi riesce ad adattarsi più velocemente alle nuove minacce. Molte tattiche sono ormai obsolete ed è sempre più difficile determinare chi detiene il vantaggio, perlomeno stando ai paradigmi di analisi tradizionali. Le lezioni apprese dai conflitti degli ultimi anni, dall’Ucraina a Gaza fino alla Siria, devono orientare le strategie di riarmo dell’Europa e dei suoi alleati, sia sul piano degli armamenti che su quello tattico.
Più spesa o più innovazione? Il dilemma della difesa europea.
Al contrario di quanto sostenuto da molti dei sopracitati detrattori di ReArm Europe, il fatto che l’UE spenda complessivamente di più della Russia non la rende più sicura (soprattutto perché, a febbraio 2025, la Russia ha superato la spesa complessiva dell’Unione Europea in difesa in termini reali).
La guerra in Ucraina e i recenti scambi di missili tra Iran e Israele hanno mostrato come armamenti economici e facilmente producibili possano mettere in crisi anche i sistemi più avanzati. L’Iran, con un attacco da circa 200 milioni di dollari, ha costretto Israele a una risposta difensiva che ne è costata oltre il doppio, con missili intercettori del valore di milioni di dollari l’uno impiegati per abbattere droni suicidi da poche migliaia. In Ucraina, piccoli droni FPV da appena 500 dollari hanno distrutto mezzi corazzati da milioni, e la Russia ha neutralizzato costosi sistemi d’artiglieria con i suoi Lancet-3, droni kamikaze da 35.000 dollari. Gli Houthi, dal canto loro, sono stati in grado di paralizzare il traffico marittimo commerciale nel Mar Rosso impiegando armi e droni economici e prodotti in patria, costringendo gli americani e gli israeliani a utilizzare contromisure ben più costose e, paradossalmente, meno efficaci.
Gli apparati di difesa europea e i piani di innovazione militare devono tenere il passo con questa evoluzione per evitare di essere tecnologicamente superate. Investire in piattaforme tradizionali come Eurofighter e carri armati Leopard senza sviluppare un’adeguata capacità di guerra elettronica, droni economici e difese anti-drone a basso costo significa esporsi al rischio di essere sopraffatti da armi più semplici ma numericamente schiaccianti. Il riarmo dell’UE non può quindi limitarsi ad aumentare i budget: deve puntare su tecnologie scalabili, produzione rapida e tattiche adatte a un conflitto sempre più dominato dall’AI e dalla guerra autonoma.
Droni, AI e guerra autonoma: come sta cambiando la difesa europea e l’innovazione militare.
L’evoluzione della guerra negli ultimi anni ha dimostrato che la superiorità militare non si misura più semplicemente in termini di spesa o volume di forze armate. L’uso intensivo di droni da combattimento, intelligenza artificiale (AI), guerra elettronica e armi autonome letali (LAWS) sta trasformando i conflitti in modo imprevedibile. Le guerre in Ucraina e Medio Oriente hanno sancito la fine dell’era in cui eserciti numerosi e ben equipaggiati garantivano automaticamente la vittoria sul campo di battaglia.
La Russia ha dimostrato una sorprendente capacità di adattamento, evolvendo la propria dottrina bellica e rendendo più efficaci le proprie forze armate attraverso l’uso di droni kamikaze come gli Shahed-136 di produzione iraniana, utilizzati massicciamente in Ucraina a partire dal 2022, sistemi EW (Electronic Warfare) come il Krasukha-4, in grado di disturbare le comunicazioni satellitari e GPS, e nuove piattaforme UGV (Unmanned Ground Vehicles) come il Marker, che impiegato per il pattugliamento autonomo e la neutralizzazione di minacce nemiche.
Se l’Ucraina ha inizialmente introdotto innovazioni a un ritmo più rapido, con l’impiego dei Bayraktar TB2 di produzione turca e successivamente con droni FPV economici prodotti su larga scala, la Russia ha successivamente superato Kyiv nella produzione di droni e nell’adozione di strategie di guerra elettronica. Questa capacità di apprendimento strategico, unita al supporto della sua industria militare e degli alleati come l’Iran e la Cina, sta ridefinendo il concetto di superiorità militare.
L’Europa, al contrario, si trova oggi a dover affrontare un salto tecnologico e organizzativo per evitare di trovarsi impreparata nel caso di un conflitto ad alta intensità. Se l’UE dovesse essere coinvolta direttamente in un conflitto nel suo territorio, l’attuale modello difensivo, ancora radicato in una logica di guerra convenzionale, potrebbe rivelarsi inadeguato di fronte a eserciti già orientati verso la guerra autonoma e tecnologica.
Droni, AI e guerra autonoma: il futuro della difesa europea.
Le armi autonome letali (LAWS) sono ormai una realtà. Sistemi basati su AI, in grado di selezionare e attaccare obiettivi senza intervento umano diretto, sono stati già impiegati in conflitti come quelli in Ucraina, Gaza e Nagorno-Karabakh. Alcuni esempi includono il drone STM Kargu-2, usato in Libia nel 2020, e i drone-sciame AI dell’IDF usati a Gaza, che hanno rivoluzionato il modo in cui i bersagli vengono individuati e attaccati.
L’assenza di un consenso chiaro sugli sviluppi legislativi per controllare queste nuove armi significa che i Paesi più avanzati nello sviluppo delle LAWS potrebbero avere un vantaggio militare significativo, specialmente in scenari in cui la velocità decisionale e la capacità di operare senza vincoli umani sono fattori decisivi.
Per l’Europa, questo pone una sfida esistenziale: se da un lato la UE si è spesso schierata su posizioni regolamentatrici e umanitarie, dall’altro la realtà dei conflitti moderni richiede un’adozione rapida di tecnologie avanzate, pena il rischio di trovarsi militarmente irrilevante in uno scontro con potenze più aggressive e tecnologicamente avanzate.
Come l’Europa deve adattare la sua difesa e investire nell’innovazione militare
Alla luce di queste nuove realtà, l’Europa deve affrontare tre priorità per modernizzare la propria difesa.
In primis, la Riforma della dottrina militare: la NATO e gli eserciti europei devono adattarsi a una guerra basata su droni, AI e cyber warfare, investendo in nuove tattiche e modelli di comando decentralizzati.
Servono poi investimenti mirati in tecnologie avanzate: droni come gli Eurodrone MALE, sistemi di difesa anti-drone come lo SkyWarden e nuove piattaforme UGV come il Milrem THeMIS devono diventare priorità strategiche, anche attraverso collaborazioni tra settore pubblico e privato.
Attualmente, l’Europa dipende ancora in larga parte dagli Stati Uniti per gli armamenti critici. È necessaria invece un’industria bellica autonoma.
Infine, è essenziale una maggior cooperazione: gli investimenti in sviluppi tecnologici sono necessari ma non sufficienti. L’Europa non può rischiare di essere attaccata nei suoi componenti più deboli e periferici senza avere pronto un piano di mobilitazione collettiva efficace. Oltretutto, l’Unione Europea manca di una struttura militare comune e di un comando centrale unitario, per non parlare dell’eccessiva diversità dei sistemi d’arma adottati e delle strategie di ogni Paese membro.
Progressi, ma è abbastanza?
I segnali di un progresso ci sono, e sembrano anche abbastanza promettenti. Alcuni Paesi membri stanno sviluppando dei sistemi di difesa comune, come lo European Sky Shield Initiative (ESSI), piano di difesa terra-aria lanciato dalla Germania e che coinvolge ormai 23 Paesi, o il Principal Anti-Air Missile System (PAAMS), sistema di difesa marittima integrato comune tra Italia, Francia e Regno Unito.
Dal lato del settore privato, l’italiana Leonardo, guidata dal CEO Roberto Cingolani, si è già alleata con la tedesca Rheinmetall per sviluppare veicoli corazzati per le forze europee e sta collaborando con Mitsubishi (Giappone) e BAE Systems (Regno Unito) per lo sviluppo di un caccia di sesta generazione (progetto GCAP). Leonardo è anche un ottimo esempio di azienda proiettata verso il futuro della tecnologia militare, avendo annunciato l’intenzione di collaborare con Airbus e Thales per investire nel settore aerospaziale e con la turca Baykar, leader mondiale nella produzione di massa dei droni militari.
Come accennato prima, però, per raggiungere una piena indipendenza nella difesa l’Europa non può limitarsi a migliorare le proprie tecnologie militari e incentivare la propria industria bellica. Sono necessarie, e ormai urgenti, delle riforme sostanziali a livello istituzionale sia europeo che nazionale per favorire la collaborazione tra gli eserciti.
Questo articolo si è concentrato principalmente sui passi che l’Europa deve compiere per diventare competitiva sul piano della difesa guardando al futuro delle trasformazioni tecnologiche e tattiche. Ciò non significa che basti investire in droni e IA per disincentivare degli attacchi sul suolo europeo da parte dei suoi nemici.
Cosa serve ora.
Un recente studio prodotto dal think tank Bruegel e dal Kiel Institute offre una serie di raccomandazioni molto pratiche che aiutano ad avere un’idea dei primi interventi necessari in Europa. Innanzitutto, constatato che l’esercito Ucraino è al momento il più preparato ed efficace per contrastare la Russia, l’UE deve continuare a offrire all’Ucraina il proprio supporto, sia economico (un incremento di almeno €20 miliardi all’anno) sia strategico (intelligence e comunicazioni satellitari).
Oltre agli investimenti in innovazione militare, una forza deterrente europea dovrebbe compensare il ritiro di 300.000 soldati statunitensi. Sarebbero dunque necessarie almeno 50 nuove brigate, equipaggiate di 1400 carri armati, 2000 veicoli da combattimento terrestre, 700 pezzi di artiglieria (obici da 155mm e lanciarazzi multipli) e uno stock minimo di 1 milione di proiettili da 155mm. Al momento, l’UE dispone di 1,47 milioni di militari attivi, ma la frammentazione tra 29 eserciti nazionali ne riduce l’efficacia, rendendo necessaria la creazione di un’unità di comando unificata e massima cooperazione sulle attività di intelligence satellitare e di aviazione strategica.
Senza l’enorme macchina da guerra statunitense, l’UE dovrebbe anche aumentare la sua spesa in difesa, arrivando almeno al 3,5% del PIL (rispetto al 2% circa attuale). Insomma, il piano ReArm Europe annunciato da von der Leyen è promettente, soprattutto per quanto riguarda le intenzioni di aumento delle spese militari, ma non è abbastanza.
Senza un’azione rapida e coordinata, l’Europa rischia di trovarsi impreparata di fronte alle nuove minacce globali. Difesa europea e innovazione militare non sono più temi per specialisti o strategisti, ma una priorità politica e industriale per il futuro della sicurezza del continente. Le parole chiave nei prossimi mesi di pianificazione strategica per i leader europei devono essere indipendenza, cooperazione e innovazione.





