L’alleanza atlantica che lega Europa e Stati Uniti va oltre la semplice istituzionalizzazione di alleanze militari dentro l’architettura di difesa rappresentata dalla NATO, arrivando a comprendere anche dimensioni di tipo politico ed economico. Questa relazione, spesso trasformatasi in vera e propria codipendenza, tra Europa e Stati Uniti ultimamente sembra essere messa alla prova da una serie di spinte centrifughe che ne minano la stabilità.
Il nuovo orientamento della politica estera americana e la risposta europea ad esso sembrano preludere a un cambiamento di paradigma destinato a ridefinire gli equilibri internazionali che da decenni regolano i rapporti di forza nell’area nord-atlantica. In questo contesto, la Francia emerge come il principale motore di una spinta verso l’autonomia strategica europea, promuovendo una visione in cui l’Unione Europea possa svincolarsi progressivamente dalla tradizionale dipendenza dagli Stati Uniti in materia di difesa e sicurezza. Il summit sull’Ucraina tenutosi proprio a Parigi il 17 febbraio sembra indicare il primo vero passo in tale direzione.
Da cosa derivano queste tensioni?
Innanzitutto è necessario comprendere l’origine delle attuali tensioni tra Europa e Stati Uniti. il cleavage più saliente tra Europa e Stati Uniti è quello derivante dalla dottrina Trump per quello che riguarda le relazioni internazionali e i rapporti con gli alleati. La nuova politica estera americana si sposta, non senza precedenti nella storia, su posizioni che possono essere considerate come neoisolazioniste. In tal senso gli Stati Uniti non rinunciano ad agire come attori, anche di un certo peso, sullo scenario internazionale, ma stanno cercando di ridefinire i propri impegni per dare vita ad una nuova articolazione internazionale. In particolare gli Stati Uniti hanno deciso di intraprendere un percorso più realista, prediligendo il perseguimento di interessi più diretti senza particolare cura per la dimensione più diplomatica e legata alla tacita accettazione di compromessi che solitamente caratterizza i rapporti tra Paesi. Ciò è evidente se si guarda alle recenti dichiarazioni dell’attuale amministrazione americana circa questioni come la Groenlandia o il Canale di Panama dove si esprimeva in maniera esplicita quali fossero gli interessi americani a riguardo senza curarsi particolarmente delle reazioni dei Paesi direttamente interessati. Questa dinamica si è riproposta con i recenti colloqui di pace sull’Ucraina in corso tra Russia e Stati Uniti. Quest’ultimi non hanno coinvolto né l’Europa né l’Ucraina, configurandosi come un dialogo bilaterale in cui gli Stati Uniti vogliono ottenere il miglior risultato per se stessi. L’ormai improbabile accordo sulle terre rare con l’Ucraina, visto cià che è avvenuto tra Trump e Zelensky, avrebbe dovuto suggellare questa nuova visione americana per cui se non vi è alcun tipo di beneficio materiale diretto e senza particolari costi allora gli Stati Uniti non sono interessati a prendere parte a determinate dinamiche internazionali.

Un’altro nuovo corso della politica estera americana è caratterizzato dallo spostamento del principale terreno di scontro. Difatti il continente europeo non viene visto più dagli americani come lo scenario in cui l’America si trova ad affrontare il suo avversario principale, la Cina. Questo cambiamento si riflette quindi con la modifica del terreno di scontro che non è più l’Europa, ma l’Indo-Pacifico. Gli Stati Uniti quindi vogliono disimpegnarsi, ma non abbandonare, il Vecchio Continente per potersi concentrare attivamente sul nuovo teatro strategico. Questo disimpegno assume diverse forme, ma la principale delle quali rimane la volontà da parte americana di far sì che l’Europa inizi a pagare e ad occuparsi della propria difesa. La volontà di aumentare le spese della difesa facendole passare dal 2% al 5% come nuovo obiettivo NATO riflette una certa impazienza da parte degli Stati Uniti per potersi concentrare su quello che loro considerano come il vero rivale e sfidante principale per l’egemonia globale.
Il ruolo della Francia per una nuova difesa comune
Le nuove dinamiche che stanno caratterizzando la politica estera americana e i recenti avvenimenti, tra cui l’intervento del vicepresidente americano alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, hanno provocato una reazione da parte degli alleati europei. Il summit sull’Ucraina tenutosi a Parigi il 17 febbraio esemplifica appieno due tendenze emergenti. Innanzitutto si nota la volontà da parte europea, nonostante differenze di vedute emerse a Parigi, di iniziare ad avere una voce comune su determinate questioni estere, agendo in blocco per perseguire i propri interessi.
La Francia è senza dubbio la principale promotrice di un nuovo corso per l’assetto internazionale europeo, spingendo per un’autonomia strategica che possa svincolare il continente dalla tradizionale relazione di cooperazione-dipendenza dagli Stati Uniti. Questa posizione non è frutto di una contingenza recente, ma affonda le sue radici in una visione che ha sempre cercato di garantire a Parigi un ruolo autonomo e di primo piano a livello internazionale. Tale impostazione è sostenuta da capacità militari, industriali e diplomatiche che rendono la Francia l’unico Paese realmente in grado di proporre un modello alternativo alla sicurezza garantita dagli Stati Uniti. Dal punto di vista militare, la Francia è l’unica potenza nucleare dell’Unione Europea e, insieme al Regno Unito, una delle due presenti nel continente. Questo status le conferisce una deterrenza strategica autonoma senza dover dipendere dall’ombrello nucleare americano. Oltre a ciò la Francia ha capacità industriali nel settore della difesa altamente sviluppate e competenti. Aziende quali Dassault Aviation, Thales e il conglomerato europeo MBDA permettono a Parigi di produrre in autonomia equipaggiamenti avanzati quali caccia multiruolo, mezzi blindati e sottomarini nucleari.
A differenza di molti altri Stati europei che acquistano armamenti dagli Stati Uniti, la Francia ha sempre puntato su una filiera produttiva interna, rafforzando così la propria sovranità nel settore della difesa. Questa volontà di autonomia si traduce anche nella capacità operativa delle sue forze armate. Parigi mantiene forze di spedizione efficienti, in grado di intervenire rapidamente in aree di crisi senza dover dipendere da altri attori internazionali. Un esempio di ciò è rappresentato dalle operazioni militari condotte in Africa, in particolare nel Sahel, dove la Francia ha schierato migliaia di uomini nell’ambito delle missioni Serval e Barkhane per proteggere i propri interessi e contrastare le minacce jihadiste. L’attuale impronta militare francese in Africa è diminuita di molto in seguito ad alcuni avvenimenti nella regione, ma le capacità francesi di schierarsi in altri teatri permangono.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha più volte ribadito la necessità di una maggiore indipendenza del continente dagli Stati Uniti, soprattutto in ambito di difesa e posizionamento internazionale. Già nel 2019 aveva definito la NATO “cerebralmente morta”, mettendo in discussione l’affidabilità dell’alleanza e il reale impegno americano come garante della protezione dell’Europa. Questa dichiarazione si inserisce perfettamente nel disegno strategico francese, in base al quale il Vecchio Continente non può più fare affidamento ciecamente sugli Stati Uniti, ma deve costruire una propria autonomia strategica che gli consenta di affrontare le sfide globali perseguendo i propri interessi. Alla luce di ciò appare come la posizione francese si articoli su più livelli. Innanzitutto, Parigi sostiene la creazione di una forza d’intervento comune europea, dotata di una struttura operativa con un comando, una dottrina d’azione e un bilancio condivisi tra gli Stati membri. A questa iniziativa si affianca la proposta di una forza di reazione rapida lanciando l’Iniziativa Europea d’Intervento (EII), un progetto che coinvolge 13 altri Paesi e che punta a creare un contingente in grado di essere schierato rapidamente in aree di crisi. Macron ha più volte sottolineato come la capacità dell’Europa di difendere i propri interessi debba passare attraverso la creazione di un esercito comune che non sia più frammentato tra le diverse realtà nazionali, ma che operi in maniera congiunta con risorse proprie.

A ciò andrebbe aggiunta anche una razionalizzazione degli equipaggiamenti militari europei per rendere le catene logistiche e di approvvigionamento più snelle concentrandosi su pochi sistemi d’arma standardizzati e condivisi tra i vari Paesi. Un ruolo centrale è riservato anche al coordinamento tra i servizi d’intelligence dei vari Stati membri, così da rendere l’Unione più efficace nella prevenzione delle minacce ibride. Un altro elemento chiave della strategia francese è il rafforzamento dell’industria bellica europea. Parigi è tra i principali sostenitori dei piani della Commissione Europea per sviluppare un’industria della difesa competitiva, capace di ridurre la dipendenza tecnologica ed economica dagli Stati Uniti. La possibilità di produrre armi e sistemi difensivi direttamente all’interno dell’UE rappresenta un passo essenziale verso l’indipendenza strategica che la Francia auspica.
Macron ha inoltre promosso la creazione del Fondo Europeo per la Difesa, uno strumento pensato per incentivare la ricerca e lo sviluppo di tecnologie militari avanzate interamente prodotte nel continente, così da garantire maggiore autonomia nei settori più sensibili. Nonostante questa forte spinta verso l’autonomia, attualmente la posizione francese non persegue un abbandono in toto della NATO e dell’attuale architettura di difesa europea. Va sottolineato però come il progetto francese, pur prefiggendosi di rafforzare il pilastro europeo della NATO ha anche la capacità di porre le basi per una vera e propria autonomia strategica europea.
Quali sono gli ostacoli ai piani francesi?
I piani francesi per una maggiore indipendenza europea devono però fare i conti con la quantità di risorse necessarie per garantire una difesa comune e con dinamiche interne al continente. Innanzitutto sembra che la Germania si stia avvicinando alla visione strategica francese. Il programma di riarmo e ammodernamento delle sue forze armate voluto dall’ex cancelliere Scholz segnala una rinnovata volontà tedesca per garantire la sicurezza in Europa. Inoltre la vittoria della CDU-CSU alle elezioni federali del 23 febbraio sembrerebbe poter dare nuova energia e il supporto della maggiore economia del continente ai piani francesi.
Il probabile nuovo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha dichiarato esplicitamente la necessità di rafforzare l’Europa il più rapidamente possibile, per poter raggiungere l’indipendenza dagli Stati Uniti. Attualmente l’ostacolo principale a questo progetto, salvo le incognite circa il programma della prossima coalizione di governo tedesca, rimane di tipo finanziario. Gli investimenti tedeschi per la difesa, comune e non, devono sottostare come le altre spese federali allo Schuldenbremse, il freno al debito introdotto da Angela Merkel che limita la capacità tedesco di poter finanziare i propri progetti chiedendo prestiti. Una riforma del meccanismo appare necessaria per portare avanti l’indipendenza strategica europea, ma ciò è ostacolato soprattutto dal partito di destra AfD che si oppone a tale cambiamento.
Un altro fronte problematico per la difesa comune viene dall’Europa Centrorientale. Qui infatti convivono due visioni estremamente diverse circa la sicurezza del continente. Da una parte vi sono Paesi che hanno una linea molto dura verso la Russia, tra cui Polonia e Paesi Baltici, dall’altra invece Slovacchia e Ungheria che sono molto più che accomodanti e concilianti nei suoi confronti. Nonostante l’unità d’intenti con gli alleati sull’Ucraina, un possibile tassello problematico per la difesa comune è rappresentato proprio dalla Polonia. Il Paese si trova infatti nel mezzo di manovre diplomatiche molto diversificate in quanto da un lato è riconosciuta dagli Stati Uniti come un partner NATO forte e affidabile, ma la posizione americana sull’Ucraina rende questo rapporto complicato.
La Polonia si trova quindi a gestire una partnership stretta con gli Stati Uniti rimanendo a favore della NATO da un lato, come testimoniato e ribadito dalla recente visita del Segretario della difesa americano Pete Hegseth a Varsavia, mentre allo stesso tempo vuole poter continuare a garantire la difesa e la sicurezza dell’Ucraina, cosa però possibile solo allentando i legami con Washington e avvicinandosi al progetto francese di difesa comune.
Nonostante la posizione di Varsavia, il problema principale viene da Slovacchia e Ungheria. Entrambe sono parte dell’Unione Europea e della NATO, ma la loro posizione più conciliante e accomodante nei confronti della Russia ha creato tensioni tra gli alleati sia a livello UE che NATO. In particolare l’Ungheria ha più volte posto il veto ai pacchetti di sanzioni europee contro la Russia, accettandone l’adozione solamente dopo aver ottenuto concessioni che andassero a proprio favore. La Slovacchia, invece, ha attirato diverse critiche per via dell’incontro del primo ministro slovacco Robert Fico con Vladimir Putin nel dicembre 2024. L’incontro ha provocato diversi malumori tra i partiti di opposizione slovacca e soprattutto con la Repubblica Ceca, vicino e altro alleato NATO del Paese. Fico è stato il terzo politico occidentale a incontrare Putin dopo Orban e il cancelliere austriaco Nehammer, giustificando l’incontro affermano che Fico stava cercando di garantire l’approvvigionamento di gas russo alla Slovacchia, da cui dipende per circa i due terzi del proprio fabbisogno.

Le divergenze interne nei confronti della Russia complicano la messa in atto di un approccio condiviso in materia di politica estera, rendendo più difficile il raggiungimento di un’unione d’intenti volta alla creazione di una vera e propria autonomia strategica. Oltre a ciò l’opposizione dell’Ungheria alla creazione di un esercito comune, preferendo gestire la questione della difesa europea a livello inter-governativo, rende complicata l’attuazione unanime della strategia francese.
Questioni aperte
La questione della difesa comune europea, viste anche i recenti fatti avvenuti nello Studio Ovale tra il presidente americano e quello ucraino e le reazioni suscitate, non sembra più porsi come un tema di secondo piano. Il raggiungimento dell’autonomia strategica da parte dell’Europa si configura attualmente come una necessità capace di catalizzare la volontà politica per dare seguito al progetto francese di un’Europa indipendente in materia di affari esteri. Le problematiche non mancano, vista la complessità del progetto, ma la necessità da parte dell’Europa di dotarsi di un’architettura di difesa forte e indipendente potrebbe spingere per l’adozione di tale progetto da parte di chi vuole effettivamente farne parte, lasciando agli altri partner la possibilità di aderire in un secondo momento a seconda della situazione politica in cui si trovano.I prossimi anni, se non addirittura i prossimi mesi, si configurano come un periodo di grandi cambiamenti e ridefinizione delle tradizionali alleanze che dalla Seconda Guerra Mondiale in poi hanno plasmato l’ordine internazionale occidentale e non. Resta da vedere se e quanto le circostanze contingenti riescano a prevalere sulle volontà politiche di mantenere lo status quo.





