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La Germania dopo il voto, chi ha vinto le elezioni?

I risultati delle elezioni in Germania hanno visto la CDU guidata da Friedrich Merz tornare, dopo quattro anni, alla guida del paese, questa volta con un leader più conservatore, con l’esclusione degli estremisti dall’esecutivo, e con l’obiettivo di ripresa della principale economia europea.

Il ritorno della CDU

Dopo la sconfitta di misura delle passate elezioni nel 2021 che portò al governo di Olaf Scholz, il partito dei Popolari ha vinto nettamente e tornerà alla guida del paese. La promessa di una coalizione che potrà iniziare a lavorare entro Pasqua per riportare stabilità interna ed a livello europeo. “AfD ha esattamente il doppio dei voti dell’ultima volta e questo è l’ultimo segnale di allerta ai partiti del centro” ha dichiarato Merz, non lasciando spazio ad un’apertura per il partito di Alice Weidel. 

Il voto di fine febbraio in Germania non ha portato sorprese, rispecchiando quasi del tutto gli exit poll dei giorni precedenti, salvo l’affluenza dei cittadini alle urne dell’82,5 per cento: il dato più alto dal 1990, quindi dall’annessione della Germania Est alla Repubblica Federale. Il messaggio che l’elettorato ha lanciato con queste elezioni è chiaro: c’è meno fiducia nei partiti tradizionali.

Questo calo costante del consenso popolare per i partiti tradizionali potrebbe pre-annunciare un’ultima chance per le forze centriste. Di fatti, in dodici anni queste hanno visto passare le preferenze congiunte dal 67% del 2013 a meno del 45% oggi. Il mancato ingresso in parlamento dei liberali di Christian Lindner e del BSW di Sahra Wagenknecht, che non hanno raggiunto la soglia del 5%, permetterà alla più probabile coalizione CDU-SPD, di governare grazie alla sola maggioranza dei seggi al Bundestag.

AfD emarginato e miracolo Die Linke

Alternative für Deutschland non ha perso queste elezioni, ma non ha vinto abbastanza. Nonostante l’appoggio della Casa Bianca, traspare che l’idea anche remota di mettere a rischio la democrazia non sia considerata in Germania, le stesse dichiarazioni della Weidel ed altri esponenti indubbiamente ambigue in tal senso, non fanno il bene del partito. Piuttosto, negli anni queste hanno messo in secondo piano la battaglia originaria di sfida all’establishment che governa da sempre la Repubblica.

L’AfD è dichiaratamente un partito portatore di istanze radicali, che per ora non è al potere. Seguendo le tendenze degli ultimi dieci anni e senza la certezza della stabilità e solidità economica, i partiti tradizionali in Germania si giocano il proprio futuro nell’ex DDR e non è detto che alle prossime elezioni riusciranno a conservare la maggioranza. In questo clima di tensione demonizzare l’avversario politico, senza comprendere le ragioni del suo ampio consenso tra la popolazione, non farà che alimentare gli estremismi. 

Esattamente ciò che è successo tra i più giovani, stando ai dati riportati da Der Spiegel. I partiti tradizionali sono crollati tra gli under 24, in particolare SPD e Verdi hanno perso il 50% rispetto alle scorse elezioni. Proprio questa fascia d’età ha determinato il miracolo della sinistra ‘amputata’ di Linke che ha raggiunto a sorpresa i 9 punti percentuali, superando non solo le aspettative degli exit poll, ma anche AfD, diventando il partito preferito nella fascia 18-24 anni con il 24% delle preferenze contro il 21% del partito di Alice Weidel.

Tendenza inversa per le fasce di età più avanzate, dove i partiti più moderati (CDU e SPD) si confermano, con un assenzo complessivo del 77%.

Le probabili coalizioni

A scrutini conclusi risultano estremamente improbabili alleanze diverse dalla Grosse Koalition tra CDU e SPD. In questo periodo si cerca di evitare lunghe consultazioni e garantire alla Germania quanto prima un governo stabile. L’esclusione del partito di Sahra Wagenknecht fermo al 4,97% ha evitato complicazioni e dialoghi prolungati per un’eventuale coalizione “Kenya”, già al potere in alcuni Lander. Questa alleanza è al momento l’unica che garantisce solidità sul piano internazionale, ma porta con sé anche complicazioni riguardo la governabilità, data la forte territorialità del voto che spacca la Germania

L’ultima coalizione tra CDU ed SPD nel 2017 si formò dopo 170 giorni di colloqui. La volontà di Merz è chiudere quanto prima gli accordi di governo, nonostante temi divisivi come l’immigrazione e transizione energetica. Rimane anche lo spettro della riforma sul freno al debito tecnicamente bloccata. Ciò è dovuto alla maggioranza delle forze, che non raggiungono i due terzi dei seggi necessari alla riforma costituzionale, ed impedisce dunque di iniziare ad applicare le manovre volte a far uscire dalla stagnazione economica il motore d’Europa.

Friedrich Merz, trascorsi e politica

Avvocato, già eurodeputato tra il 1989 e il 1994 e parlamentare dal ’94 al 2009, il futuro cancelliere Friedrich Merz era già a inizio millennio l’astro nascente della destra tedesca. L’ascesa di Merkel lo ridimensionò all’interno della CDU grazie alla sua visione più centrista. Al termine del suo mandato nel 2009 si ritirò dalla scena politica per entrare nel mondo della finanza, nel quale ha avuto un’ascesa repentina. Al ritiro della cancelliera nel 2021, torna in politica e riprende le redini del partito subito dopo le fallimentari elezioni. 

La sua visione politica è liberal-conservatrice,a è convinto difensore dell’Ucraina ed atlantista, propone una difesa rafforzata in Europa a partire dalle potenze nucleari Francia e Regno Unito. Non esclude un mancato appoggio di Trump alla Nato in caso di escalation nel vecchio continente, considerata la proposta del Tycoon di un obiettivo di spesa al 5% del PIL per le forze armate e la sospensione dei supporti militari a Kiev. Il leader della CDU è convinto che l’Europa debba gradualmente rendersi indipendente dagli Stati Uniti sulla difesa. Per realizzarlo vuole sfruttare l’imprevedibilità di Trump come un’opportunità di rafforzare strutturalmente l’UE. Le giuste premesse ci sono, grazie al nuovo programma da 800 miliardi stanziato dalla Commissione per il riarmo europeo.

Per la politica energetica il leader della CDU considera di avviare un’inversione sul nucleare per ridurre la dipendenza da paesi terzi. Questo processo rafforzerebbe l’asse commerciale franco-tedesco e dunque l’economia dell’Unione. In questo senso, la politica climatica tedesca potrebbe progredire significativamente verso l’obiettivo di riduzione del 65% delle emissioni entro il 2030 e del net zero posto per il 2045. Questa scelta andrebbe a braccetto con la priorità della CDU di ripresa economica, favorendo ricchezza, innovazione e competitività, guadagnando una posizione di leader internazionale nel settore climatico, mentre l’amministrazione statunitense smantella le politiche climatiche di Biden.

Sul tema principale della campagna elettorale, ovvero l’immigrazione, Merz propone il respingimento indiscriminato dei migranti in situazione irregolare. Tra questi include i richiedenti asilo e chiede in generale regole più stringenti alle frontiere. Sarà proprio questo tema, insieme alla sicurezza ed alla crisi energetica a segnare i colloqui costruttivi con i Socialdemocratici.

Le sfide della nuova Germania

La Germania di Merz esce da queste elezioni con molteplici sfide. Un’economia da risanare, un’occasione senza precedenti di riprendere le redini del continente dopo politiche inefficienti degli ultimi anni per la transizione ecologica e sulla sicurezza interna, che sembra vacillare. L’ultima opportunità per i partiti tradizionali di farsi rivalutare ad est ed evitare nei prossimi anni cordoni sanitari politici contro le forze estremiste in crescita. Una sua ripresa economica ed una stabilità interna rappresenta prosperità a livello europeo ed anche un fattore importante per la nostra economia, che vede nella Germania il primo partner commerciale in UE. 

Dopo queste elezioni emerge un elettorato tedesco spostato a destra, in grado di lanciare un allarme da parte delle regioni più emarginate industrialmente. Merz dovrà promuovere politiche di integrazione economica a livello federale ed europeo, sfruttando anche l’imprevedibilità d’oltreoceano per concedere coesione all’Europa, che da troppo le impedisce di tenere testa alle superpotenze dello scenario geopolitico che la circondano.

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