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I disordini in Sudafrica e cosa significano per il partito di Mandela

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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Durante l’estate del 2021, il Sudafrica è stato epicentro di disordini, saccheggi e incendi, in cui più di 300 persone hanno perso la vita. Si tratta del peggiore episodio di violenza dai tempi dell’apartheid nella Nazione Arcobaleno, che si trova ora ad affrontare gravi difficoltà economiche, politiche e sociali.

 

Le proteste sono seguite all’incarcerazione dell’ex-presidente Jacob Zuma, accusato di oltraggio alla corte per non essersi presentato di fronte ad una commissione di inchiesta, dove avrebbe dovuto rispondere alle accuse di “state capture”- una forma di corruzione in cui politici e imprese cospirano per influenzare il processo decisionale di un Paese al fine di promuovere i propri interessi. Secondo il governo le violenze sarebbero state fomentate dagli alleati e sostenitori di Zuma, che tollerano e assecondano il sistema clientelare, e avrebbero coinvolto anche i nazionalisti Zulu, che hanno visto nell’incarcerazione dell’ex presidente, che fa parte della stessa etnia, un più profondo attacco di natura razziale. 

Il contesto del Sudafrica delle violenze

I disordini hanno presto attecchito in Sudafrica, che già da tempo si trova ad affrontare gravi difficoltà economiche, acuite dall’emergenza pandemica. Il Covid-19 ha colpito pesantemente il Paese, dove ad oggi si contano 90.000 morti, e ha evidenziato profonde debolezze strutturali. Il mercato del lavoro, infatti, è segnato da tre problemi cronici: tassi estremamente elevati di inattività, alti tassi di disoccupazione e bassi livelli di lavoro autonomo.

L’economia del Paese più industrializzato dell’Africa è bloccata in un ciclo discendente sin dai tempi della seconda guerra mondiale, ed è cresciuta meno del 2% dal 2014 ad oggi. La pandemia ha aggravato quindi una situazione già critica, causando una perdita di posti di lavoro e esacerbando disuguaglianze preesistenti. Si stima, inoltre, che il 46% della popolazione riceva sussidi dallo stato e ciò ha reso il sistema di welfare insostenibile, aumentando la pressione sulla finanza pubblica e causando una crescita del debito, che nel 2021 ha raggiunto l’80% del Pil.

 

Inoltre, a causa della gestione della pandemia, i sudafricani hanno perso sempre più fiducia nelle istituzioni del loro Paese. Secondo gli esperti, la comunicazione fuorviante e la disinformazione hanno provocato crescente disapprovazione tra i cittadini riguardo alla gestione del Covid da parte del governo, e ridotto la stima verso l’African National Congress (Anc), il partito al potere sin dalla sconfitta dell’apartheid.

Il Sudafrica: un Paese con gravi debolezze strutturali

Non sono solo i recenti disordini e problemi economici che hanno portato in crisi il partito che ha sconfitto l’apartheid in Sudafrica. Il declino dell’Anc è da attribuire agli anni di corruzione e malgoverno che molti imputano all’arrivo di Jacob Zuma, al potere nel 2009. Infatti, sotto Thabo Mbeki, successore di Nelson Mandela e presidente tra il 1999 e il 2008, erano già emersi alcuni problemi che in seguito sarebbero state cause determinanti della situazione di disuguaglianza e mancanza di crescita economica che attanaglia il Sudafrica da anni. Tuttavia, è sotto il comando di Zuma che la situazione è peggiorata fino a raggiungere livelli insostenibili. 

Sul fronte della corruzione, secondo le stime presentate al Financial Times dall’attuale presidente Ramaphosa, durante gli anni di governo di Zuma sarebbero stati rubati più di 34 miliardi di dollari dalle casse statali. Per dare una misura del fenomeno, attualmente il Pil del Sudafrica supera di poco i 300 miliardi di dollari. Tali episodi di corruzione in larga scala sono spesso associati alle grandi aziende statali, che in Sudafrica sono più di 700 e controllano tutti i principali servizi pubblici, dalla gestione dei porti e delle ferrovie, alla distribuzione dell’elettricità e dell’acqua. Queste sono state affidate negli anni a frotte di fedelissimi del governo, con il risultato che la qualità dei servizi è progressivamente scesa. Ciò ha determinando sia evidenti problemi per i cittadini, quali i black-out e le rotture delle fognature, che una generale diminuzione delle potenzialità di crescita del Paese causata dalla gestione fallimentare dei trasporti. Il settore pubblico non ha però sofferto come il resto del Paese: i suoi dipendenti hanno visto la loro paga aumentata del 67% in termini reali tra il 2007 e il 2019, mentre il numero di disoccupati è aumentato da appena sopra 4 ad oltre 7 milioni di persone, raggiungendo un tasso di disoccupazione record del 33%. 

Il Mandela Bridge a Johannesburg.
Il Mandela Bridge a Johannesburg. [crediti foto: Tembinkosi Sikupela, Unplash]
Questo dato è principalmente attribuito alle politiche del lavoro introdotte dall’Anc. Infatti, negli anni il governo ha reso sempre più difficile l’assunzione e il licenziamento da parte delle aziende, oltre ad andare a danneggiare settori una volta forti nel Paese, quali quello delle piccole aziende tessili e quello delle miniere. Ciò è avvenuto con politiche spesso guidate più da questioni di principio che da un calcolo dei benefici. Ad esempio, gran parte delle piccole aziende tessili sono state spinte alla chiusura per via delle richiesta, insostenibile per molti, che rispettassero gli accordi contrattuali firmati tra i sindacati e le grandi industrie del settore. Allo stesso tempo, l’industria mineraria ha visto tra il 2010 e il 2018 una riduzione degli investimenti del 45%, mentre l’output e l’occupazione sono declinati del 10%, il tutto a causa della mala gestione della politica di “black economic empowerment” (sviluppo economico nero). Questa misura, che avrebbe dovuto diminuire le disuguaglianze dopo gli anni di discriminazioni nel periodo dell’apartheid attraverso una redistribuzione dei guadagni delle ricche compagnie minerarie del Paese, ha invece portato alla creazione di una piccola casta di politici vicini all’Anc che si arricchirono a dismisura. Tra questi figura ad esempio anche l’attuale presidente Cyril Ramaphosa.

Anche a causa di tali politiche, la Nazione Arcobaleno è caratterizzata da livelli di disuguaglianza altissimi, che fanno guadagnare al Sudafrica il triste primato del Paese con il più alto indice di concentrazione della ricchezza al mondo, secondo la Banca Mondiale. Questa situazione, ha portato alcuni a parlare del Sud Africa come diviso tra due bolle: la prima, multi-razziale ma sproporzionatamente bianca, che vive in una bolla privatizzata e gode di una qualità della vita da Paese occidentale; mentre la seconda, principalmente nera e “coloured”, cerca di tirare avanti tra servizi malfunzionanti, disoccupazione e fame.

L’Anc in una posizione sempre più debole

In un contesto del genere non si fatica ad immaginare quale sia l’attitudine di molti sudafricani verso il partito che ha guidato il Paese dal 1994 ad oggi. Questo scontento è facilmente visibile dai risultati elettorali dell’Anc. Benché l’Anc rimanga il partito dominante nel Paese, non essendo mai sceso sotto al 57% del 2019 in un’elezione generale, quest’anno ha raggiunto il peggior risultato elettorale di sempre, con un 47,5% nelle elezioni municipali dello scorso novembre. Questo, oltre ad evidenziare una caduta di popolarità non indifferente, specialmente se comparata con l’incredibile 69,7% raggiunto nelle elezioni generali del 2004, rappresenta una soglia psicologica importantissima. Sono state infatti le prime elezioni nella storia del Sudafrica democratico in cui l’Anc non ha raggiunto il 50% dei voti. Ciò è particolarmente significativo visto il contesto politico sudafricano, che vede una legge elettorale estremamente orientata verso la rappresentazione proporzionale in Parlamento, portando quindi alla necessità di coalizioni in caso un partito raggiunga meno della metà esatta dei voti. 

Lo scenario che si prospetta per il Paese in vista delle elezioni del 2024 è di estrema incertezza. Pochi pensano che l’Anc possa risollevarsi, in una situazione in cui già da anni non è maggioritario nella crescente popolazione di giovani residenti nelle città, basando il proprio consenso soprattutto tra i cittadini più anziani e memori del ruolo del partito nella lotta all’apartheid. Ciò ha portato le diverse anime dell’Anc a mobilitarsi per indirizzare il partito verso uno o l’altro dei maggiori partiti di opposizione. 

Cosa riserva il futuro del Sudafrica?

Secondo Sandile Swana, un analista politico locale, il Sudafrica non è mai riuscito ad implementare una vera democrazia caratterizzata da una pluralità di partiti che competono per il potere. Secondo alcuni, questo passaggio rappresenterà quindi un rito di passaggio fondamentale per il Paese, con il passaggio dal sogno di una Nazione Arcobaleno alla difficile realtà del dover bilanciare l’infinità di interessi diversi che forma quello stesso arcobaleno. Secondo altri, questo non è che l’inizio della fine di un periodo in cui l’Anc è riuscito a mantenere la pace sociale in uno dei Paesi storicamente più divisi al mondo, con una storia recente troppo ingombrante e una realtà che vive con animosità i conflitti riconducibili all’età coloniale.

La stessa situazione che stiamo vedendo in questi anni con il declino di popolarità dell’Anc è però comune a molti altri ex-movimenti di liberazione anticoloniali che hanno raggiunto il potere sull’onda della lotta per l’indipendenza. Questi partiti mantengono il potere, oltre che in Sudafrica, anche in Tanzania, Mozambico, Angola, Namibia, Zimbabwe e Botswana, e in quasi tutti hanno recentemente dovuto fare i conti con una popolazione sempre più stanca dopo decenni di dominio incontrastato. I prossimi anni andranno quindi a definire non solo il futuro politico del Sudafrica, ma influenzeranno fortemente tutti gli equilibri di forza dell’Africa meridionale.

Testo a cura di Aurora Bonini e Giovanni Simioni

*Vista aerea di Città del Capo, Sudafrica [crediti foto: Tobias Reich, Unplash].
Redazione
Orizzonti Politici è un think tank di studenti e giovani professionisti che condividono la passione per la politica e l’economia. Il nostro desiderio è quello di trasmettere le conoscenze apprese sui banchi universitari e in ambito professionale, per contribuire al processo di costruzione dell’opinione pubblica e di policy-making nel nostro Paese.

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