Il dibattito sulla cittadinanza per gli stranieri in Italia si riaccende: è giusto mantenere inalterata una legislazione vecchia di trent’anni, oppure è tempo di un cambiamento? Il recente raggiungimento delle firme necessarie per indire un referendum, che probabilmente si terrà nella primavera del 2025, pone questa domanda al centro della scena politica. La proposta, se approvata, ridurrebbe a cinque anni il periodo di soggiorno legale necessario per l’ottenimento della cittadinanza. È una mossa che potrebbe facilitare l’integrazione, o minerebbe le tradizioni italiane?
Come si ottiene la cittadinanza in Italia?
Prima di rispondere a questa domanda, bisogna precisare cosa si intende per “cittadinanza”. La cittadinanza è la qualità che lega una persona a uno Stato permettendole di esercitare una serie di diritti, soprattutto di natura politica, come per esempio votare alle elezioni. Diversi Stati conferiscono la cittadinanza seguendo regole diverse.
Le principali sono due, alle quali si possono affiancare sistemi con vincoli aggiuntivi.
Il primo metodo di acquisizione della cittadinanza applica lo ius soli (dal latino, “diritto del suolo”), secondo cui la cittadinanza si acquisisce in base al luogo di nascita. Questa regola è tipica degli Stati “giovani”, che mirano a formare un popolo, avendo poche tradizioni consolidate alle spalle. Si annoverano tra questi praticamente tutti gli Stati del continente americano, tra cui anche USA e Canada. Ci sono poi eccezioni come la Francia, dove la cittadinanza alla nascita viene concessa ai figli di genitori stranieri se almeno uno dei genitori è nato in Francia, principio noto come doppio ius soli.
Il secondo metodo di acquisizione della cittadinanza segue il principio dello ius sanguinis (“diritto di sangue”), secondo cui la cittadinanza si trasmette dai genitori ai figli. Questo approccio è adottato da quegli Stati che desiderano valorizzare le proprie tradizioni secolari, come molti Stati europei. L’Italia rientra tra questi. In particolare, secondo la Legge 91 del 1992, è cittadino italiano per nascita chi è figlio di almeno un genitore italiano. Lo ius soli viene applicato solo per due eccezioni: quando un bambino nasce in Italia da genitori ignoti o da genitori apolidi, cioè senza alcuna cittadinanza.
E per chi non ha almeno un genitore italiano?
Una persona nata e cresciuta in Italia, e quindi de facto italiana, può diventare ufficialmente italiana, ma la legislazione in questa materia (sempre la vecchia Legge 91 del 1992) è molto restrittiva. Lo straniero può ad esempio sposare un cittadino italiano, oppure può richiedere la cittadinanza per naturalizzazione, ovvero dopo dieci anni di residenza regolare e ininterrotta sul territorio italiano (i quali verrebbero ridotti a cinque se il referendum, che si svolgerà probabilmente nella primavera del 2025, vincesse). Il motivo di una legislazione così restrittiva può, da un lato, essere condivisibile: l’Italia è famosa nel mondo proprio per le sue tradizioni, che devono dunque essere preservate. Allo stesso tempo, però, è giusto aiutare chi è desideroso di integrarsi. Ed è su questo punto che si è aperto più volte il dibattito politico, soprattutto per quanto riguarda i minorenni di origine straniera nati in Italia. Di questi, solo coloro che hanno risieduto legalmente e senza interruzioni nel Belpaese fino al raggiungimento della maggiore età possono diventare cittadini italiani, presentando richiesta entro un anno dal compimento del diciottesimo compleanno. Ciò comporta diverse difficoltà per questi ragazzi. Ad esempio, come sottolineato da Save The Children, la mancata cittadinanza può complicare l’accesso ad attività extra scolastiche, come la partecipazione a gite e attività sportive. Ma non solo. Un atteggiamento così “chiuso” da parte dello Stato potrebbe ostacolare il processo di integrazione di questi ragazzi. Sono un esempio le seguenti parole, pronunciate in un’intervista pubblicata su lavialibera.it da una studentessa straniera nata in Italia:
“Ricordo le file in questura per il rinnovo del permesso, un documento che diceva che ero immigrata. Ma sono i miei genitori che hanno vissuto l’esperienza migratoria, non io”.
Uno studio condotto da Christina Gathmann e Julio Garbers dimostra che l’ottenimento della cittadinanza non dovrebbe essere legato al “merito”, ma dovrebbe invece agire da catalizzatore per l’integrazione degli immigrati. Infatti, l’evidenza empirica presentata nello studio mostra che ottenere la cittadinanza più rapidamente contribuisce a migliorare l’integrazione economica, educativa, politica, culturale e sociale degli immigrati. In altre parole, l’ottenimento della cittadinanza non dovrebbe rappresentare lo step finale del percorso di integrazione. Un altro aspetto interessante dello studio riguarda le donne immigrate, che risulta beneficino più degli uomini della cittadinanza, probabilmente perché, senza di essa, la loro posizione economica e sociale risulterebbe più precaria. Spesso sono dipendenti dal coniuge, il che le rende vulnerabili sia dal punto di vista legale che economico e sociale.
Una possibile soluzione?
È dunque vero: concedere la cittadinanza per nascita rappresenterebbe un potente strumento per favorire l’integrazione dei figli degli immigrati. Tuttavia, una riforma di questo tipo ha incontrato finora troppa opposizione politica per diventare realtà. Alcuni partiti, come Azione, stanno tentando un compromesso: lo ius scholae o ius culturae (“diritto di scuola” o “diritto di cultura”). Anche Antonio Tajani, leader di Forza Italia, partito di destra moderata attualmente al governo con Lega e Fratelli d’Italia, ha espresso il suo supporto a questa proposta. Si tratterebbe di legare la concessione della cittadinanza all’aver frequentato le scuole in Italia. Una proposta di legge di questo tipo, sebbene declinata in modi diversi, è arrivata al Parlamento anche nel 2015 e nel 2022, ma non è mai riuscita a passare il via libera finale di entrambe le Camere. Quest’anno è successo più o meno lo stesso. Come scrive Pagella Politica, il 28 Agosto 2024 Azione ha proposto un emendamento al disegno di legge “Sicurezza”, poi bocciato, per cambiare la legge che regola la concessione della cittadinanza italiana e introdurre una forma di ius scholae. L’emendamento proponeva che un minore straniero, nato in Italia, potesse ottenere la cittadinanza italiana frequentando nel nostro Paese almeno dieci anni di scuola, concludendo con successo le scuole elementari e assolvendo all’obbligo scolastico.
Una proposta simile è stata appena presentata da Forza Italia il 6 ottobre, con il nome di ius Italiae. Questa riforma andrebbe anche a limitare la trasmissione della cittadinanza attraverso lo ius sanguinis. Infatti, in base alla proposta, uno straniero di origine italiana non potrà più ottenere la cittadinanza se i genitori, i nonni e i bisnonni sono nati all’estero. Per quanto riguarda i minori stranieri, “coloro nati in Italia o arrivati in Italia entro il quinto anno di età, che risiedono ininterrottamente per dieci anni e completano la scuola dell’obbligo (5 anni di elementari, 3 di medie e 2 di superiori), possono ottenere la cittadinanza italiana a 16 anni”.
Pertanto, lo ius Italiae, come la proposta di Azione, ridurrebbe di due anni l’attesa per la richiesta di cittadinanza da parte di un minore nato in Italia. Tuttavia, si tratta di molto rumore per nulla. Secondo lo studio di Christina Gathmann e Julio Garbers, sarebbe necessaria una riforma molto più “audace” per promuovere davvero l’integrazione dei figli degli immigrati. Un possibile esempio potrebbe essere la legge greca sulla cittadinanza: un bambino straniero nato in Grecia, da almeno un genitore che ha vissuto regolarmente nel Paese nei cinque anni precedenti, può ottenere la cittadinanza (art. 1A) quando si iscrive al primo anno delle scuole elementari.
Gli studenti stranieri in Italia… un po’ di numeri
Durante l’anno scolastico 2022/2023 il numero di alunni con cittadinanza non italiana sul territorio nazionale ha superato per la prima volta le 900.000 unità, l’11,2% d’incidenza sul totale degli alunni. L’aumento degli studenti stranieri non ha però compensato il calo di quelli con cittadinanza italiana, per cui è diminuito il totale degli studenti di quasi 103 mila unità (pari a -1,2% rispetto all’anno precedente).

La distribuzione territoriale risulta essere tutt’altro che omogenea. I dati 2022/2023 confermano una maggior concentrazione di studenti stranieri nelle regioni settentrionali (65,2%), a seguire nelle regioni del Centro (23,3%) e infine del Mezzogiorno (11,5%). In Lombardia si registra oltre un quarto del totale degli alunni con cittadinanza non italiana presenti in Italia (25,3%), mentre invece l’Emilia-Romagna è la regione con la più alta incidenza di alunni stranieri sul totale della popolazione scolastica: 18,4%.
L’aumento degli alunni con cittadinanza non italiana, dagli 872.360 del 2021/2022 ai 914.860 del 2022/2023, ha sfiorato il 4,9% in termini relativi ed ha rappresentato la maggiore crescita annuale degli ultimi tempi. Infatti, nell’ultimo decennio l’incremento annuale era stato al massimo di poco superiore al 2%. A spiegare questo incremento è la forte crescita della presenza ucraina nelle scuole italiane fra 2021/2022 e 2022/2023: gli alunni ucraini sono infatti più che raddoppiati, passando da 20mila a 43mila. Da dove provengono invece gli altri alunni?
In generale, sono circa 200 i Paesi di provenienza degli studenti con cittadinanza non italiana. La maggior parte, ovvero il 44,42% sono di origine europea; seguono gli studenti di provenienza africana (27,25%) ed asiatica (20,27%). Nell’insieme, gli studenti di origine rumena, albanese (quasi 119 mila unità) e marocchina (oltre 114 mila unità) rappresentano oltre il 40% degli alunni con cittadinanza non italiana.
Quanti beneficerebbero di uno ius scholae?
Se la riforma proposta da Azione fosse stata approvata, degli oltre 900mila studenti stranieri, più di mezzo milione sarebbero potuti diventare italiani entro cinque anni. Nello specifico, sarebbero stati circa 560mila, di cui oltre 300mila nel primo anno di applicazione e i restanti nei successivi quattro anni. Questo è quanto emerge da uno studio pubblicato dalla testata Tuttoscuola. E se venisse approvato lo ius Italiae? Gli studenti coinvolti sarebbero un po’ di più. Infatti, lo ius Italie considera non solo gli stranieri nati in Italia, ma anche quelli arrivati entro i cinque anni d’età.

Non è tutto oro quel che luccica
È vero che ottenere la cittadinanza più rapidamente contribuisce a migliorare l’integrazione degli immigrati. Ad esempio, la cittadinanza è necessaria per molti lavori nel settore pubblico, mentre nel settore privato i datori di lavoro potrebbero essere meno disposti a investire in un dipendente straniero che potrebbe, o si pensa possa, lasciare il paese ospitante nel prossimo futuro.
Tuttavia, è necessario che lo Stato consideri anche un altro problema: alcuni immigrati, nonostante le politiche di integrazione, tendono a rifiutare d’integrarsi. Questo fenomeno, soprattutto tra gli immigrati di religione musulmana, si sta verificando in molti stati europei, e la mancata azione da parte di questi ultimi ha causato forti tensioni sociali, come in Francia e nel Regno Unito, fino all’ascesa di partiti antimusulmani (nei Paesi Bassi) e di estrema destra (l’Afd in Germania).
Questa realtà evidenzia il ruolo cruciale dell’integrazione, che deve essere affrontata in modo pragmatico dagli Stati. Ad esempio, è improbabile che le difficoltà di integrazione dei gruppi musulmani siano dovute al razzismo. Il problema è più verosimilmente legato all’incompatibilità tra i valori culturali delle società di matrice cristiana e le tradizioni islamiche, che spesso creano ostacoli all’integrazione. Gli autori del libro Why Muslim Integration Fails in Christian-Heritage Societies: The Role of Values and Religion sottolineano, ad esempio, come il secolarismo, ossia l’aderenza politica e culturale ai principi della laicità, pilastro di molte nazioni occidentali, lasci spesso poco spazio all’espressione religiosa pubblica. Per i musulmani, che considerano la religione centrale nella loro identità, questo è difficile da accettare. Nondimeno, le donne musulmane affrontano una duplice sfida nell’integrarsi, in quanto la società si aspetta che rispettino sia le norme secolari (come i codici di abbigliamento) sia le aspettative tradizionali islamiche.
Che fare dunque? C’è chi sostiene che la teoria del multiculturalismo si stia ormai rivelando fallimentare. Questa ipotizza una società in cui più culture, anche molto differenti l’una dall’altra, convivono mantenendo ognuna la propria identità. Se così fosse, l’Italia dovrebbe, insieme all’Europa, puntare soprattutto all’integrazione, facilitando sì l’accesso alla cittadinanza per chi è desideroso di integrarsi, ma allo stesso tempo governando con attenzione i flussi migratori. Altrimenti, il rischio di vittorie schiaccianti di partiti estremisti potrebbe diventare realtà, se già non lo è in alcuni paesi.
*Crediti foto: immagine di copertina (Mohamed Hassan, via Pixabay)





